|
Grandi aspettative
Ronald D. Asmus passa in rassegna le sfide che i paesi dell'Europa centrale e orientale hanno davanti entrando a far parte dell'Unione Europea e della NATO.
Lo scorso decennio è stato per lo
più positivo per l'Europa centrale e orientale. Il comunismo è caduto,
la Guerra fredda è terminata e l'Unione Sovietica si è dissolta.
I paesi dal Baltico al Mar Nero hanno riconquistato la
loro indipendenza e hanno istituito con successo nuovi
sistemi politici ed economici, democratici e basati sul
libero mercato. Ad eccezione della ex Jugoslavia, la
regione ha in gran parte evitato il ritorno del nazionalismo
autoritario, che molti commentatori temevano di veder
risorgere in seguito alla scomparsa del comunismo.
Anche per quanto riguarda la politica estera, questi paesi hanno avuto successo. Gli antichi dissidenti, diventati diplomatici e uomini di stato, hanno negoziato soluzioni morbide riguardo al ritiro delle truppe sovietiche e allo smantellamento pacifico del Patto di Varsavia. Si sono poi concentrati su un obiettivo che a quel tempo sembrava utopistico, assai desiderabile ma praticamente irraggiungibile: ricongiungersi all'Occidente, dal quale erano stati artificialmente separati per quasi mezzo secolo, aderendo all'Unione Europea e alla NATO. Volevano garantire la loro indipendenza da poco conquistata attraverso queste istituzioni e acquisire quel grado di sicurezza che molti, nella metà occidentale del continente, davano per scontata.
Questi obiettivi sono stati ora conseguiti. Con gli storici allargamenti della UE e della NATO avviati nei vertici di Copenaghen e di Praga, l'Europa centrale e orientale viene ad essere saldamente ancorata all'Occidente. Lo storico dilemma di essere dei paesi deboli, compressi tra Germania e Russia, è stato risolto. Questi paesi saranno ora parte di quelle strutture occidentali nelle quali la stessa Germania è saldamente inserita. E tali strutture consentiranno ora a questi paesi di avere relazioni con il loro vicino orientale in uno spirito di partenariato, ma da una posizione di forza. Alla base di tutto ciò sta una garanzia di sicurezza data dal più potente paese del mondo, gli Stati Uniti.
Alle volte, sembra quasi una favola simile ad Alice nel paese delle meraviglie. In una regione dove la storia si è mostrata spesso crudele e i buoni hanno troppo spesso perduto tutto, costoro per una volta hanno trionfato. Nei primi anni '90, un quotidiano americano pubblicava una vignetta la cui didascalia diceva: "Europa orientale: non è lì che cominciano le guerre?". Oggi non vi sono guerre prevedibili e la regione è palesemente più democratica e meno minacciata di quanto non lo sia stata in alcun momento della storia recente. Il centro di gravità dell'Occidente si è spostato di diverse centinaia di chilometri ad est, un fatto che si riflette nel linguaggio che ora utilizziamo per descrivere la regione. Non più di una decina di anni fa, utilizzavamo ancora l'espressione "Europa orientale", ora facciamo riferimento a quei paesi indicandoli come Europa centrale e orientale ed utilizziamo piuttosto l'espressione Europa orientale per riferirci all'Ucraina.
In tale contesto, difficilmente si può rimproverare ai popoli dell'Europa centrale e orientale di volersi risollevare e di voler godere di questi successi, forse fumando un sigaro e assaporando un bicchiere di vino prodotto in una delle aziende sviluppatesi e ammodernate della regione. Ma allorché la regione sembrava pronta a realizzare questo storico trionfo, delle nuove ed oscure nubi sono apparse all'orizzonte. Il paradosso sta nel fatto che allorquando i popoli dell'Europa centrale e orientale giungono alla loro destinazione in Occidente, l'Alleanza occidentale, per congiungersi alla quale tanto hanno fatto, sembra sempre più nel caos. In seguito allo scontro transatlantico per i differenti atteggiamenti riguardo alla minaccia costituita dall'Iraq, sono apparse delle crepe nelle fondamenta di quelle fondamentali istituzioni che i popoli dell'Europa centrale e orientale ritenevano in grado di modellare e garantire il loro futuro: l'Unione Europea e la NATO. Le istituzioni cardine, che molti consideravano essere gli elementi più o meno permanenti di un nuovo ordine nel campo della sicurezza dopo la Guerra fredda, appaiono improvvisamente a rischio di disfacimento.
Se queste possono essere o saranno riparate una volta normalizzata la situazione in Iraq, o se le crepe costituiscono appena l'inizio di una più fondamentale ristrutturazione transatlantica ed europea, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che l'Occidente è entrato in acque più incerte e turbolente. Le nuove minacce del XXI secolo sono passate dall'astrazione teorica alla realtà. E fino ad oggi l'Occidente non è riuscito a dare una risposta comune per affrontarle. Per una volta, l'Europa centrale e orientale non costituisce l'epicentro di questa nuova turbolenza geopolitica. Ma il suo effetto sulla regione e sulle istituzioni, nelle quali ha riposto la propria prosperità e la propria sicurezza future, è probabile che sia profondo. Guardando avanti, tre rilevanti sfide possono essere individuate nel prossimo decennio. La prima attraversa l'Atlantico; la seconda è interna all'Europa; e la terza è insita in ciascuno di questi paesi.
La sfida atlantica
La prima sfida con cui dovrà confrontarsi l'Europa centrale e orientale sarà quella atlantica. Avendo vissuto nel XX secolo in condizioni geopolitiche di difficile vicinato, i popoli dell'Europa centrale e orientale avevano ben presenti le motivazioni che spingevano ad aderire alla NATO. L'adesione alla NATO avrebbe fornito la difesa contro la residua minaccia russa, come pure l'ombrello di sicurezza sotto il quale questi paesi avrebbero potuto integrarsi e riprendersi da quarant'anni di comunismo. Ciò implicava una garanzia di sicurezza da parte degli Stati Uniti, un paese nel quale si può riporre fiducia perché non ha mai nutrito propositi alternativi sulla regione. L'impegno della NATO nella regione è stato considerato da molti come una precondizione alla soluzione di una vasta serie di problemi, che vanno dalle relazioni bilaterali con la Germania, alle rivalità regionali, e, forse più importante, a facilitare la normalizzazione delle relazioni con la Russia.
L'inchiostro non si è ancora del tutto asciugato sui protocolli di adesione della seconda tornata di allargamento della NATO, quando l'Alleanza si è trovata essa stessa in una crisi fondamentale provocata dal disaccordo sull'Iraq. Sicuramente, questa non è stata la prima crisi transatlantica ed era ovviamente evitabile, in quanto effetto degli errori commessi da quasi tutti i principali protagonisti. Il fatto che il tentativo dell'Occidente di affrontare un dittatore totalitario sia terminato in una grave incrinatura della NATO, dell'Unione Europea come pure delle Nazioni Unite, difficilmente può testimoniare in favore dell'acume diplomatico di chicchessia.
Ma oltre agli aspetti specifici dell'Iraq, gli ultimi mesi
hanno rivelato differenze più profonde al suo interno e attraverso l'Atlantico
che è probabile
abbiano delle conseguenze per qualche tempo. E il dibattito sulle cause di questo
scontro è foriero di conseguenze politiche.
Ad una estremità vi è ciò che potrebbe definirsi una scuola "strutturalista" di analisti i quali ritengono che la crescente asimmetria di potenza stia rimodellando in modo fondamentale il modo americano ed europeo di vedere il mondo. Molti appartenenti a questa scuola sostengono che una frattura sia sempre più probabile, se non inevitabile. Agli antipodi vi è chi ritiene che questo conflitto non sia inevitabile e che sia ampiamente imputabile al differente effetto che l'11 settembre ha avuto sul modo di pensare americano ed europeo, aggravato dagli errori dei leader di entrambe le sponde dell'Atlantico. In altre parole, il problema reale consiste nell'assenza di una condivisa finalità strategica.
Delle analisi così differenti conducono a differenti ricette politiche per il futuro. Se il problema si radica in una profonda, crescente e immutabile asimmetria di potenza e di prospettiva, allora vi sono poche probabilità di risolverlo nel breve periodo, se mai. Le implicazioni di questa linea di pensiero per le relazioni transatlantiche sono chiare e sfavorevoli. L'Europa ha cessato di essere il grande problema strategico che era nel XX secolo e non sarà in futuro un importante partner strategico degli Stati Uniti. E la NATO non sarà un'istituzione fondamentale allorché Washington si confronterà con le sfide del futuro, perché è improbabile che diventino superabili le differenze sulla visione del mondo, le priorità e l'uso della forza.
Una seconda scuola è meno radicale. Questa vuole preservare
la NATO, ma vuole evitare il tipo di dibattiti dirompenti che hanno praticamente
spaccato l'Alleanza negli ultimi mesi. Il suo motto è: "limitare i danni". I
suoi sostenitori ritengono che la NATO debba essere mantenuta per salvaguardare
un legame transatlantico e per sostenere un insieme di forze militari che può essere
riunito su una specifica base, se e quando necessario, per dar vita a delle coalizioni
volontarie. Allo stesso tempo, tali sostenitori evitano con cura di spingere
apertamente
l'Alleanza ad assumere delle nuove missioni impegnative al di fuori dell'Europa,
perché troppo grande è il pericolo di profonde divergenze che paralizzerebbero
l'Alleanza. Piuttosto che contare sull'Europa nel suo insieme, che agisca attraverso
la NATO, gli Stati Uniti dovrebbero accettare il fatto di poter prendere in considerazione
solo un più piccolo gruppo di alleati. Di fronte ad un'Europa più vasta e più indecisa,
Washington dovrebbe concentrarsi meno sulle istituzioni e più sulla ricostituzione
di legami bilaterali con quei paesi che condividono i suoi punti di vista e le
sue priorità.
Una terza scuola di pensiero perviene ad un'altra conclusione ancora, cioè che l'Alleanza può solo salvarsi attraverso una radicale riforma che renda nuovamente armoniose le prospettive strategiche su entrambe le sponde dell'Atlantico. Una volta che la situazione si sarà normalizzata in Iraq, questa proporrebbe una strategia "che metta insieme i cocci", focalizzata sull'affrontare queste nuove minacce, per far sì che il rapporto transatlantico venga di nuovo ricomposto. Questa scuola ritiene che il miglior modo per rimarginare le ferite causate dalla crisi irachena sia quello di avviare dei nuovi progetti che dimostreranno la capacità della NATO di voltare pagina e di compattarsi sulla necessità di gestire le nuove sfide. Si invocherebbe il retaggio e lo spirito dei padri fondatori dell'Alleanza per promuovere la rinascita della cooperazione transatlantica.
Per i paesi dell'Europa centrale e orientale è chiaro che l'Alleanza, alla quale si apprestano ad aderire, non è il meccanismo ben oleato che essi pensavano fosse. Al contrario, entrano in un'Alleanza nel bel mezzo di un suo dibattito interno sempre più dirompente riguardante la sua finalità e il suo orientamento strategico futuro: un dibattito cui dovranno partecipare da subito.
Al centro del dibattito vi è la questione della finalità della
NATO in un mondo postcomunista in cui la pace in Europa è sempre più garantita,
ma in cui stanno sorgendo nuove minacce esterne all'Europa. E la questione centrale
che tutti gli alleati, vecchi e nuovi, devono affrontare è se vogliono combattere
le nuove minacce del XXI secolo su una base transatlantica e se l'Alleanza può e
deve essere trasformata in un contesto per organizzare tali azioni.
Queste non sono questioni facili per i paesi dell'Europa centrale e orientale. In un mondo ideale, molti in questa regione sarebbero stati probabilmente contenti che la NATO rimanesse più o meno ciò che era allorché avanzarono la loro richiesta di divenirne membri. In merito all'entità dell'impegno che essi vorrebbero che la NATO assumesse riguardo alle nuove missioni, la vorrebbero vedere concentrata sui "territori immediatamente adiacenti ai loro" e focalizzata sul completamento del lavoro nei Balcani, sulla stabilizzazione dell'Ucraina, sulla democratizzazione della Bielorussia, estendendosi forse fino all'Asia centrale e al Caucaso e cercando di contribuire all'enorme progetto di cercare di trasformare la Russia in un paese europeo normale e democratico.
Ma sanno che tali priorità non sono necessariamente condivise, non certo dagli Stati Uniti. Da un punto di vista americano, il problema della guerra e della pace sul continente è stato ampiamente risolto e le più pressanti sfide strategiche provengono ora da fuori dell'Europa. Se la NATO vuole rimanere fondamentale per la politica estera americana, deve affrontare quelle sfide che sono fondamentali per la sicurezza americana e per quella di un Occidente più vasto. Per i paesi dell'Europa centrale e orientale ciò significa che se vogliono che gli Stati Uniti rimangano pienamente impegnati in Europa, devono allora unirsi a Washington nel propugnare questa più vasta trasformazione dell'Alleanza, anche se ciò significa che l'Alleanza andrà in una direzione che alcuni paesi dell'Europa centrale e orientale possono trovare difficile sia politicamente che militarmente. In qualche modo, molti leader dell'Europa centrale e orientale, forse perché non coinvolti nel dibattito interno dell'Alleanza ai tempi della Guerra fredda, hanno avuto meno perplessità e sono stati più reattivi a sostenere l'azione "fuori area" della NATO. La prima tornata di nuovi membri ha dovuto affrontare la prova della guerra in Kosovo; la seconda tornata ha affrontato lo stesso problema nel sostenere Washington riguardo all'Iraq. In entrambi i casi, i leader della regione hanno guardato alla loro storia per assumere una posizione risoluta sulla necessità per l'Occidente di utilizzare la propria potenza per allontanare i dittatori.
Durante la crisi irachena, gli Americani si sono compiaciuti
nel vedere i leader dell'Europa centrale e orientale sostenerli e rievocare la
loro esperienza storica di regimi totalitari. Ciò conferma l'antica speranza
americana che questi paesi avrebbero apportato nuove energie, vigore ed entusiasmo
nell'Alleanza.
Ma il sostegno dell'Europa centrale e orientale ha anche i suoi limiti. Le capacità di questi nuovi alleati sono ancora modeste, specialmente nella prospettiva di future spedizioni militari. Mentre le élite rimangono fortemente filoatlantiche, l'intensità di un tale sentimento nelle società della regione può essere differente. Nella regione, il sostegno per la NATO si è ridotto in maniera significativa in seguito alla campagna in Kosovo e l'opposizione popolare alla guerra nel più vasto pubblico è stata almeno così forte come in alcuni paesi dell'Europa occidentale. Può darsi che le recenti esperienze di dittatura abbiano reso queste società più desiderose di resistere e di difendere la libertà che non alcuni paesi dell'Europa occidentale. Ma lo Slovacco o il Rumeno medio comprendono realmente le problematiche dell'Afganistan, dell'Iraq o del Medio Oriente meglio del loro equivalente francese o tedesco? Politicamente, saranno questi paesi in grado di mantenere il sostegno per Washington di fronte all'opposizione delle principali potenze europee?
Molti Americani sperano in modo palese che tutti i paesi dell'Europa centrale e orientale si trasformino in altrettanti solidi alleati come la Polonia odierna, fortemente filoatlantici, desiderosi di ottemperare ai loro impegni NATO e più capaci di far ciò man mano che le loro economie si svilupperanno maggiormente. Molti Europei occidentali, d'altro canto, sembrano considerare la propensione per l'atlantismo di questi paesi come un fenomeno temporaneo e passeggero. Quale via l'Europa centrale e orientale imboccherà nel corso del tempo è una questione fondamentale alla quale i leader di questa regione dovranno rispondere da sé.
La sfida europea
La seconda sfida che l'Europa centrale e orientale ha davanti a sé, è la stessa Europa. Ed è incentrata sulla futura Unione Europea e, più generalmente, sull'integrazione europea. Il loro futuro può in qualche modo essere tanto incerto quanto quello del rapporto transatlantico. Poiché, se è stata la frattura che attraversa l'Atlantico a causa dell'Iraq a ricevere la maggiore attenzione negli ultimi mesi, un'altra serie di crepe si è evidenziata per tutto il continente tra i membri della UE, sia attuali che futuri. In una certa misura, queste crepe sono attribuibili alle stesse divergenze sull'Iraq che hanno diviso la NATO, ma, come nella NATO, mascherano anche una profonda divergenza sulla finalità dell'Unione Europea, su chi debba parlare per l'Europa e sul modo in cui modellare i rapporti con gli Stati Uniti.
Dato che sono un Americano che ritiene che una forte Europa sia nell'interesse dell'America e che desidera vedere l'Unione Europea diventare un protagonista più coerente e unificato, non posso fare a meno di chiedermi se anch'essa non si stia spingendo in acque sempre più pericolose. Vi è, ovviamente, la ben nota lista di problemi e di questioni irrisolte nell'agenda dell'Unione Europea: crescita economica stagnante, riforme strutturali, problemi di bilancio e una riforma costituzionale. E, in seguito alla crisi irachena, possiamo aggiungere alla lista una crescente divisione tra le principali potenze dell'Unione Europea su chi può rappresentare l'Europa e sul modo in cui modellare i rapporti con gli Stati Uniti. Dato che la Francia e la Germania hanno agito contro Washington riguardo all'Iraq e nel farlo hanno usato la bandiera europea, hanno provocato delle reazioni senza precedenti alla loro pretesa di parlare in nome dei governi europei.
La cosiddetta "Lettera degli otto" ha reso ciò manifesto più di ogni altra cosa. Pubblicata in risposta alla dichiarazione franco-tedesca sull'Iraq in occasione dell'anniversario del Trattato dell'Eliseo, era concepita innanzitutto e soprattutto per contrastare ciò che i paesi estensori consideravano come una deriva verso l'antiamericanismo. Ma era inoltre intesa come un colpo d'avvertimento indiretto a Parigi e a Berlino per far loro intendere che non erano più accettabili le vecchie regole del gioco, in base alle quali era sufficiente che Francia e Germania si riunissero ed emettessero una dichiarazione in nome dell'Europa. Se si guardano da vicino i motivi di paesi come Italia e Spagna ed anche Polonia, si constata che questi paesi stavano lanciando un avvertimento: di non essere più disposti a vedere i loro punti di vista ed interessi ignorati da Parigi e da Berlino, e sicuramente non una questione così importante come il futuro delle relazioni transatlantiche.
Certo, molti commentatori francesi e tedeschi minimizzano l'importanza della "Lettera degli otto", come pure quella della successiva "Lettera dei dieci di Vilnius", considerandole aberrazioni con quanto mai minime conseguenze a lungo termine. In privato, costoro lasciano intendere che il Primo Ministro inglese Tony Blair sta per perdere la sua partita sull'Iraq, che il Primo Ministro spagnolo José-Maria Aznar lascerà presto il proprio incarico, che il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi non è importante e che i paesi dell'Europa centrale e orientale diventeranno più docili allorché realizzeranno il prezzo che pagheranno per il loro comportamento. A Londra e a Madrid, si assiste all'opposto scenario. Lì non ci si attende che i fatti diano ragione a Blair, quanto alla guerra in Iraq, ma che costui sia pronto a continuare il duello e l'ulteriore sfida al duopolio franco-tedesco avanzando una forte richiesta di leadership inglese in Europa. In privato, alcuni funzionari inglesi lasciano intendere che è tempo che il ruolo e la statura di paesi come Italia e Spagna come pure dei nuovi membri della UE dell'Europa centrale e orientale vengano rivalutati per fornire al mondo un aspetto più rappresentativo dell'Europa. Questo problema non dovrebbe scomparire presto, al di là di quelli che saranno i risultati della crisi irachena. I fautori dell'integrazione europea rimangono fiduciosi: l'Unione Europea ha già conosciuto precedentemente delle crisi simili e ne è sempre uscita più forte. Costoro ritengono che si tratti di semplici incidenti di percorso sul grande cammino della storia e che in una visione più ampia l'integrazione europea sia del tutto inarrestabile.
Per i popoli dell'Europa centrale e orientale, abituati ad ascoltare le solite nenie ufficiali riguardo a successi spacciati per garantiti, tali argomenti non necessariamente hanno un suono rassicurante. Ma lasciando da parte ciò, se vi è una lezione che dovrebbe essere divenuta chiara negli ultimi mesi, è che la salute e la vitalità future dell'Unione Europea e della NATO sono intrinsecamente ed inevitabilmente interconnesse. È facile presumere che se la NATO fallirà, l'Unione Europea entrerà in stallo oppure assumerà su di sé la missione della sicurezza e della difesa. Se mai, gli ultimi mesi hanno mostrato che quando la NATO è nei guai l'Unione Europea di solito la segue - e viceversa.
Per questa ragione, si rivela potenzialmente pericoloso ogni tentativo di suscitare le tendenze unilateraliste di Washington per rimodellare l'Unione Europea quale contrappeso agli Stati Uniti. Mentre una diabolica alleanza tra gli Americani unilateralisti e gli Europei antiamericani può produrre ulteriori danni all'Alleanza Atlantica, è poco probabile che la conseguenza sia un'Europa più forte, ma piuttosto un'Europa più frammentata e più debole.
Per tutti gli anni '90 il "ritorno all'Europa" ha costituito uno dei motivi dominanti dell'Europa centrale e orientale, una forza che ha condotto i paesi della regione ad impegnarsi duramente per cercare di raggiungere l'Europa occidentale. Peraltro, ancora una volta si rendono conto che, mentre sono vicini al conseguimento del loro sogno di aderire ad una fondamentale istituzione occidentale che ritenevano avrebbe garantito il loro futuro, la scoprono solo divisa, malfunzionante in alcuni settori e in potenziale crisi. Prenderanno il loro posto al tavolo della UE e ci si attenderà che partecipino a queste discussioni polemiche sin dal primo giorno.
Su questioni che vanno dal come l'Europa dovrebbe essere organizzata alle relazioni transatlantiche, la tendenza naturale di molti di questi paesi sarà quella di essere dalla parte del Regno Unito. L'Europa centrale e orientale considera la potenza e l'influenza americana come una opportunità di cui avvalersi, non come un problema con cui confrontarsi. In quanto piccoli e medi paesi, le loro tendenze su come l'Europa dovrebbe essere strutturata e governata si indirizzeranno non verso una forma federalista, bensì verso soluzioni intergovernative. Avendo aderito da poco all'Unione Europea, saranno riluttanti ad intraprendere progetti di vasta portata e riguardanti l'integrazione, che li forzerebbero a delegare parte della loro sovranità a Bruxelles. Soprattutto vorranno mantenere una presenza ed un'influenza americana nelle questioni europee. Molti di essi vogliono ancora che in Europa vi sia più America e non il contrario.
Peraltro, questi paesi eviteranno anche di contrariare le due principali potenze continentali, Francia e Germania, del cui peso politico ed economico sono ben consci. Una cosa è confrontarsi con Parigi e Berlino in una specifica occasione e su un determinato argomento. Ben altro è perseguire una linea politica che li conduca a confrontarsi con questi due paesi su tutta una serie di questioni - specialmente se la loro opinione pubblica è tiepida, come lo è stata nel caso dell'Iraq. Di sicuro, il punto di partenza iniziale per i popoli dell'Europa centrale e orientale sarà di evitare di scegliere. Come in una famiglia in crisi, vorranno semplicemente che madre e padre si riconcilino, mettano da parte le loro divergenze e tornino di nuovo insieme. Ma la vita non è sempre così semplice. In realtà dovranno imparare in fretta a difendersi nelle difficoltà delle politiche dell'Unione Europea.
La sfida interna
La terza sfida che l'Europa centrale e orientale deve affrontare è interna agli stessi stati. Consiste nella capacità di questi paesi a proseguire il processo avviato nel 1989 di riforma politica ed economica e nel ricostruire le loro società. Di sicuro, una straordinaria parte di tale processo è stata compiuta. In effetti, una delle chiavi del successo dell'Europa centrale e orientale negli anni '90 è stata la capacità di attuare le riforme più rapidamente e in maniera più sostenuta di quanto molti in Occidente ritenessero possibile. Ciò detto, oggi si ha anche una più seria valutazione di quanto danno quattro decadi di comunismo abbiano arrecato a tali paesi e di quanto in ritardo siano rispetto all'Occidente e di quanto sia probabile che vi restino per molto tempo ancora.
Inoltre, sono ovunque evidenti i segni di un faticoso rinnovamento in società che nel passato decennio sono state sollecitate senza mezzi termini a cambiare. I risultati delle riforme non sono sempre buoni e i frutti del progresso non sono sempre ugualmente distribuiti. Le generazioni più giovani nei paesi dell'Europa centrale e orientale hanno prospettive di lavoro e di carriera che i loro genitori non avrebbero mai potuto immaginare. Pur tuttavia, altri sono rimasti indietro o hanno trovato difficile adattarsi alle esigenze di un nuovo sistema politico ed economico. La diffusione della corruzione compromette l'attrazione del capitalismo e i benefici non equamente distribuiti dell'economia di mercato continuano ad alimentare la nostalgia per la sicurezza offerta dal socialismo di stato, se non altro in alcuni ambienti.
Un'ondata iniziale di leader riformisti favorevoli all'Occidente va gradualmente ritirandosi, molti esausti per le battaglie dello scorso decennio. I loro successori comprendono una generazione più giovane di riformisti altrettanto impegnati, come pure di populisti che cercano di sfruttare il risentimento esistente all'interno di queste società. Per la maggior parte dello scorso decennio la pressione per conseguire i requisiti richiesti dall'Unione Europea ha imposto una straordinaria disciplina ai governi perché facessero le cose giuste, anche contro l'opposizione popolare. Ed una volta che questi paesi avranno aderito all'Unione Europea, saranno inseriti in una serie di regole ed esigenze che contribuiranno a tenerli in equilibrio.
Allo stesso tempo, non si possono non constatare certi segni premonitori di frammentazione politica, di un rallentamento economico e, in alcuni casi, delle tentazioni nazionaliste e/o populiste. Molti, se non tutti, questi paesi hanno assistito ad un rapido alternarsi di governi, alla scomparsa di vecchi partiti politici e alla creazione di nuovi. Resta da vedere se questo è un semplice riflesso dell'inevitabile riassestamento e dell'eventuale stabilizzazione dell'intero quadro politico, come qualcuno suggerisce, o piuttosto un segno di turbolenza e di instabilità politica a più lungo termine. Da un punto di vista economico, ci si chiede se le spinte per sostenere le riforme economiche potrebbero ridursi dopo che questi paesi saranno riusciti ad entrare nell'Unione Europea.
La capacità dei governi di questi paesi a gestire tale sfida è,
ovviamente, collegata con le altre due sfide già analizzate. Più forti saranno
questi paesi politicamente ed economicamente sul piano interno, maggiormente
dotati saranno per svolgere un ruolo costruttivo nell'affrontare le sfide di
politica estera in Europa e attraverso l'Atlantico. Allo stesso modo, un solido
e dinamico contesto europeo e transatlantico contribuisce a rafforzare e a consolidare
ulteriormente i progressi sul piano interno. Gli anni '90 abbondano di buoni
esempi del fatto che i progressi ottenuti in un settore da questi paesi hanno
rafforzato e alimentato il progresso negli altri.
Ma è anche vero il contrario. Il pericolo oggi è che il contrario comincia a verificarsi, cioè che un indebolimento dei risultati interni si combina con una crescente crisi delle strutture europee e transatlantiche, creando così esattamente la dinamica sbagliata nel momento sbagliato. Negli ultimi mesi entrambe le sponde dell'Atlantico hanno agito in modo da inviare alla regione dei segnali del tutto sbagliati. Il sorgere dell'eurofobia a Washington e dell'antiamericanismo nell'Europa occidentale possono inavvertitamente convalidare e legittimare anche in questi paesi delle forze antioccidentali e antiriformiste. Se tali forze sono sulla difensiva, non sono ancora del tutto annientate.
I paesi dell'Europa centrale e orientale avranno un ben difficile compito negli anni a venire. Sotto molti aspetti, comunque, le sfide che li attendono sembrano scoraggianti, ma non lo sono più di quanto non lo fossero quelle che hanno con successo affrontato negli anni '90. E questa volta i paesi dell'Europa centrale e orientale sono per molte ragioni in una posizione più forte per fronteggiarle.
In primo luogo, l'Europa centrale e orientale non costituisce più l'epicentro della nuova instabilità e dei rischi emergenti che l'Occidente sta cercando di combattere. Se si valutano le nuove minacce alla sicurezza europea o transatlantica nel corso del prossimo decennio non si può non concludere che città come Bruxelles, Londra e Washington siano più a rischio di Praga, Sofia, Varsavia o Vilnius. Piuttosto che domandarsi se gli Americani, gli Inglesi o i Francesi siano disposti a morire per Danzica la questione può essere se i paesi dell'Europa centrale e orientale siano disposti a condividere i rischi della guerra al terrorismo, all'Islam fondamentalista e alle armi di distruzione di massa nel Medio Oriente più vasto e altrove.
In secondo luogo, i paesi dell'Europa centrale e orientale siederanno intorno ai tavoli che contano, dove si prenderanno le decisioni che riguardano il futuro della sicurezza occidentale, inclusa la loro. Non saranno più prese delle decisioni che li riguardano senza di loro. La questione fondamentale è come questi paesi utilizzeranno tale opportunità e se saranno all'altezza della sfida di conferire nuovo slancio all'integrazione europea e alla cooperazione transatlantica.
Per un piccolo paese dell'Europa centrale e orientale prendere parte a questi più ampi dibattiti sul futuro dell'Unione Europea e della NATO sarà senza dubbio difficile. Peraltro, se vi è una lezione dello scorso decennio che può risultare utile come punto di riferimento per il futuro, è che i paesi dell'Europa centrale e orientale trarranno maggiori benefici se si assumeranno la responsabilità del loro futuro in modo propositivo, se collaboreranno come regione e se daranno prova di essere audaci. Sebbene la storia non si ripeta mai, si può solo sperare che nel corso del prossimo decennio avranno una leadership altrettanto valida e coraggiosa di quella che hanno costantemente prodotto dopo il 1989. Noi tutti ne trarremo maggiori benefici se lo faranno.
Ronald D. Asmus è un senior fellow presso il German Marshall Fund degli Stati Uniti a Washington ed autore di "Opening NATO's Door: How the Alliance Remade Itself for a New Era" (Columbia University Press, 2002).
Una versione più completa di questo articolo è apparsa in Slovak Foreign Policy Affairs, primavera 2003, vol. IV, n. 1.
· Per ulteriori informazioni sul German Marshall Fund degli Stati Uniti visita il sito: www.gmfus.org
|