Analisi
La sfida della droga in Afghanistan
I campi della morte: un'efficace politica antidroga afgana deve concentrarsi innanzitutto sulla punizione dei signori della droga e non dei coltivatori.
(© Ufficio sulla droga e il crimine dell'ONU)
Alexia Mikhos esamina la portata della minaccia costituita dalla droga per l'Afghanistan e l'effetto che ha sull'operazione della NATO in quel paese.
La più grande sfida a lungo termine che l'Afghanistan ha di fronte è probabilmente quella costituita dalla produzione illecita di droga e dalle reti criminali ad essa connesse. Infatti, il Presidente Hamid Karzai lo ha riconosciuto due giorni dopo il suo insediamento nel dicembre 2004, ponendo la questione in cima alla sua agenda e proclamando una jihad (guerra santa) contro la coltivazione dell'oppio, la produzione e il traffico di droga.

Nel periodo successivo, sono stati accresciuti gli sforzi per combattere la minaccia della droga e sono stati compiuti alcuni progressi. Allo stesso tempo, comunque, i limiti delle politiche in questo settore sono divenuti sempre più evidenti man mano che diveniva manifesta la portata della sfida.

Dato che la NATO cerca di contribuire a portare pace e stabilità in Afghanistan attraverso le attività di mantenimento della pace della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (ISAF) che essa guida, l'Alleanza includerà la minaccia della droga nel suo campo di operazioni. Ogni minaccia al governo afgano e agli sforzi per costruire un effettivo stato democratico costituisce anche una minaccia alla presenza della NATO nel paese. Inoltre, la coltivazione dell'oppio in Afghanistan costituisce una minaccia diretta per le popolazioni dei paesi alleati nei loro stessi territori.

Le statistiche per il 2005 sono rivelatrici. Secondo l'Ufficio sulla droga e il crimine dell'ONU (UNODC), in Afghanistan si concentra l'87% della produzione e il 63% della coltivazione mondiale di oppio. Si stima che il 52% del prodotto interno lordo dell'Afghanistan, cioè circa 2,7 miliardi di dollari USA, sia stato ottenuto attraverso la coltivazione illegale del papavero. E la produzione di oppio è cresciuta dopo la cacciata dei talebani nel 2001. Nel solo 2004, la produzione di oppio ha raggiunto il 64%, cioè circa 4.200 tonnellate, rispetto alle appena 185 tonnellate del 2001 per effetto di un divieto di coltivazione imposto dai talebani.

Di sicuro, la produzione di oppio è scesa leggermente nel 2005 a circa 4.100 tonnellate. Ciò, comunque, non dovrebbe essere considerato come un positivo cambiamento di tendenza, poiché tale riduzione è principalmente effetto dell'attuale surplus di oppio sul mercato mondiale e di uno scarso raccolto causato da una grave siccità in Afghanistan. Inoltre, ci si attende che le preoccupazioni finanziarie e la pressione sui coltivatori da parte dei signori della droga determinino quest'anno un incremento della coltivazione di oppio in Afghanistan.

Coinvolgimento internazionale

Data la gravità del problema, un intervento immediato è divenuto ora indifferibile. Se, in definitiva, compete alle autorità afgane la responsabilità per la lotta alla droga, anche la comunità internazionale è inclusa in tale responsabilità. Inoltre, già sostiene gli sforzi del governo afgano.

In Afghanistan si concentra l'87% della produzione e il 63% della coltivazione mondiale di oppio
Il Regno Unito, in quanto nazione leader del G-8, è stato il primo ad attivarsi nell'attività antidroga. Anche gli Stati Uniti sono stati coinvolti. Insieme hanno sostenuto il governo afgano, fornendo finanziamenti per programmi al fine di creare fonti alternative di sostentamento e per addestrare la sua Forza speciale antidroga. Il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno assistito anche le autorità afgane istituendo quella che è divenuta la principale agenzia per la lotta alla droga in Afghanistan, la Polizia antidroga dell'Afghanistan. Inoltre, hanno aiutato ad istituire un Fondo fiduciario antidroga e, insieme con l'Italia e l'Ufficio delle Nazioni Unite sulla droga e il crimine, una Forza di giustizia penale.

E' fondamentale, comunque, che un numero ancora più ampio di protagonisti internazionali sia coinvolto in tali sforzi e che lo faccia in maniera coerente. La NATO, sebbene la sua presenza in Afghanistan si concretizzi solo nella Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (ISAF), non può restar fuori da questo problema. Il Piano operativo 10302, il documento guida in base al quale le forze di ISAF dovrebbero operare allorché si espandono nell'Afghanistan meridionale, una importante area per la produzione del papavero, individua il ruolo delle forze della NATO a sostegno degli sforzi afgani nel campo antidroga. Questo include: sostegno logistico, condivisione di intelligence e di informazioni, ed il fornire assistenza all'addestramento per la polizia e l'Esercito nazionale afgano nelle procedure antidroga. Se ISAF deve compiere questi compiti, tuttavia le forze a guida NATO devono evitare di essere coinvolte a tal punto nelle attività antidroga da minare la loro capacità ad attuare i loro compiti fondamentali.

Ciò detto, il successo dipende dall'impegno del governo afgano ad eliminare il problema e compete a Kabul condurre la lotta ed espandere la responsabilità afgana nell'assumere un numero sempre maggiore di compiti antidroga. Infatti, le autorità afgane devono continuare a creare capacità di governo e capacità locali in questo settore per dimostrare che stanno accrescendo le loro capacità antidroga.

Finora, Kabul ha dimostrato delle intenzioni più che buone nell'affrontare ciò che considera una vitale ed incisiva priorità. Alla Conferenza di Londra sull'Afghanistan, in gennaio, il governo afgano ha firmato un Afghanistan Compact, un ambizioso piano per costruire con il sostegno internazionale un migliore futuro per il paese, che prevede la totale eliminazione del problema della droga. A tal fine, si è impegnato a conseguire una serie di risultati nel campo dell'antidroga, tra cui il rafforzamento della sua capacità di polizia; la cooperazione e il coordinamento con i paesi vicini; una notevole riduzione annuale dell'estensione dei terreni coltivati a papavero; ed un incremento del numero di arresti e di processi di trafficanti e funzionari corrotti.

All'inizio di quest'anno, il governo afgano ha anche aggiornato la sua Strategia nazionale di controllo della droga in modo tale che gli sforzi si focalizzino sulle quattro priorità seguenti: rafforzare le istituzioni statali; arrestare il commercio della droga; rafforzare e diversificare le fonti alternative di sostentamento per i coltivatori; e ridurre la domanda di droga e prendersi cura di coloro che ne fanno uso. Inoltre, la Forza centrale per l'eliminazione del papavero è stata dispiegata in varie regioni per avviare l'eliminazione manuale dell'oppio. La Forza speciale antidroga ha anche effettuato con un certo successo delle operazioni di interdizione.

Resta da vedersi quanto questi sforzi producano risultati durevoli e svolgano un decisivo ruolo nel ridurre il problema della droga in Afghanistan. Nel frattempo, i funzionari governativi dovranno soprattutto occuparsi di mettere in atto effettive misure a lungo termine, di mantenere lo slancio e di far in modo che la popolazione continui a sostenere le attività antidroga.

Fonti alternative di sostentamento

Un'efficace politica antidroga afgana deve occuparsi in primo luogo della punizione dei signori della droga e non dei coltivatori. A tal fine, ogni programma di distruzione della coltura deve essere mirato e condotto insieme a sostenibili programmi di fonti alternative di sostentamento. In secondo luogo, dovrebbe fornire incentivi ai coltivatori più poveri - che rappresentano il 10% della popolazione totale afgana - perché rientrino nella legalità, facendo in modo che non tornino a coltivare il papavero e ammortizzando l'effetto economico della riduzione dell'oppio. Infatti, è fondamentale che ci sia un equilibrato uso di "carote" e "bastoni" per far sì che gli afgani vengano alettati e convinti a cooperare sulla questione antidroga.

Il Presidente Karzai ha esplicitato l'importanza che pone nei progetti sulle fonti alternative di sostentamento, chiedendo che gli sforzi internazionali si focalizzino su di essi. Il governo afgano ha anche promesso aiuti ai coltivatori pronti ad abbandonare la coltivazione dell'oppio, che però non è stato ancora capace di attribuire. Nel frattempo, ciononostante, ha portato avanti la distruzione dei campi di papavero. Un tale approccio rischia di mettere alla prova la pazienza e la buona volontà di quei coltivatori che hanno volontariamente abbandonato la produzione del papavero, ma a cui non è stata ancora offerta un'alternativa. Ciò costituisce inoltre un precedente negativo. In ogni caso, la comunità internazionale non ha ancora reso disponibili fondi sufficienti per coprire l'intero Afghanistan.

Di sicuro, le somme necessarie per fornire un'alternativa a tutti i coltivatori che coltivano il papavero in Afghanistan ed assicurare loro di non ricadere nelle attività illecite sono così grandi che è improbabile vengano mai trovate. Inoltre, gli afgani sono ben consapevoli di poter guadagnare più dai papaveri che da qualsiasi altro raccolto. Da qui l'importanza di effettuare un'azione più efficace in favore di fonti alternative di sostentamento per convincere i coltivatori ad evitare la coltivazione illegale del raccolto a più lungo termine.

E', comunque, improbabile che coltivatori e signori della droga abbandonino i loro proficui redditi senza lottare. Intanto, sono limitate le risorse che il governo afgano ha disponibili per fronteggiare i riottosi; la corruzione rimane endemica malgrado le numerose misure anti-corruzione convenute nel Afghanistan Compact; e la Forza centrale di eliminazione del papavero e la Polizia antidroga dell'Afghanistan, che resta una piccola forza, hanno difficoltà ad agire di fronte a tale opposizione. Infatti, l'anno scorso, il governo afgano è stato obbligato a sospendere la campagna di distruzione della coltura nella provincia di Kandahar dopo una dimostrazione di coltivatori arrabbiati, degenerata in scontri con la polizia. Inoltre, la riforma della giustizia, che è fondamentale per combattere la droga attraverso l'incriminazione dei trafficanti di droga, deve ancora aver luogo. La capacità di attuare i programmi dipende perciò in larga misura dalla buona volontà e dalla cooperazione delle autorità locali e dei maggiorenti tribali.

La questione della produzione e del traffico di droga in Afghanistan è complessa e rischia una spiralizzazione fuori controllo. Le soluzioni richiedono approcci a lungo termine, poliedrici e innovativi sia da parte del governo afgano che della comunità internazionale. Tutti coloro che sono coinvolti dovranno mostrare un impegno durevole. Inoltre tale proposito sarà difficile da sostenere: poiché i risultati a breve termine non sono facilmente visibili, l'attenzione internazionale si riduce e insorge la stanchezza dei donatori. Ma, a meno che e finché questa questione non sarà stata risolta, il contesto di sicurezza in Afghanistan richiederà la presenza di una forza internazionale di stabilizzazione.
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