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Intervista
Søren Jessen-Petersen: Protettore del Kosovo
 

(© NATO)

Søren Jessen-Petersen è dal giugno 2004 il Rappresentante speciale in Kosovo del Segretario generale dell'ONU Kofi Annan. Diplomatico danese con vasta esperienza sia di ex Jugoslavia che di rifugiati, è giunto in Kosovo dalla Repubblica ex jugoslava di Macedonia*, dove era stato il Rappresentante speciale dell'Unione Europea dal febbraio 2004. Prima, era stato Presidente dell'Iniziativa regionale sulla migrazione, l'asilo e i rifugiati del Patto di stabilità per l'Europa sud-orientale dove aveva avviato, sviluppato e diretto una strategia per gestire i movimenti di popolazione nei Balcani occidentali. Tra il 1998 e il 2001, ha diretto tutte le operazioni dell'UNHCR nella veste di Assistente Alto Commissario dell'ONU per i rifugiati a Ginevra. Tra il 1994 e il 1998, era stato Direttore dell'Ufficio di collegamento dell'UNHCR presso la sede dell'ONU a New York. Dal dicembre 1995 al settembre 1996, si era stabilito a Sarajevo (Bosnia Erzegovina) come Inviato speciale nell'ex Jugoslavia dell'Alto Commissario dell'ONU per i rifugiati.





Quali sono le principali sfide che il Kosovo ha di fronte?

La sfida globale è costruire un Kosovo stabile, democratico e multietnico. La sfida immediata consiste nel procedere alla progressiva realizzazione di una serie di standard prioritari che abbiamo individuato come fondamentali per creare un Kosovo multietnico. Abbiamo considerato prioritari la sicurezza, lo stato di diritto, la libertà di movimento, il ritorno dei rifugiati e il decentramento, poiché non è realistico cercare di compiere progressi in tutti i settori. Oltre a individuare queste priorità, ci siamo assicurati che il Gruppo di contatto li approvasse e che valuterà quali progressi siano stati fatti nella loro realizzazione a metà del 2005 in previsione di avviare un processo che conduca alle trattative sullo status in caso di valutazione positiva. In questo modo, abbiamo un percorso approvato, che è ben compreso sia a Pristina che a Belgrado. L'altra grande sfida è l'economia. Infatti, l'economia può essere la sfida più grave, perché se non facciamo progressi in questo settore, anche nel breve termine, rischiamo la futura instabilità.

Dopo lo scoppio delle violenze nel marzo di questo anno, ogni organizzazione internazionale ha esaminato che cosa sia andato storto. Quali lezioni le Nazioni Unite hanno tratto da questo evento?

Penso che abbiamo tratto le stesse conclusioni delle altre istituzioni quanto a ciò che ha condotto allo scoppio delle violenze, al nostro livello di preparazione e al modo in cui abbiamo risposto. La maggior parte è ora d'accordo che molti fattori hanno contribuito allo scoppio delle violenze. È stato in parte l'effetto della frustrazione per la mancanza di progressi in campo economico, in parte della frustrazione riguardo alla situazione della sicurezza, ed in parte dell'incertezza per l'assenza di una chiara visione del futuro. Avendo analizzato le ragioni dello scoppio delle violenze, c'è ora un nuovo senso di urgenza da parte della comunità internazionale per risolverne alcune delle cause.

Non vi è dubbio, comunque, la violenza non paga. Infatti, da marzo ci sono stati molti arresti e sia i giudici locali che quelli internazionali lavorano per sottoporre i responsabili alla giustizia. Ma dato che mantenere lo status quo avrebbe portato solo ad ulteriori violenze, non potevamo semplicemente ignorare le cause delle violenze di marzo. Per questa ragione si è ora d'accordo che un’operazione per tenere la situazione sotto controllo in Kosovo non può durare ancora a lungo. Inoltre, abbiamo concepito una nuova strategia con un accelerato modo di procedere che si concentra su alcuni standard prioritari.

Affrontando problemi come la mancanza di protezione per le minoranze, la mancanza di libertà di movimento, la sicurezza, lo stato di diritto e la mancanza di progressi nel ritorno dei rifugiati, affrontiamo le legittime preoccupazioni delle minoranze. Allo stesso tempo diciamo agli albanesi del Kosovo che se, e solo se, ci sarà un dimostrabile e significativo progresso in questi settori, potremo procedere.


In seguito agli eventi di marzo, è facile essere pessimisti sullo stato del processo di pace. C'è anche posto per l'ottimismo?

Prima di tutto, penso sia importante dire che da marzo c'è stato solamente un serio, etnicamente motivato, caso di violenza. Ciò accadeva all’inizio di giugno. Abbiamo appena superato quattro settimane di campagna elettorale e non c'è stato un solo incidente serio. Per quanto riguarda la sicurezza, sia KFOR che UNMIK hanno imparato molto dopo marzo. Ora siamo meglio preparati. Ci coordiniamo meglio l'un con l'altro. Abbiamo migliori meccanismi di risposta. Abbiamo investito nell'addestramento antisommossa. E siamo migliorati nella raccolta di dati di intelligence sia individualmente che lavorando insieme con il Servizio di Polizia del Kosovo. Di conseguenza, penso che il contesto di sicurezza sia già migliorato in modo significativo.

In secondo luogo, credo che ci sia posto per un molto, molto cauto grado di ottimismo. La ragione di ciò è che mentre fino ad oggi il Kosovo ha costituito essenzialmente un'operazione per tenere la situazione sotto controllo, ora abbiamo per la prima volta un programma approvato per la provincia. Lo status è finalmente in agenda e ciò ci porta ad usare sia la carota che il bastone. In molti modi, dunque, sarà più facile far procedere il processo di pace. Ciò detto, dato che ci avviciniamo ulteriormente alle trattative sullo status, la situazione rischia di divenire più complicata e la sicurezza potrebbe facilmente divenire di nuovo un problema.


Dal dicembre di quest'anno, l'Unione Europea assume la responsabilità per la sicurezza quotidiana in Bosnia Erzegovina. Una soluzione simile sarebbe altrettanto valida in Kosovo nel prossimo futuro?

Come la Bosnia Erzegovina, il Kosovo è in Europa. Il futuro di questa provincia si trova in Europa. A prescindere da ciò che emerge dai colloqui sullo status, è un punto di vista europeo quello che guiderà questo processo. Di conseguenza, penso sarebbe molto logico da parte nostra cominciare a guardare avanti già da ora a quali dovrebbero essere le soluzioni successive a UNMIK. Infatti, direi che UNMIK ha già cominciato un graduale processo di disimpegno. Questo processo non dovrebbe, comunque, riguardare la riduzione graduale dell'intera presenza internazionale, ma piuttosto organizzare una transizione. Senza tener conto dei colloqui sullo status, credo che ci sarà bisogno di una qualche presenza internazionale, sia militare che civile, per molti anni a venire. Dato che il Kosovo si trova in Europa ed il suo futuro è in Europa, dovremmo fare affidamento sulle istituzioni europee perché assumano un maggiore ruolo.

In quanto Rappresentante speciale del Segretario generale dell'ONU in Kosovo, ha estesi poteri; alcuni analisti ritengono che questi poteri rischiano di minare le prospettive di democrazia in Kosovo. Di quanto potere necessiterebbe chi si trovasse nella Sua posizione per contribuire a favorire il processo di pace?

I poteri sono estesi e basati sulla UNSCR 1244. Ciò detto, sono considerevolmente più ridotti di quanto non fossero nel 1999, dato che negli ultimi tre o quattro anni i miei predecessori hanno già trasferito notevoli poteri alle autorità locali. Inoltre, anch'io, sono nella fase di trasferire maggiori poteri alle autorità locali. Infatti, mi preparo a trasferire quasi ogni potere che non sia collegato specificamente alla questione della sovranità, perché non posso farlo a causa della UNSCR 1244. Ora stiamo creando nuovi ministeri e stiamo "kosovizzando" l'economia ed altri settori. Ciò è anche essenziale quando si tratta di preparare l'eventuale amministrazione locale, qualunque sia il risultato delle trattative sullo status definitivo della provincia.

Un problema che stiamo affrontando è che le capacità locali non necessariamente esistono. Ciò detto, non credo che questo sia una ragione valida per non procedere con il trasferimento dei poteri. È semplicemente una ragione per aumentare la nostra attenzione sulla creazione di capacità locali. Ma mentre affidiamo sempre più competenza alle autorità locali, dobbiamo insistere su una maggiore responsabilità ed essere pronti a prendere provvedimenti nei confronti delle autorità che non adempiono.


Dato che solo l'1% dei Serbi del Kosovo ha votato nelle recenti elezioni, come intende persuaderli a partecipare alla vita politica della provincia?

Questo è evidentemente una delle grandi sfide immediate. Non partecipare e attuare un boicottaggio, come molti politici serbi hanno fatto, non è difficile, perché ci sono molte buone ragioni perché i Serbi del Kosovo non desiderino parteciparvi. Dobbiamo riconoscerlo. Ma ciò che non accetterò mai sono i deplorevoli modi usati per rafforzare il boicottaggio. Ciononostante, il dato di fatto è che meno dell'1% ha partecipato, perché non volevano partecipare o perché erano stati intimiditi.

Cercheremo ora di lavorare con i legittimi rappresentanti eletti della comunità serba. I Serbi eletti lo sono stati legittimamente perché il dettato costituzionale in Kosovo è tale che dei seggi vengono riservati alle minoranze, senza tener conto del numero di voti ricevuti, così da tutelarle. I Serbi della provincia, perciò, sono i legittimi rappresentanti, sebbene ci sia un punto interrogativo sulla credibilità di questi rappresentanti. Infatti, sono essi stessi preoccupati per la mancanza di credibilità agli occhi della gente che si suppone rappresentino. Il solo modo in cui possiamo affrontare ciò e le preoccupazioni di tutti quei Serbi che o hanno scelto di non votare o sono stati intimiditi perché effettuassero il boicottaggio è quello di compiere immediati progressi nei settori prioritari che ho elencato.

Abbiamo bisogno, soprattutto, di affrontare la questione della libertà di movimento, dato che questo rimane un importante problema. Infatti, ci sono villaggi in Kosovo che sono ancora circondati da filo spinato e che dipendono dalla protezione di KFOR. Promuovere il decentramento è un altro modo per persuadere alcuni Serbi del Kosovo. Se, per esempio, sono in grado di assumersi la responsabilità dei problemi locali, come provvedere ai servizi locali, nei municipi in cui costituiscono maggioranza, dovrebbero cominciare a percepire che, dopo tutto, hanno un futuro in Kosovo e un interesse nel partecipare al processo di pace. I pochi Serbi che vivono nel nord del Kosovo vicino alla Serbia possono ritenere che hanno poco da perdere boicottando le elezioni. Ma la maggioranza dei Serbi del Kosovo, quella che vive nel Kosovo meridionale, è chiaramente perdente. Ora dobbiamo tendere una mano a loro e ad altri preoccupati della propria sicurezza, dei diritti umani e del futuro.


Come ha detto, le trattative sullo status definitivo del Kosovo probabilmente inizieranno a metà del prossimo anno. Come immagina queste discussioni, e che cosa si augura che emerga da queste?

E' ancora troppo presto. Penso che sia probabile che tutti i principali protagonisti - Belgrado, Pristina, paesi chiave, il Gruppo di contatto ed il Consiglio di sicurezza - avvieranno delle informali riflessioni all'inizio del prossimo anno, mettendo a fuoco le modalità dei colloqui sullo status, cioè, chi, dove e come, e poi i principi. Alcuni dei principi sono probabilmente ovvi, altri meno. Posso immaginare una situazione in cui certe parti cerchino di limitare le scelte e possibilmente cerchino di raggiungere un accordo su ciò che non dovrebbe essere in agenda. In primo luogo, ciò che è importante è trovare l'accordo sui principi e circa le modalità per le trattative sullo status.

Alcuni analisti ritengono che i Balcani richiedano di indire un'importante conferenza internazionale per affrontare tutte le questioni insolute in un unico momento, come si è fatto con il Congresso di Berlino nel XIX secolo. Come considera una tale ipotesi?

Se facessimo così, resteremo probabilmente qui fino al XXII secolo. Non è questo il modo di procedere.

Quanto pensa che le Nazioni Unite debbano ancora rimanere in Kosovo nella forma attuale?

Penso che le Nazioni Unite già dall'inizio del prossimo anno cominceranno un'importante ristrutturazione delle loro operazioni. Questa ristrutturazione sarà sulla base del modo di procedere che ho indicato più volte, concentrarsi sugli standard prioritari, effettuare un riesame degli standard, collaborare con le parti per averne una positiva valutazione, e quindi passare alle trattative sullo status del Kosovo. Gestire il Kosovo durante tale processo sarà sia critico che difficile. Perciò, penso che dobbiamo ristrutturare UNMIK in modo tale che sia meglio equipaggiata per rispondere alle esigenze di questo processo. Credo anche che in questa ristrutturazione, dovremmo cominciare già a guardare a ciò che seguirà a UNMIK. A prescindere da ciò che emergerà dalle trattative sullo status, le Nazioni Unite devono prevedere di ridurre le proprie operazioni e passarne la responsabilità ad altre organizzazioni e alle autorità locali.

...inizio...

* La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.