Speciale
La lezione di solidarietà dell'Alleanza
Sede della NATO, 16 marzo 1999: la bandiera polacca viene issata in occasione della cerimonia di adesione della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e della Polonia al Trattato Nord Atlantico
(© NATO)
Lech Walesa ci mette a parte dei suoi ricordi in occasione del decimo anniversario dell'invito rivolto alla Polonia ad aderire alla NATO.
La via percorsa dalla Polonia e da altri paesi dell'ex blocco orientale per aderire all'Alleanza Atlantica non è stata né facile né breve - e neanche il viaggio si è rivelato agevole.

Il maggiore ostacolo consisteva nel fatto che l'Occidente non era psicologicamente preparato a noi. A lungo, dopo il 1989, è rimasto ancorato ad un vecchio ed antiquato modo di pensare in termini di confronto. L'Occidente non si rendeva conto che il contesto geopolitico era radicalmente mutato e che, con la scomparsa della Cortina di Ferro, eravamo simbolicamente entrati in una nuova era. Un'era globale, governata da regole diverse, dove si vive tutti sempre più vicini gli uni agli altri.

L'Occidente, all'inizio, non riusciva a comprendere che l'allargamento non era diretto contro qualcuno; che doveva essere piuttosto una risposta alle nuove sfide globali. Doveva anche rappresentare una forma contemporanea di solidarietà sovranazionale. Durante il periodo della Guerra Fredda e del confronto tra i due blocchi, la sensazione dominante era la seguente: ciò che è buono per noi deve essere dannoso per il nostro avversario; e, viceversa: ciò che è buono per l'avversario deve essere dannoso per noi. Gli statistici lo definiscono un gioco a somma zero. In un gioco di carte, per esempio, uno può vincere solo se l'altro perde.

La politica è governata da regole diverse. Vi sono casi in cui entrambe le parti vincono. Nella nuova era globale ciò ha un significato specifico e tangibile.

Quella fase di ampliamento dell'Alleanza - e, mi auguro, quelle successive - non venne attuata perché costituisse una minaccia per qualcuno; fu piuttosto concepita per non lasciare alcuno spazio al confronto, per assumere il controllo della situazione e per espandere l'area di sicurezza. Perché essere una terra di nessuno è la peggiore cosa possibile. Si lotta sempre per impossessarsi di una terra di nessuno. La terra di nessuno è una tentazione per tutti. Diviene un osso conteso. E la contesa può facilmente trasformarsi in conflitto.

La politica è governata da regole diverse: vi sono casi in cui entrambe le parti vincono.
Ciò vuol dire che ora siamo del tutto al sicuro? Ovviamente no. Nella Corea del Nord e a Cuba vi sono ancora delle sacche di comunismo. Inoltre, non siamo solo minacciati da minacce esterne. Il disastro di Chernobyl ci ha mostrato quanto la nostra stessa tecnologia possa essere pericolosa per l'ambiente - e questi tipi di minacce non domandano passaporti o visti. Ciononostante, per valutare la loro vera portata, dobbiamo pensare in modo globale. Il mondo senza confini in cui ora viviamo deve avere come fondamenta, per quanto possibile, norme precise, che si basano su regolamentazioni necessarie. Anche questo è un ruolo per l'Alleanza. Più paesi abbraccia, meglio e più efficacemente svolgerà il suo compito.

L'ampliamento della NATO non è stato, non lo è ora e non sarà diretto contro qualcuno. Ormai, la vecchia frase "i giovani americani andranno a morire per Danzica" è priva di valore. Al contrario, se il processo di ampliamento si fosse arrestato, la situazione avrebbe potuto anche trasformarsi in confronto, quale probabile effetto di una rinascita dei due vecchi blocchi. In questo caso, forse, quei ragazzi avrebbero potuto morire. Non possiamo lasciare che ciò accada. Vivo a Danzica e non desidero che qualcuno debba morire per la mia città.

Quando la NATO si ampliava per comprendere la Polonia ed altri paesi, c'era chi riteneva che l'ampliamento avrebbe comportato spese e che il contribuente americano o europeo occidentale avrebbe dovuto sopportarne i costi. Niente di ciò è accaduto: le decisioni sull'ulteriore ampliamento dell'Alleanza sono state principalmente di natura politica.

Ovviamente, ciò non vuol dire che non ci sia stato nessun effetto economico. Ma andiamo a valutarli più da vicino. Gli effetti economici si possono vedere nelle forze armate polacche. Che si voglia o no, è necessario che vengano modernizzate - ciò è inevitabile per ogni forza armata, poiché gli equipaggiamenti diventano rapidamente obsoleti, e rapidamente cessano di soddisfare le esigenze dell'Alleanza. Così dobbiamo acquisire nuovi equipaggiamenti. La domanda è: dove li compriamo? In Russia o negli Stati Uniti?

Una risposta a questa domanda non deve tenere in considerazione solo le relazioni politiche ed economiche. Determinerà anche quale paese avrà dei profitti sulle esportazioni, e di quale paese saranno gli impiegati che otterranno ordini, lavoro e reddito. Il processo di ampliamento è stato proficuo per le industrie, gli impiegati, e - di conseguenza - per i contribuenti americani ed europei occidentali. Viviamo in un mondo globalizzato, un mondo sempre più interdipendente. Perciò, tutti i benefici sono alla fine reciproci e anche multilaterali. Non mi soffermerò sulle dimensioni strettamente politiche o militari di questi benefici.

L'ampliamento della NATO non è stato, non lo è ora e non sarà diretto contro qualcuno.
Da ultimo, a dieci anni dalla decisione di ampliare l'Alleanza, consentitemi ora di ricostruire il contesto e il vero significato della fase di ampliamento che ha consentito la partecipazione della Polonia. Attingendo dai miei ricordi personali, vi ricorderò che il ritiro delle truppe sovietiche dalla Polonia costituiva una condizione indispensabile per l'adesione della Polonia, perché era impossibile ammettere nella NATO un paese in cui fossero dislocate truppe straniere, a maggior ragione se si fosse trattato delle truppe di una nazione che era stata l'avversario dell'Alleanza negli ultimi 50 anni.

Ricordo un momento molto emozionante quando, il 17 settembre 1993, (una data di per sé simbolica) l'ultimo soldato russo lasciò il nostro paese. Una dozzina di soldati, uomini e donne, che dovevano lasciare il cortile del Belvedere [divenuto poi la residenza del Presidente della Polonia], marciavano attraverso la strada verso l'ambasciata russa. Ma l'ultimo soldato non ha seguito gli altri; dopo aver attraversato il cancello, semplicemente ha rotto il passo e ha cambiato strada. Forse in ciò v'era qualcosa di simbolico.

Un altro avvenimento memorabile è la cosiddetta Dichiarazione di Varsavia, firmata da Boris Yeltsin. Specialmente oggi, mentre rimpiangiamo ancora il primo Presidente della Russia, vale la pena di ricordare questo aneddoto. Era là, stava firmando il documento e - di fronte alle telecamere di tutto il mondo - affermò che la Russia non aveva nulla contro l'adesione della Polonia alla NATO. L'Occidente non ha afferrato appieno il significato di questo evento, poiché non vi era psicologicamente preparato.

Alla luce di ciò, i russi hanno cercato in seguito di rimangiarsi tale dichiarazione, ma noi ci siamo trincerati strenuamente e a lungo dietro quelle parole, così come abbiamo dovuto aspettare per molto tempo ancora di entrare nell'area di sicurezza dell'Alleanza Atlantica. Però avevamo già messo il piede nella porta. E, come nel passato, quando la scarpa di un operaio, ha prima impedito che le porte della libertà si richiudessero, e poi alla fine le ha spalancate con un calcio, così - dopo anni di duro lavoro e di lotte - siamo stati ammessi nell'Alleanza come alleati con pari rango.

Oggi, dieci anni dopo questa importante e storica decisione di ampliare la NATO, i nostri alleati possono dire con piena fiducia che valeva la pena farlo. E noi polacchi possiamo affermare consapevolmente di aver portato la nostra parte del peso dell'Alleanza. Insieme, dobbiamo manifestare determinazione per garantire che la lezione di solidarietà dell'Alleanza continui a dare frutti al mondo, rispondendo alle sfide dell'era globale.
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