Sicurezza energetica: siamo agli sgoccioli?

Che cosa significano per la NATO le trasformazioni nel panorama energetico seguite alla crisi in Ucraina? Quali modifiche sono necessarie per affrontare al meglio le nuove sfide legate all'energia? Abbiamo chiesto ad opinionisti e politici di spicco che tipo di cambiamenti sarebbe opportuno operare.
Molti considerano l'annessione russa della Crimea un'appropriazione territoriale, tesa o ad assicurarsi una base per la sua flotta sul Mar Nero oppure a portare a termine un piano di destabilizzazione dell'Ucraina. Ma potrebbero esserci anche gravi conseguenze sul fronte energetico, come spiega Frank Umbach.
Un possibile stallo fra Russia ed Unione Europea in termini di energia comporterebbe grossi rischi. L'Europa potrebbe perdere circa un terzo delle sue scorte energetiche. La Russia rischia di dimezzare il suo bilancio statale. Chi potrebbe capitolare per primo, e perché?
La crisi in Ucraina ha sottolineato ancora una volta la vulnerabilità dell'Europa dovuta a un'eccessiva dipendenza dalle riserve energetiche russe. L'Europa è vulnerabile sul breve periodo, ma la Russia ha più da perdere a medio e lungo termine. È possibile che la crisi sia un'occasione per indebolire ulteriormente il dominio della Russia sul settore energetico europeo?
Ancora non è chiaro in che modo gli eventi in Ucraina influiranno sulla sicurezza energetica europea. O se cambieranno le priorità dell'Europa in fatto di energie rinnovabili. Abbiamo chiesto al vignettista della Rivista NATO, Rytis Daukantas, di darci una prospettiva collaterale di quelli che secondo lui sono i potenziali cambiamenti in atto.
Un'organizzazione politico-militare come la NATO non è necessariamente nel suo elemento quando si tratta di accordi commerciali energetici, grossi progetti di gasdotti o oleodotti e diversificazione dei carburanti fossili. Ma poiché l'energia diventa un'arma sempre più potente in quei conflitti che possono avere un impatto significativo sui molti paesi NATO, per l'Alleanza è arrivato il momento di capire come risolvere la questione.
Le novità?

La sicurezza energetica può essere analizzata da varie prospettive. Ma una in particolare mi è balzata alla mente studiando le premesse di quest'editoriale.

Sfogliando l'ultimo numero del Financial Times, in prima pagina ho letto una citazione riferita ai potenziali problemi energetici che potrebbero scaturire dalla crisi in Ucraina. "In tempi difficili, abbiamo la responsabilità di restare accanto ai nostri alleati", ha detto un uomo d'affari occidentale.

Nulla di nuovo, dunque. È una dichiarazione prodotta da numerosi politici e diplomatici nei paesi dell'Alleanza NATO dall'annessione russa della Crimea. Ma a rendere speciale quest'affermazione è il fatto che quell'uomo non si riferiva a una cooperazione in termini di sicurezza, bensì di supporto economico.

La dichiarazione è stata rilasciata da Bob Dudley, amministratore delegato di BP (British Petroleum). Dudley ha pronunciato queste parole a Mosca, poco dopo aver firmato un accordo stimato intorno ai 300 milioni di dollari con la compagnia russa Rosneft per la fornitura di olio di scisto. BP detiene una quota societaria Rosneft pari a meno del 20%.

E questo non è certo un esempio isolato di come gli interessi economici e quelli legati alla sicurezza possano intersecarsi. Rosneft ha stretto delle joint venture con molte altre compagnie energetiche occidentali, tra cui ExxonMobil e Statoil.

L'esempio dimostra che talvolta non tutti i paesi dell'Occidente hanno lo stesso atteggiamento in risposta alla crisi. Ad esempio spiega perché alcuni paesi che hanno effettuato grossi investimenti e hanno interessi strategici nei nuovi progetti di infrastrutture energetiche (tipo il gasdotto South Stream) potrebbero non gradire tutta una serie di sanzioni, al contrario di altre nazioni NATO che vorrebbero interventi più severi.

Ma dimostra anche perché la questione sia tanto delicata.

I governi eletti agiscono per garantire la sicurezza, ma anche per favorire la spinta economica. Due aspetti che spesso procedono a braccetto. Tuttavia la crisi recente ha confermato che nel tentativo di raggiungere entrambi gli obiettivi possono crearsi dei conflitti. Ad esempio, in che modo i governi possono spiegare agli elettori che l'aumento del prezzo del gasolio (una conseguenza molto realistica della crisi) rientra in un piano di sicurezza nazionale?

In questo numero della Rivista NATO cercheremo di capire chi è destinato alla vittoria e chi alla sconfitta (in termini di energia) dopo i cambiamenti avvenuti sul piano della sicurezza. Ci chiederemo che ruolo può giocare realisticamente la NATO in una zona dominata (per lo meno in Occidente) da compagnie commerciali private e indipendenti. E guarderemo alle possibili soluzioni - seppure a medio termine - adottabili dall'Europa per continuare ad allentare la dipendenza ernergetica dalla Russia.

Paul King