Dibattito
L'indipendenza del Kosovo contribuirebbe alla sicurezza internazionale o la minerebbe?
Louis Sell contro Bruno Coppieters
Louis Sell, americano, è professore aggiunto di storia e scienze politiche presso l'Università del Maine. È stato a lungo un diplomatico, ora in pensione, ed è stato direttore del Gruppo internazionale di crisi in Kosovo, direttore esecutivo dell'American University in Kosovo Foundation ed autore di Slobodan Milosevic and the Destruction of Yugoslavia (Duke University Press, 2002).
Bruno Coppieters è professore di scienze politiche presso la Vrije Universiteit Brussel (Libera Università di Bruxelles). È co-editore di Statehood and Security: Georgia after the Rose Revolution (MIT Press, 2005) e di Contextualizing Secession: Normative Studies in Comparative Perspective (Oxford University Press, 2003).
                  

Caro Bruno,

L'indipendenza del Kosovo costituisce l'unica soluzione per garantire la sicurezza tanto in Kosovo che nei Balcani. Non riconoscere la legittima richiesta del Kosovo per l'indipendenza ha già causato una guerra e ha contribuito ad almeno due altri conflitti. Se gli attuali negoziati sullo status definitivo del Kosovo non conducono rapidamente ad un'effettiva indipendenza, è probabile che si determini un ulteriore conflitto, che quasi certamente si espanderebbe al di là del Kosovo.

Il desiderio di indipendenza tra gli albanesi del Kosovo (kosovari) - oltre il 90% della popolazione della provincia - è evidente ed il loro buon diritto incontestabile sul piano giuridico, etico e del buon senso. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, i leader e il popolo del Kosovo hanno lottato per l'indipendenza. Questa lotta, iniziata con una resistenza non violenta ad un'occupazione brutale ed illegale, si è trasformata in resistenza armata quando l'oppressione serba è divenuta intollerabile e le promesse internazionali si sono dimostrate vuote, e, in seguito alla campagna aerea della NATO del 1999, è culminata nella liberazione. Da allora, è proseguita sotto una saggia, ma in fin dei conti inefficace, amministrazione dell'ONU. In tutto questo periodo i kosovari ed i loro leader hanno, con rare eccezioni, scelto di collaborare con la comunità internazionale. Probabilmente, nessuna altra nazione ha dovuto superare tanti ostacoli sulla via dell'indipendenza. La comunità internazionale dovrebbe comprendere che negare l'indipendenza, cosa che tutti i kosovari considerano un loro diritto, provocherebbe alla fine una reazione destabilizzante.

Il desiderio di indipendenza fra i kosovari è evidente e il loro buon diritto incontestabile sul piano giuridico, etico e del buon senso
L'effetto stabilizzante dell'indipendenza diviene ancor più evidente se comparato alle possibili alternative. A prescindere dall'immoralità di tali ipotesi, può qualcuno immaginare l'impatto sulla stabilità internazionale del tentativo di riportare il Kosovo sotto l'autorità serba? Ciò equivarrebbe a cercare di porre nel 1952 la Francia sotto il dominio nazista. E che dire dell'ipotesi di "Tre Repubbliche" o di qualche altra forma di associazione più blanda con Belgrado? Anche se si potesse persuadere il Kosovo (e per quanto lo riguarda, il Montenegro) ad accettare l'associazione, riesce difficile immaginare come i due popoli potrebbero cooperare efficacemente o in armonia. Né risulta realistico continuare con l'attuale amministrazione internazionale. La pazienza dei kosovari si è esaurita. Tollerano la presenza internazionale solo perché credono di ottenere presto l'indipendenza e perché capiscono che il loro futuro, come stato indipendente, è legato alla cooperazione internazionale.

Che situazione si determinerà dopo l'indipendenza? Anche su questo aspetto le ragioni sono incontestabili. Gli albanesi del Kosovo - con l'aiuto internazionale - hanno posto delle solide fondamenta per la democrazia. Dopo il 1999, in Kosovo si sono tenute numerose elezioni. La provincia ha un valido sistema multipartitico, mezzi di comunicazione indipendenti e le basi di un sistema di autogoverno. Inoltre, ha superato con successo una prova che avrebbe scosso democrazie con ben più solide radici: la morte di Ibrahim Rugova, il "padre fondatore" dell'indipendenza del Kosovo.

Anche l'avvio di un'economia prospera e sostenibile, essenziale tanto per il Kosovo che per la stabilità regionale, dipende dall'indipendenza. Una prolungata presenza internazionale e le incertezze sul futuro del Kosovo impediscono l'applicazione di numerose regole e procedure di base, in assenza delle quali il Kosovo non può intrattenere normali relazioni commerciali con il resto del mondo. In base a numerosi studi internazionali, il Kosovo è ricco di abbondanti giacimenti di carbone, cioè di una fonte per l'industria produttrice ed esportatrice di energia. Ma dopo sette anni di presenza internazionale è chiaro che solo l'indipendenza può garantire un contesto politico stabile e prevedibile ed un regime economico e legale tale da attirare gli investimenti stranieri.

Un Kosovo indipendente costituisce anche un presupposto necessario per l'armonia etnica e per il ritorno dei rifugiati. Fintanto che il futuro del Kosovo rimarrà incerto, tanto gli albanesi che i serbi continueranno a far riferimento alle loro rispettive comunità per rafforzare la loro posizione davanti al futuro cambiamento. In un Kosovo indipendente, gli albanesi avranno più fiducia nel mostrarsi tolleranti e quei serbi che desiderano rimanere comprenderanno che il Kosovo è la terra in cui costruiranno il loro futuro.

Sebbene possa sembrare in apparenza paradossale, un Kosovo indipendente costituisce anche il mezzo per assicurare alla Serbia un futuro democratico. Da quando Slobodan Milosevic ha cominciato ad usare il Kosovo per alimentare il suo programma nazionalista, il Kosovo ha avvelenato la Serbia. Inoltre, questo stato di cose non si è concluso con l'estradizione di Milosevic a L'Aia. Sebbene i leader serbi in privato ammettano che il Kosovo è perso, nessuno ha avuto il coraggio di affermare pubblicamente questa verità. In ogni caso, un Kosovo indipendente, in cui venissero protetti i legittimi interessi dei serbi, costituisce il solo fondamento realistico su cui costruire un rapporto stabile e pacifico tra Serbia e Kosovo e tra la Serbia ed il resto del mondo.

E' possibile, ovviamente, ipotizzare per il Kosovo anche una soluzione indipendente che vada nell'opposta direzione. Se la comunità internazionale dovesse differire l'indipendenza, o condizionarla ad ancora un'altra serie di "standard", o se l'indipendenza offerta si rivelasse una commedia, carente, per esempio, di un'immediata adesione alle Nazioni Unite, si correrebbe il pericolo che i kosovari, sentendosi traditi, deciderebbero di fare a modo loro, come l'Esercito di liberazione del Kosovo ha fatto tra il 1997 e il 1999. Una ripartizione, che creasse una comunità a predominanza serba nella zona settentrionale o che determinasse de facto dei cantoni etnici ove necessario, rischia di portare la violenza in Kosovo e nelle aree circostanti.

L'indipendenza è la sola via realistica per creare un Kosovo pacifico, democratico e prospero. Ma questa indipendenza deve essere rapida ed effettiva, deve garantire l'integrità territoriale del Kosovo, istituire una vera autonomia in uno stato democratico funzionale, e prevedere una durevole presenza internazionale nel campo della sicurezza e dell'assistenza. L'indipendenza, che costituirebbe la base della tolleranza etnica e delle buone relazioni fra tutti i vicini del Kosovo, è l'unico modo per garantire la stabilità internazionale in questa travagliata parte del mondo.

Tuo,
Louis


Caro Louis,

La tua posizione è chiara e categorica. L'indipendenza del Kosovo fornirebbe la soluzione più stabile per la regione. Spianerebbe la strada alla riconciliazione con la Serbia e faciliterebbe l'integrazione della minoranza serba del Kosovo. Ma tralasci di menzionare alcuni dei problemi affrontati dalla comunità internazionale nel tentativo di trasformare il Kosovo in uno stato democratico e multietnico. Né sembri intravedere alcuna necessità di compromesso. Infatti, come tu dici, limitare la sovranità del Kosovo, per esempio attribuendogli una forma di indipendenza che non includa un'immediata adesione alle Nazioni Unite, potrebbe determinare nuove violenze, dato che i kosovari "farebbero a modo loro".

Non nego che l'indipendenza del Kosovo sia divenuta inevitabile. Il peggioramento delle relazioni tra Belgrado e la maggioranza albanese del Kosovo nel decennio trascorso tra l'annullamento dell'autonomia del Kosovo nel 1989 e la campagna aerea della NATO nel 1999 ha reso il conflitto insanabile. Ma vi sono ancora delle questioni da risolvere, per esempio, un accordo di compromesso che favorirebbe la creazione di un contesto sicuro per le minoranze del Kosovo e che minimizzerebbe le conseguenze, necessariamente destabilizzanti per altri conflitti secessionistici, di una decisione sull'indipendenza condizionata.

Nei prossimi anni, tutti i membri dell'ONU dovranno probabilmente decidere se sono pronti a riconoscere l'indipendenza del Kosovo. Molti di questi stati sono essi stessi costituiti da società divise ed alcuni hanno visto dei conflitti secessionistici degenerare nella violenza. Per tutti questi paesi, il riconoscimento del Kosovo non è semplicemente una questione di diplomazia internazionale, ma un problema che fa sorgere interrogativi riguardo alla loro stessa esistenza in quanto stati.

Tanto i movimenti secessionistici che i governi che si oppongono alla secessione sono pressoché invariabilmente convinti che il loro caso sia "incontestabile sul piano giuridico, etico e del buon senso", per usare la tua frase in favore dell'indipendenza del Kosovo. Sfortunatamente, credere in tali indiscutibili verità rende superflua la discussione sui compromessi (necessariamente dolorosi). Peggio ancora, i patrocinatori di tali soluzioni ritengono poi che la violenza sia la conseguenza inevitabile e logica del fatto che le richieste di (o contro la) secessione di una parte non siano state riconosciute dall'altra.

Il Kosovo viene già considerato altrove nel mondo come un "modello"; un modello che fornisce argomenti alle parti coinvolte in altri conflitti per legittimare le loro posizioni. Vi sono, ovviamente, interpretazioni assai diverse del "modello Kosovo", ma tutte rafforzano il punto di vista secondo cui una soluzione soddisfacente per un conflitto secessionistico può essere raggiunta solo attraverso la forza o altre azioni unilaterali.

Se la principale lezione da trarre dal Kosovo è che la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi su criteri ad hoc, l'indipendenza si dimostrerebbe estremamente destabilizzante
Alcuni governi coinvolti nei negoziati sullo status finale del Kosovo negano l'esistenza di un "modello Kosovo". Secondo loro, i principi coinvolti nella soluzione di questo non costituiranno un precedente per nessun altro conflitto. Di sicuro, è improbabile che la complessa miriade di fattori che hanno condotto alla campagna aerea della NATO nel 1999 e agli attuali negoziati sul futuro status si ripresenti altrove nella stessa forma. La questione consiste dunque non nel fatto se il modello possa essere applicato universalmente, ma se i principi che sono alla base dell'eventuale decisione sullo status del Kosovo siano universalmente validi. Se la principale lezione da trarre dal Kosovo è che la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi su criteri ad hoc che dipendono dalla particolare situazione, l'indipendenza si dimostrerebbe estremamente destabilizzante per la sicurezza internazionale.

Dichiarare di volere che in Kosovo vengano applicati dei principi universali può condurre ad assumere posizioni ad hoc in conflitti analoghi. Il Presidente russo Vladimir Putin è favorevole all'uso di principi che siano trasferibili ai negoziati che languono nell'ex Unione Sovietica. Ma ha affermato che se i paesi occidentali decidessero unilateralmente di riconoscere l'indipendenza del Kosovo, la Russia avrebbe titolo per comportarsi nella stessa maniera in quei conflitti in cui ha un interesse in gioco e a riconoscere gli stati secessionistici.

Una seconda lezione da trarre dal Kosovo, che può risultare destabilizzante, concerne l'uso della forza nei conflitti secessionistici. Subito dopo la campagna aerea della NATO nel 1999, l'allora Presidente della Georgia Eduard Shevardnadze è stato il primo a chiedere una risoluzione dei conflitti secessionistici nel suo paese secondo il "modello Kosovo". Prima di allora, le richieste della Georgia al Consiglio di sicurezza dell'ONU per un intervento internazionale per annullare de facto l'indipendenza dell'Abkazia erano state vane, soprattutto per l'opposizione russa. Ma la guerra del Kosovo aveva mostrato che i paesi occidentali erano disposti ad intervenire militarmente in una crisi secessionistica ed anche a non tener conto di un veto russo. Il fatto che la NATO fosse intervenuta a sostegno di un movimento secessionistico era secondario per Shevardnadze. Più importante era per lui il concetto che la forza militare resta lo strumento più efficace per mettere fine alla disputa in un conflitto secessionistico: una conclusione a cui sono pervenuti anche molti tra coloro che sono favorevoli ad una secessione unilaterale.

Nella sua azione di mediazione, l'ONU deve tenere in considerazione le conseguenze su scala mondiale di ogni soluzione basata su decisioni unilaterali. A livello locale, le proposte di compromesso devono, soprattutto, cercare di migliorare le condizioni di vita delle minoranze e facilitare il coinvolgimento dei serbi del Kosovo nelle istituzioni locali. Può risultare necessario creare un'autorità internazionale transitoria che si occupi specificamente di questo aspetto. Ogni sforzo deve essere fatto per persuadere Belgrado ad accettare un Kosovo indipendente. Se, malgrado le solide garanzie per la minoranza, la Serbia dovesse rifiutare di accettare un Kosovo sovrano, i negoziati sul riconoscimento internazionale dovrebbero continuare per evitare una spaccatura all'interno del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Malgrado l'impazienza della maggioranza della popolazione, ciò ritarderebbe probabilmente un seggio all'ONU per il Kosovo. Sarei curioso di conoscere il tuo punto di vista su come un compromesso potrebbe contribuire ad evitare ulteriori azioni unilaterali riguardo allo status finale.

Tuo,
Bruno


Caro Bruno

Mi sembra che siamo d'accordo sull'elemento fondamentale: l'indipendenza. Ma tu sollevi due condizioni: le minoranze e l'effetto che avrebbe altrove.

La democrazia esige che il rispetto per tutti i cittadini e per i diritti della minoranza sia tanto nell'interesse della maggioranza albanese del Kosovo che della minoranza serba. Il miglior modo per proteggere i diritti delle minoranze consiste nell'incorporarli in uno stabile stato democratico, considerato come proprio dalla maggioranza della popolazione, in altre parole, attraverso un Kosovo indipendente. Ma insieme ai diritti vi sono le responsabilità. I serbi devono essere pronti a vivere pacificamente e responsabilmente in tale stato indipendente e democratico.

Allo stesso modo, sarebbe tanto ingiusto quanto impraticabile tenere in ostaggio il futuro del Kosovo per il comportamento di estremisti in altre parti del mondo. Dire ai kosovari che non possono essere indipendenti per colpa dell'Abkhazia sarebbe così giusto - e altrettanto inefficace - che dire a Thomas Jefferson di non pensare all'indipendenza, perché ciò avrebbe potuto incoraggiare analoghe ambizioni in altre parti dell'Impero britannico.

Porre tali questioni - valide di per sé, ma estranee al Kosovo - ci riporta alla nostra questione originaria: la stabilità. Malgrado la calma apparente, l'attuale situazione in Kosovo non è stabile nel lungo periodo. Ritardare l'azione sullo status finale o dar luogo ad una fittizia indipendenza farebbe riemergere rapidamente la latente instabilità. C'è anche la questione della giustizia pura e semplice. Se la comunità internazionale intende negare o non comprendere l'indipendenza del Kosovo, deve spiegarne il perché al popolo del Kosovo. Dire che l'indipendenza non può aver luogo a causa della Transdnestria non è credibile. Il popolo del Kosovo non accetterebbe una tale spiegazione, non più di quanto il popolo belga, nel 1830, avrebbe accettato un appello a desistere dal suo desiderio di indipendenza per non sconvolgere il sistema conservatore del Congresso di Vienna.

La comunità internazionale dovrebbe comprendere che negare l'indipendenza provocherebbe alla fine una destabilizzante reazione contraria
Sarebbe altamente auspicabile persuadere Belgrado ad "accettare" un Kosovo indipendente. Nessuno vuole una Serbia revanscista, tipo Versailles. Ma la responsabilità primaria per creare una Serbia democratica compete agli stessi serbi. Il contributo del Kosovo non può aversi attraverso l'imposizione di strutture ingiuste, destabilizzanti, o inapplicabili, ma piuttosto creando uno stato indipendente, democratico e prospero, che garantirà i diritti della minoranza, la protezione dei monumenti religiosi, e che rispetterà gli altri legittimi interessi dei suoi vicini.

In politica, la scelta del momento opportuno è tutto, e ciò vale anche per il compromesso. Nell'estate del 1776, un anno dopo l'inizio della Rivoluzione americana, l'ammiraglio britannico Richard Howe - un amico sincero dei coloni americani, benché fosse al comando della flotta britannica nelle acque americane - si offrì di soddisfare praticamente tutte le richieste avanzate dagli americani prima dello scoppio delle ostilità. I rappresentanti americani, guidati da Benjamin Franklin, respinsero l'offerta di Howe perché non prevedeva ciò che era divenuto allora l'ingrediente essenziale, la totale indipendenza.

Nelle attuali trattative, i kosovari hanno accettato numerosi compromessi proposti dalla comunità internazionale, ma insisteranno su un'immediata ed effettiva indipendenza, confermata da un seggio all'ONU, sull'integrità territoriale, e su uno stato funzionale. Ciò dovrebbe includere una presenza della NATO ed un'eventuale adesione alla NATO ed una presenza internazionale civile con funzioni consultive - ma non di governo - che conduca ad una associazione con l'Unione Europea. I tentativi per imporre alla leggera una soluzione contraria, per esempio, per "evitare una divisione all'interno del Consiglio di sicurezza" (per quanto importante possa apparire ai diplomatici), non saranno considerati dalla gente del Kosovo come rispondenti alle loro richieste del tutto giuste e ragionevoli e, di conseguenza, non contribuirebbero alla stabilità né tenderebbero ad incoraggiare una situazione in cui i diritti della minoranza potrebbero veramente essere rispettati.

Tuo,
Louis


Caro Louis,

Ero curioso di conoscere il tipo di compromesso che auspichi per facilitare il superamento dell'odierna impasse. Riguardo ai diritti della minoranza, scrivi che i serbi del Kosovo devono essere "inclusi" nelle istituzioni del nuovo stato. Concordo pienamente. Ma la questione è: come verrebbe strutturata tale inclusione. I disordini del marzo 2004 hanno sollevato dei legittimi timori per la sicurezza della rimanente minoranza serba. Credo che una amministrazione internazionale transitoria nel nord del Kosovo sarebbe necessaria per salvaguardare i diritti dei serbi che sono là e che in tutto il Kosovo il potere debba essere decentralizzato in modo tale che le municipalità a maggioranza serba si sentano sicure. I diritti della minoranza devono essere sostenuti con riforme istituzionali di ampia portata.

Inoltre ritieni che i diritti non possono essere separati dalle responsabilità e che i cittadini serbi debbano essere leali verso il nuovo stato. Secondo me, tale lealtà emergerà solo attraverso una attiva partecipazione della minoranza alle istituzioni politiche di uno stato multietnico. Non si può semplicemente pretendere la lealtà di una minoranza perché la maggioranza teme che quella possa agire come quinta colonna dei paesi vicini. Tale timore ha dominato la storia dei Balcani e rischia di minare le future prospettive di pluralismo in Kosovo.

L'ONU deve tenere in considerazione le conseguenze su scala mondiale di ogni soluzione
Tu pensi che non ci si dovrebbe attendere che i kosovari tengano conto delle conseguenze potenzialmente destabilizzanti che un'indipendenza incondizionata per il loro paese avrebbe altrove. Affermi che non potremmo aspettarci che coloro che hanno combattuto per l'indipendenza americana o belga rinneghino le loro aspirazioni davanti alle possibili conseguenze internazionali. Inoltre, hai pure sostenuto che, i diritti vanno di pari passo con le responsabilità, se non altro dove sono coinvolte delle minoranze. Se il Kosovo ha diritto alla sovranità, deve condividere con altre nazioni sovrane la responsabilità di mantenere la sicurezza e la stabilità internazionali, salvaguardando i principi del diritto internazionale. Il Kosovo deve anch'esso cercare di contribuire alle soluzioni per bilanciare il principio di integrità territoriale con il diritto all'autodeterminazione nazionale. E deve rispettare l'autorità del Consiglio di sicurezza dell'ONU quando questo stabilisce un particolare processo per promuovere la stabilità nei Balcani. Questa è un motivo in più per rivolgere un appello tanto alla delegazione kosovara quanto a quella serba perché evitino di adottare delle posizioni intransigenti nelle trattative sul Kosovo. E ciò mette in luce l'importanza di creare un vasto consenso internazionale sul futuro del Kosovo nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, nel caso le parti si dimostrino incapaci di raggiungere un compromesso.

I tuoi riferimenti storici al Belgio e agli Stati Uniti non ci aiutano. Ovviamente, se guardiamo alle origini storiche di molti degli stati odierni, il caso del Kosovo non è senza precedenti. Delle posizioni intransigenti, sostenute dalla forza e/o da un favorevole contesto geopolitico, hanno frequentemente portato alla creazione di nuovi stati. Ma il mondo non può essere riorganizzato in base ai principi etici e giuridici del nazionalismo del XVIII o del XIX secolo.

La stabilità internazionale non può essere assicurata dalla disintegrazione degli stati multietnici, ma dalla riforma di tali stati e da un accresciuto autogoverno per le popolazioni minoritarie. La principale giustificazione per accordare un'indipendenza condizionata al Kosovo è che la Serbia non è stata in grado di riformare lo stato jugoslavo, così da prendere in considerazione i diritti dei kosovari, e che il successivo tentativo di risolvere la questione con la forza ha avuto l'effetto contrario. Ma ogni eccezione alla regola generale, secondo cui un conflitto etnico andrebbe risolto attraverso la riforma dello stato e non con la dissoluzione degli stati esistenti o attraverso la forza, ha necessariamente delle conseguenze destabilizzanti per l'ordine internazionale. La secessione del Kosovo renderà più difficili altrove i tentativi di mediazione, specialmente nell'ex Unione Sovietica. Una comunità mondiale divisa sul riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo avrebbe ancor più dannose conseguenze sui tentativi per risolvere altri conflitti secessionistici. Possiamo solo sperare che le delegazioni kosovara e serba alle trattative sul Kosovo e gli altri protagonisti coinvolti nel processo del riconoscimento politico mostrino una saggezza pragmatica nei loro sforzi per raggiungere un compromesso ed evitino la retorica intransigente che ha guidato le lotte nazionalistiche dei secoli scorsi.

Tuo,
Bruno


Caro Bruno,

Creare un'efficace "amministrazione transitoria" nel nord, come la comunità internazionale avrebbe dovuto fare nel 1999, costituirebbe un passo positivo. Sfortunatamente, ciò è improbabile che avvenga ora che la presenza internazionale si riduce. Uno speciale regime nel nord, dunque, darebbe luogo ad un quasi stato serbo e, di fatto, alla divisione, specialmente dopo che i leader serbi radicali nel nord hanno rifiutato ogni legame con il Kosovo. La divisione del Kosovo accrescerebbe i problemi intorno alla città divisa di Mitrovica e probabilmente si espanderebbero al Presevo, alla Repubblica ex jugoslava di Macedonia*, e probabilmente alla Bosnia Erzegovina.

Fintanto che il futuro del Kosovo rimarrà incerto, sia gli albanesi che i serbi continueranno a rivolgersi alle loro rispettive comunità per sostenere la loro posizione
La vendetta albanese sui serbi del Kosovo nel 1999 e lo scoppio delle violenze nel marzo 2004 sono stati deplorevoli, come lo è stata l'incapacità internazionale a fermare la violenza. Ma la tua legittima preoccupazione per i serbi del Kosovo sembra accompagnata da un'amnesia storica. Per capire perché l'indipendenza è così importante per gli albanesi è sufficiente ricordare la storia recente: la soppressione illegale e con la forza dell'autonomia del Kosovo nel 1989, la brutale occupazione serba, quasi una forma di segregazione razziale, degli anni '90, e la campagna serba di genocidio del 1999. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, solo la forza avrebbe potuto tenere il Kosovo legato alla Serbia. Una "riforma istituzionale" è fuori luogo a questo punto; e alla luce dell'esperienza degli albanesi con Belgrado è facile capire perché. Né degli equivoci principi relativi al conflitto etnico possono cambiare questa realtà. Il mondo ha finora riconosciuto 5 nuovi stati sorti dalle ceneri della Jugoslavia e 15 da quelle dell'Unione Sovietica. L'indipendenza del Kosovo non influirà sui conflitti nell'ex Unione Sovietica che, come quello in Kosovo, troveranno soluzione in base alle loro specifiche realtà.

E per ritornare al punto iniziale di questo scambio di idee, c'è solo una soluzione che può avere effetto in Kosovo ed è l'indipendenza, in uno stato democratico con pieno rispetto per i diritti umani dell'intera popolazione e della minoranza. Nient'altro potrà essere né giusto né stabilizzante. Nulla di più semplice.

Tuo,
Louis


Caro Louis,

Siamo d'accordo sul fatto che l'indipendenza del Kosovo sia l'unica soluzione praticabile, ma non lo siamo per quanto riguarda i principi normativi che sono alla base di questa posizione. Affermi che le violenze in Kosovo sono state il risultato del mancato riconoscimento della sua richiesta di indipendenza e che le politiche oppressive del governo Milosevic hanno dimostrato che solo la forza avrebbe potuto tenere il Kosovo legato alla Serbia. Ritengo, al contrario, che le violenze siano state il risultato del fallimento della Serbia nel riformare le sue istituzioni statuali. Pertanto, l'indipendenza del Kosovo ha acquisito legittimità solo in conseguenza del rifiuto serbo di accordare forme democratiche di autogoverno alla popolazione kosovara, riforme che avrebbero rispettato il principio di integrità territoriale, e delle politiche oppressive della Serbia. In primo luogo, le nostre divergenze non si riferiscono al riferimento o meno a particolari eventi storici, "l'amnesia storica" a cui fai riferimento, ma piuttosto ai principi morali.

Si dovranno porre delle condizioni di vasta portata per l'esercizio della sovranità del Kosovo
In secondo luogo, non siamo d'accordo su quanto sia necessario un compromesso. Sia a livello interno che internazionale, si dovranno porre delle condizioni di vasta portata all'esercizio della sovranità del Kosovo. Queste sono necessarie per garantire sia i diritti della minoranza che l'accordo in ambito Nazioni Unite. Ma tu evidenzi le conseguenze potenzialmente destabilizzanti delle soluzioni di compromesso che ho menzionato, come il rischio di divisione che potrebbe derivare dai forti poteri attribuiti alle municipalità a maggioranza serba.

In terzo luogo, ritieni che l'indipendenza del Kosovo non influirà su altri conflitti secessionistici e che questi saranno risolti in modo indipendente. Al contrario, io credo che il Kosovo costituisca già e rimarrà un importante punto di riferimento per tutti i conflitti secessionistici. Ciò non vuol dire che la formula di una "indipendenza condizionata" verrà usata per risolvere ogni altro conflitto, ma che il Kosovo comparirà in tutte le discussioni su tali questioni. Le trattative per il Kosovo non riguardano dunque solo il Kosovo. Piuttosto, devono anche affrontare la questione di come si possa trovare una soluzione soddisfacente per un singolo caso senza intaccare la più vasta sicurezza internazionale.

Tuo
Bruno

* La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.