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Mladic, la giustizia e il 2011: il punto di vista della Serbia

Per la Serbia, il 2011 ha rappresentato l’anno in cui ha ottemperato ai suoi ultimo impegni verso il Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia di L’Aia. Il suo percorso verso la UE può ora avvenire senza ulteriori intoppi. Ma come i politici serbi puntualizzano, il paese è ora più focalizzato nel recuperare il suo antico ruolo di centro propulsivo regionale nei Balcani.

Mladic, la giustizia e il 2011: il punto di vista della Serbia

Il 31 maggio 2011,

un aereo con a bordo il generale Ratko Mladic è decollato da Belgrado.

Destinazione: L’Aia.

Con quel viaggio iniziava il corso della giustizia

per le vittime dei crimini di guerra di cui Mladic era accusato.

Era anche l’inizio di un nuovo percorso per la Serbia,

che aveva visto la propria reintegrazione nella comunità internazionale e nella UE

condizionata alla consegna dell’ultimo imputato di crimini di guerra.

Avendo la Serbia ottemperato a ciò che le era stato chiesto, ora

in che direzione andrà il paese da qui in avanti?

Abbiamo chiesto ai politici serbi

che effetto ritenessero avrebbero avuto sul paese gli eventi del maggio 2011.

Abbiamo cominciato chiedendo:

perché Mladic era stato arrestato in quel particolare momento?

Non abbiamo arrestato Mladic per averne un vantaggio politico,

né abbiamo pensato che ci potrebbe danneggiare politicamente.

Per la Serbia, si trattava di un impegno legale e internazionale.

Era un nostro obbligo morale verso le innocenti vittime bosniache

e un modo per la democratica Serbia di dire che noi non perdoniamo,

che noi condanniamo questi efferati crimini.

Ma, allo stesso tempo, per dire anche

che colpevole non può essere un intero popolo, che il colpevole ha un nome.

E quindi, il generale Mladic deve ora rispondere delle accuse

nel luogo appropriato, L’Aia.

L’arresto è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

E penso che ciò che è importante per il futuro della Bosnia Erzegovina

sia in verità di riconoscere che è costituita da tre comunità

e che ogni cambiamento richiede un accordo

tra queste. La Serbia non favorirà azioni

che potrebbero condurre a una disgregazione del paese.

Un nuovo orizzonte sta spuntando per la Serbia, ma questa è un paese

in cui l’età media è di poco superiore ai 40 anni.

Potrebbe la gran parte della gente con una memoria ancora viva della guerra

rallentare il procedere del paese?

La Serbia è un paese in cui prevalgono i punti di vista tradizionali

e l’età media leggermente più alta può non rivelarsi un elemento favorevole.

In ogni caso, noi politici cerchiamo di spiegare ai cittadini

quale importanza abbia l’adesione alla UE per le loro vite quotidiane.

Ovviamente i più giovani cooperano

con i colleghi dei paesi europei. Viaggiano di più,

specialmente dopo l’eliminazione del visto per i serbi.

Noi politici dobbiamo spiegare alla gente, senza tener conto della loro età,

come immaginiamo il futuro.

Offrir loro un futuro migliore e chiedere il loro sostegno.

L’età media può rallentarci.

Parte della gente ha vissuto negli anni della guerra

e potrebbe trovare un po’ più difficile dimenticarla.

La nuova generazione, i maggiorenni di oggi,

non la conoscono e rappresentano il futuro.

Nel 2011, per la Serbia non c’è stato solo l’arresto di Mladic.

Altri sviluppi potrebbero dimostrarsi importanti

per promuovere il futuro del paese,

almeno quanto l’arresto di Mladic lo è stato per il suo passato.

C’è stata tutta una serie di eventi nel 2011, buoni e meno buoni.

Apriremo la prima fabbrica Fiat in Serbia,

la prima fabbrica d’auto in Europa in cinque anni.

Riceveremo investimenti diretti per 3 miliardi di dollari,

abbiamo appianato la nostra collaborazione con L’Aia

e come la CE dimostra, abbiamo fatto delle riforme molto efficaci.

Ci complimentiamo con Serbia e Croazia

per i programmi di collaborazione bilaterale.

La vostra posizione sulla Bosnia Erzegovina

e la risoluzione parlamentare da noi approvata su Srebrenica

sono anche un vitale elemento di stabilità nei Balcani.

Dovremo dimenticare le cose brutte del nostro recente passato che ci dividono.

Dovremo invece creare ponti di amicizia e di cooperazione.

Per quanto riguarda il nostro comune futuro nella UE, sarà certamente meglio

che restarne fuori,

separati e con una perdurante diffidenza a dividerci.

Soprattutto, non avremo confini.

Ci sarà allora un libero flusso di merci, capitali, gente e idee.

La gente si conoscerà assai più di quanto accade oggi.

E quando idee e popoli si incontrano, ciò dà luogo a nuove e migliori idee.

Un ulteriore vantaggio: la Serbia ha la più vasta popolazione della regione

e le migliori risorse per essere un leader

in entrambi i processi d’integrazione euro-atlantica;

poi, una volta che saremo divenuti tutti membri della UE,

mi auguro, lo diverremo anche della NATO.

Infine, il 2011 potrebbe rivelarsi l’anno in cui la Serbia comincia a riassumere

la sua posizione di centrale dei Balcani occidentali,

con gli altri paesi dei Balcani occidentali che la sostengono.

L’anno in cui la sua posizione non è più considerata come rivolta a est o a ovest,

ma semplicemente quale parte di una regione emergente d’Europa.

L’80% degli investimenti verso la Serbia provengono dalla UE.

Il 70% delle nostre risorse bancarie provengono dall’eurozona.

Siamo aperti a investimenti cinesi.

Si è sempre cercato di rendere la Serbia uno stereotipo:

est - ovest. Come ogni paese in Europa

cerchiamo di diversificare per superare questa crisi.

Il punto è che dovremmo aver fiducia l’un nell’altro.

Lasciare il fosco passato dietro di noi e condividere ciò che c’era di bello nel nostro passato.

Dovremmo creare il nostro comune futuro

basandolo sulle belle cose del nostro passato

per diventare finalmente europei e non essere più solo un popolo balcanico.

Mladic, la giustizia e il 2011: il punto di vista della Serbia

Il 31 maggio 2011,

un aereo con a bordo il generale Ratko Mladic è decollato da Belgrado.

Destinazione: L’Aia.

Con quel viaggio iniziava il corso della giustizia

per le vittime dei crimini di guerra di cui Mladic era accusato.

Era anche l’inizio di un nuovo percorso per la Serbia,

che aveva visto la propria reintegrazione nella comunità internazionale e nella UE

condizionata alla consegna dell’ultimo imputato di crimini di guerra.

Avendo la Serbia ottemperato a ciò che le era stato chiesto, ora

in che direzione andrà il paese da qui in avanti?

Abbiamo chiesto ai politici serbi

che effetto ritenessero avrebbero avuto sul paese gli eventi del maggio 2011.

Abbiamo cominciato chiedendo:

perché Mladic era stato arrestato in quel particolare momento?

Non abbiamo arrestato Mladic per averne un vantaggio politico,

né abbiamo pensato che ci potrebbe danneggiare politicamente.

Per la Serbia, si trattava di un impegno legale e internazionale.

Era un nostro obbligo morale verso le innocenti vittime bosniache

e un modo per la democratica Serbia di dire che noi non perdoniamo,

che noi condanniamo questi efferati crimini.

Ma, allo stesso tempo, per dire anche

che colpevole non può essere un intero popolo, che il colpevole ha un nome.

E quindi, il generale Mladic deve ora rispondere delle accuse

nel luogo appropriato, L’Aia.

L’arresto è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

E penso che ciò che è importante per il futuro della Bosnia Erzegovina

sia in verità di riconoscere che è costituita da tre comunità

e che ogni cambiamento richiede un accordo

tra queste. La Serbia non favorirà azioni

che potrebbero condurre a una disgregazione del paese.

Un nuovo orizzonte sta spuntando per la Serbia, ma questa è un paese

in cui l’età media è di poco superiore ai 40 anni.

Potrebbe la gran parte della gente con una memoria ancora viva della guerra

rallentare il procedere del paese?

La Serbia è un paese in cui prevalgono i punti di vista tradizionali

e l’età media leggermente più alta può non rivelarsi un elemento favorevole.

In ogni caso, noi politici cerchiamo di spiegare ai cittadini

quale importanza abbia l’adesione alla UE per le loro vite quotidiane.

Ovviamente i più giovani cooperano

con i colleghi dei paesi europei. Viaggiano di più,

specialmente dopo l’eliminazione del visto per i serbi.

Noi politici dobbiamo spiegare alla gente, senza tener conto della loro età,

come immaginiamo il futuro.

Offrir loro un futuro migliore e chiedere il loro sostegno.

L’età media può rallentarci.

Parte della gente ha vissuto negli anni della guerra

e potrebbe trovare un po’ più difficile dimenticarla.

La nuova generazione, i maggiorenni di oggi,

non la conoscono e rappresentano il futuro.

Nel 2011, per la Serbia non c’è stato solo l’arresto di Mladic.

Altri sviluppi potrebbero dimostrarsi importanti

per promuovere il futuro del paese,

almeno quanto l’arresto di Mladic lo è stato per il suo passato.

C’è stata tutta una serie di eventi nel 2011, buoni e meno buoni.

Apriremo la prima fabbrica Fiat in Serbia,

la prima fabbrica d’auto in Europa in cinque anni.

Riceveremo investimenti diretti per 3 miliardi di dollari,

abbiamo appianato la nostra collaborazione con L’Aia

e come la CE dimostra, abbiamo fatto delle riforme molto efficaci.

Ci complimentiamo con Serbia e Croazia

per i programmi di collaborazione bilaterale.

La vostra posizione sulla Bosnia Erzegovina

e la risoluzione parlamentare da noi approvata su Srebrenica

sono anche un vitale elemento di stabilità nei Balcani.

Dovremo dimenticare le cose brutte del nostro recente passato che ci dividono.

Dovremo invece creare ponti di amicizia e di cooperazione.

Per quanto riguarda il nostro comune futuro nella UE, sarà certamente meglio

che restarne fuori,

separati e con una perdurante diffidenza a dividerci.

Soprattutto, non avremo confini.

Ci sarà allora un libero flusso di merci, capitali, gente e idee.

La gente si conoscerà assai più di quanto accade oggi.

E quando idee e popoli si incontrano, ciò dà luogo a nuove e migliori idee.

Un ulteriore vantaggio: la Serbia ha la più vasta popolazione della regione

e le migliori risorse per essere un leader

in entrambi i processi d’integrazione euro-atlantica;

poi, una volta che saremo divenuti tutti membri della UE,

mi auguro, lo diverremo anche della NATO.

Infine, il 2011 potrebbe rivelarsi l’anno in cui la Serbia comincia a riassumere

la sua posizione di centrale dei Balcani occidentali,

con gli altri paesi dei Balcani occidentali che la sostengono.

L’anno in cui la sua posizione non è più considerata come rivolta a est o a ovest,

ma semplicemente quale parte di una regione emergente d’Europa.

L’80% degli investimenti verso la Serbia provengono dalla UE.

Il 70% delle nostre risorse bancarie provengono dall’eurozona.

Siamo aperti a investimenti cinesi.

Si è sempre cercato di rendere la Serbia uno stereotipo:

est - ovest. Come ogni paese in Europa

cerchiamo di diversificare per superare questa crisi.

Il punto è che dovremmo aver fiducia l’un nell’altro.

Lasciare il fosco passato dietro di noi e condividere ciò che c’era di bello nel nostro passato.

Dovremmo creare il nostro comune futuro

basandolo sulle belle cose del nostro passato

per diventare finalmente europei e non essere più solo un popolo balcanico.

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