Sommario
 


Prefazione

Il dopo Iraq

Riallacciare i rapporti
Sir Timothy Garden esamina l'impatto politico della campagna in Iraq e le prospettive che si aprono per tutte le istituzioni coinvolte.

 

 

Ripensare la NATO
Tom Donnelly valuta l'impatto della campagna in Iraq sulla NATO da un punto di vista americano.

 

 

La via per Kabul
Diego A. Ruiz Palmer analizza il significato della importante decisione della NATO di assumere la responsabilità per il mantenimento della pace in Afganistan.

 

 

Manovre psicologiche
Il tenente colonnello Steven Collins valuta le operazioni di gestione delle percezioni prima, durante e dopo l'Operazione Iraqi Freedom e le implicazioni per la NATO in questo campo.

 

 

Dibattito

Quanto è efficace la prevenzione quale strumento per affrontare la proliferazione delle WMD?
Max Boot contro Harald Müller

 

Intervista

Ammiraglio Ian Forbes: l'ultimo SACLANT

 

Recensioni

Opere "rivoluzionarie"
James Appathurai recensisce due opere che esaminano la rivoluzione negli affari militari e il suo effetto sul futuro della guerra.

 

Speciale

Alla ricerca di un Big MAC balcanico
Nano Ruzin analizza come la Macedonia* abbia beneficiato negli ultimi due anni del suo rapporto con la NATO e con altre organizzazioni internazionali.

 

Analisi

Grandi aspettative
Ronald D. Asmus passa in rassegna le sfide che i paesi dell'Europa centrale e orientale hanno davanti entrando a far parte dell'Unione Europea e della NATO.

 

Statistiche

Spese per la difesa e per il personale militare della NATO


 

* I membri della NATO ad eccezione della Turchia riconoscono la Repubblica di Macedonia come la Repubblica ex jugoslava di Macedonia. La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.




Prefazione

I preparativi per la guerra in Iraq, la stessa campagna militare e le sue conseguenze hanno avuto un profondo effetto sulle relazioni internazionali in generale e sulla NATO in particolare. Questo numero della Rivista della NATO, intitolato Il dopo Iraq, analizza le più vaste implicazioni della campagna in Iraq. Nel primo dei quattro articoli dedicati a tale argomento, Sir Timothy Garden del Centre for Defence Studies presso il King's College di Londra esamina l'impatto politico della campagna in Iraq e le sue conseguenze per tutte le istituzioni coinvolte. Tom Donnelly dell'American Enterprise Institute di Washington si sofferma, da un punto di vista americano, sull'impatto avuto dalla campagna in Iraq sulla NATO. Diego A. Ruiz- Palmer della Divisione delle operazioni della NATO analizza il contesto della decisione dell'Alleanza di assumere la responsabilità del mantenimento della pace in Afganistan. Infine, il tenente colonnello Steven Collins, responsabile delle PSYOPS presso lo SHAPE, esamina le operazioni di gestione delle percezioni della Coalizione prima, durante e dopo l'Operazione Iraqi Freedom, come pure le loro implicazioni per la NATO.

Nel dibattito, Max Boot del Council for Foreign Relations di New York e Harald Müller del Peace Research Institute di Francoforte si confrontano sui meriti attribuibili alla prevenzione quale strumento per combattere la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Nell'intervista, l'ammiraglio Ian Forbes, ultimo Comandante supremo alleato dell'Atlantico, tratta della campagna in Iraq, della trasformazione delle forze armate e del nuovo Comando alleato per la Trasformazione. James Appathurai della Divisione affari politici e politica di sicurezza della NATO recensisce delle opere sulla rivoluzione negli affari militari. Nano Ruzin, ambasciatore di Macedonia* presso la NATO, analizza come la Macedonia abbia beneficiato nel corso degli ultimi due anni del suo rapporto con l'Alleanza e con altre organizzazioni internazionali. E Ronald D. Asmus del German Marshall Fund degli Stati Uniti, valuta le sfide che i paesi dell'Europa centrale e orientale dovranno affrontare allorché aderiranno all'Unione Europea e alla NATO. Delle statistiche sulle spese per la difesa e sul personale delle forze armate completano questo numero.

Christopher Bennett


* I membri della NATO ad eccezione della Turchia riconoscono la Repubblica di Macedonia come la Repubblica ex jugoslava di Macedonia. La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.




Riallacciare i rapporti

Sir Timothy Garden esamina l'impatto politico della campagna in Iraq e le prospettive che si aprono per tutte le istituzioni coinvolte.

La rapida vittoria militare delle forze americane, australiane e inglesi, con il limitato sostegno di alcune altre nazioni, ha lasciato un compito di ricostruzione ben più vasto della semplice ricostruzione dell'Iraq. I guasti diplomatici nella fase che ha preceduto la guerra hanno determinato profonde divisioni tra i vecchi alleati. Queste contese si sono aggravate allorché alcune nazioni hanno deciso di offrire un sostegno tangibile alle operazioni militari. Ora che ci troviamo nella fase successiva al conflitto, le divergenze bollono in pentola riguardo al ruolo delle istituzioni internazionali nella creazione dello stato in Iraq.

Eppure, raramente la necessità di un coerente approccio internazionale è stata più importante. La minaccia proveniente dal terrorismo legato ad al-Qaida non è scomparsa. Il Medio Oriente costituisce ancora un'area di potenziali conflitti. La proliferazione delle armi di distruzione di massa rimane un problema, in particolare dopo il rifiuto da parte della Corea del Nord dei controlli internazionali sullo sviluppo della propria capacità nucleare. Nella ricerca di soluzioni per una nuova cooperazione tra i vecchi alleati, l'Unione Europea e le Nazioni Unite, entrambe hanno importanti ruoli da svolgere nel contribuire a ricucire le divergenze. E la NATO può capeggiare e coinvolgere i principali protagonisti internazionali nella ricerca di una maggiore sicurezza nel mondo.

Le Nazioni Unite

Se gli storici guardano all'anno trascorso, possono concludere che il successo tattico nel coinvolgere le Nazioni Unite nel dibattito su una guerra in Iraq è stato un errore strategico. Il processo diplomatico, che poteva forse conseguire un voto unanime per la Risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, ha incoraggiato molti a ritenere che le Nazioni Unite fossero l'organismo guida riguardo alla politica verso l'Iraq. Ma il Presidente Usa George Bush ha anche chiarito di ritenere che: "Il mondo deve muoversi in modo deliberato, in modo deciso per riconoscere la responsabilità dell'Iraq. Noi lavoreremo con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per le necessarie risoluzioni. Ma non vi dovrebbero essere dubbi sugli obiettivi degli Stati Uniti."

Gli Stati Uniti erano impazienti di compiere una azione decisiva; il Regno Unito voleva che vi fosse un'autorizzazione dell'ONU per l'azione militare; la Francia e la Germania reclamavano più tempo da concedere alle ispezioni. Il tentativo di ottenere una nuova risoluzione che esplicitamente autorizzasse l'azione militare non ebbe successo. Gli intensi negoziati intavolati dagli Stati Uniti non riuscirono ad ottenere i nove voti necessari e, in ogni caso, la Francia aveva dichiarato apertamente che, se necessario, avrebbe esercitato il suo diritto di veto. Il Regno Unito e gli Stati Uniti decisero di basarsi sulla Risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, e sulle precedenti risoluzioni riguardanti l'Iraq, quali elementi per avallare l'azione militare.

Questo fallimento della diplomazia ha avuto una serie di sfortunate conseguenze. Negli Stati Uniti, è cresciuta l'avversione verso le Nazioni Unite. In risposta alla domanda del Presidente Bush riguardo al futuro delle Nazioni Unite, numerosi membri della sua amministrazione ritenevano che ciò avesse confermato la futilità di tale organizzazione. Sebbene in modo inatteso, paesi come Canada e Messico si erano schierati risolutamente nel Consiglio di sicurezza, il risentimento si indirizzò allora verso Francia e Germania. Tanto gli uomini politici americani che inglesi decisero di utilizzare il sentimento anti francese nella fase precedente al conflitto quale modo per distogliere l'attenzione delle loro opinioni pubbliche dalla questione della legittimità o meno dell'azione militare. Anche la Russia non era convinta della necessità di ricorrere alla guerra. Inoltre le questioni riguardo alla legittimità dell'intervento non trovavano soluzione poiché la ricerca di armi di distruzione di massa in Iraq non perveniva ad individuare la cosiddetta prova inconfutabile.

Le Nazioni Unite, ciò nonostante, hanno un ruolo primario da svolgere nel legittimare qualsiasi forma di governo fosse sorta in Iraq. E devono alla fine verificare che non vi siano più armi di distruzione di massa. Possono utilizzare la loro esperienza per affrontare le esigenze umanitarie, rendere sicuri i campi di battaglia, e incoraggiare il coinvolgimento delle organizzazioni non governative. La vendita del petrolio iracheno per soddisfare i bisogni della popolazione richiederà il sostegno dell'ONU. L'approvazione quasi all'unanimità da parte del Consiglio di sicurezza della Risoluzione 1483, il 22 maggio 2003, è forse il primo segno che la comunità internazionale è pronta a muovere compatta in maniera più coerente per quanto riguarda l'Iraq, quali che fossero le precedenti divergenze.

L'Unione Europea

Mentre a New York i leader mondiali litigavano pubblicamente alle Nazioni Unite, la disputa all'interno dell'Unione Europea era molto più sofisticata. La presidenza greca, l'Alto Rappresentante della politica estera Javier Solana e il Commissario per le relazioni esterne Chris Patten avevano tutti manifestato la preferenza dell'Unione Europea per una soluzione diplomatica piuttosto che per una immediata soluzione militare in Iraq. Ciò nonostante, l'embrionale meccanismo di politica estera e di sicurezza comune poteva fare ben poco per mascherare la profonda divisione tra i membri della UE. Danimarca, Italia, Portogallo, Spagna e Regno Unito sostenevano strenuamente la risolutezza americana per un'azione militare. Alla fine di gennaio, i leader di questi paesi, assieme a quelli della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e della Polonia, avevano firmato una lettera comune, pubblicata sul The Wall Street Journal, in cui manifestavano tale loro sostegno. Belgio, Francia e Germania si opponevano fortemente alla soluzione bellica.

Tra divisioni ancor più complesse, i nuovi membri dell'Unione Europea si gettarono nella mischia. La coalizione di 44 paesi che dichiaratamente sostenevano l'azione militare comprendeva Afganistan, Angola, Albania, Australia, Azerbaigian, Bulgaria, Colombia, Repubblica Ceca, Danimarca, Repubblica dominicana, El Salvador, Eritrea, Estonia, Etiopia, Georgia, Honduras, Ungheria, Islanda, Italia, Giappone, Kuwait, Lettonia, Lituania, Isole Marshall, Micronesia, Mongolia, Paesi Bassi, Nicaragua, Filippine, Polonia, Portogallo, Romania, Ruanda, Singapore, Slovacchia, Isole Salomone, Corea del Sud, Spagna, Turchia, Repubblica ex jugoslava di Macedonia*, Uganda, Regno Unito, Stati Uniti e Uzbekistan. Ciò dette luogo alla inopportuna considerazione del Segretario alla difesa Donald Rumsfeld di una divisione tra "vecchia Europa", rappresentata da Francia e Germania, e "nuova Europa" costituita dagli stati dell'Europa dell'est che mostravano la loro riconoscenza. Il Presidente francese Jacques Chirac alimentava il fuoco lasciando intendere che i paesi candidati favorevoli agli Stati Uniti fossero dei "maleducati", e alludendo al fatto che la loro domanda di adesione alla UE poteva richiedere di essere riesaminata.

Gli ottimisti, riguardo alla UE, speravano che la crisi sulla politica da tenersi nei confronti dell'Iraq avrebbe favorito una maggiore spinta verso coerenti posizioni di politica estera dell'Europa. Alcuni piccoli segnali incoraggianti erano emersi anche durante questo turbolento periodo. Il 1 aprile 2003, l'Unione Europea aveva sostituito la NATO nella modesta ma importante missione di stabilizzazione nella Repubblica ex jugoslava di Macedonia*. Se tutto va bene, ci si può attendere che più in là l'Unione Europea progressivamente assuma maggiori responsabilità per il mantenimento della pace nei Balcani. Nonostante la diplomazia del megafono tra Londra e Parigi sull'Iraq, un certo rafforzamento dei loro sforzi congiunti per una più seria capacità di difesa europea si potrebbe riscontrare nel corso della riunione tra il Primo Ministro inglese Tony Blair e il Presidente Chirac a Le Touquet (Francia), ai primi di febbraio.

I pessimisti, riguardo alla UE, sottolineano l'assenza di progressi nell'attribuzione delle capacità di cui l'Europa ha bisogno. Dopo l'iniziale entusiasmo per l'attribuzione di forze permanenti per conseguire l'Obiettivo primario di Helsinki - che consiste nell'essere in grado di dispiegare, entro 60 giorni, una forza di oltre 60.000 uomini per operazioni umanitarie, gestione delle crisi, mantenimento della pace e per imporre la pace - poco in sostanza era stato fatto per fornire finanziamenti aggiuntivi per le capacità carenti. Il più recente accordo per consentire l'acquisto di 180 aerei da trasporto A400M non è che un piccolo passo. L'Iraq inoltre ha fatto sentire il proprio peso nel sottolineare le divisioni su una fondamentale questione di politica estera e di sicurezza. Alla fine di aprile, Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo avevano tenuto una riunione riservata per esaminare come avrebbero potuto sviluppare una capacità di difesa della UE. La loro proposta di creare un quartier generale indipendente di pianificazione ha approfondito i sospetti che ciò altro non fosse se non un'iniziativa per separare i paesi europei dalla NATO.

È troppo presto per giudicare quale importanza avranno questi singoli e differenti sviluppi nel lungo periodo. L'Unione Europea ha l'opportunità di utilizzare la Convenzione sul futuro dell'Europa per far progredire la politica di sicurezza e di difesa. Comunque, pochi analisti ritengono che i progressi in questo campo saranno rapidi o coerenti. Nonostante il sostegno retorico da parte di molti paesi europei per la strategia americana in Iraq, solo Polonia e Regno Unito hanno fornito una capacità militare. Per le operazioni in Afganistan, Iraq e Kosovo, la maggior parte delle capacità necessarie al combattimento è stata fornita dagli Stati Uniti. C'è il pericolo che molti paesi europei possano decidere che in tutte le future operazioni in coalizione essi possano cavarsela con un sostegno paragonabile a quello della Micronesia e delle Isole Salomone. Ciò non sarà favorevole al futuro dell'Unione Europea.

La NATO

Le macchinazioni diplomatiche riguardo l'Iraq hanno inoltre intaccato la NATO, anche se l'Alleanza non era direttamente coinvolta nella campagna. Le divisioni tra alleati hanno condotto ad una virtuale paralisi in ambito NATO sulla questione dell'autorizzazione per la pianificazione della difesa della Turchia, in caso di conflitto in Iraq. La temperatura della diplomazia crebbe allorché Belgio, Francia e Germania si sentirono pressati a dare un segno di assenso ad una imminente azione americana in Iraq. Con sorpresa generale, alla fine la Turchia scelse di non consentire che operazioni terrestri venissero lanciate contro l'Iraq dal proprio territorio e, del resto, non vi furono attacchi da parte dell'Iraq contro la Turchia. Ciò nonostante, la preoccupazione nella NATO era reale, e i diverbi in pubblico tra i suoi membri dannosi.

Se le ferite senza dubbio con il tempo si cicatrizzeranno, è pur vero che l'Iraq ha avvalorato gli interrogativi sul futuro della NATO. L'Alleanza ha ottenuto notevoli successi durante lo scorso decennio nel porre fine a conflitti e nel contribuire a riportare la stabilità nell'Europa sud-orientale. E l'allargamento della NATO ha consentito una maggiore stabilità in Europa. Tuttavia la NATO applica ancora il suo Concetto strategico del 1999, che sembra sempre più superato alla luce dei recenti avvenimenti. Nel settembre 2002, gli Stati Uniti hanno pubblicato una nuova strategia di sicurezza nazionale, che tiene conto delle nuove minacce del terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ma vi è poco da stare allegri se si pensa alle discussioni che sorgerebbero nel tentativo di aggiornare il Concetto strategico dell'Alleanza.

Nel vertice di Praga dello scorso anno, gli impegni da parte degli stati membri per una nuova Forza di risposta della NATO sembravano avvallare il principio che l'Alleanza necessitasse di essere in grado di guidare operazioni ad alta intensità in luoghi lontani con breve preavviso. La NATO già opera bene al di fuori della sua tradizionale area di interesse. La Forza internazionale per l'assistenza alla sicurezza (ISAF) in Afganistan ha fatto ricorso al sostegno della NATO dopo che Germania e Paesi Bassi ne hanno assunto il comando delle operazioni. Nonostante le divergenze sull'Iraq, i membri della NATO hanno stabilito che l'Alleanza debba assumere la responsabilità di ISAF nel lungo periodo. L'Afganistan resta un problema, e una forza di 5.000 uomini a Kabul è insufficiente per mantenere l'ordine e la legge in tutto il paese. Questo potrebbe essere un compito per una forza di mantenimento della pace della NATO più numerosa e in un periodo più lungo. Dato che la Polonia cerca sostegno per unirsi al Regno Unito e agli Stati Uniti nel fornire sicurezza in Iraq, la soluzione ovvia è di utilizzare le capacità e la competenza della NATO. Vi è lavoro per tutti nelle attività di stabilizzazione successive ad un conflitto.

Rimane il contrasto tra la prassi di dispiegare la NATO in compiti successivi ad un conflitto, e la retorica di consecutivi vertici dell'Alleanza, che ricercano le più moderne capacità per fare la guerra. Alcuni analisti sospettano che gli Stati Uniti considerino la NATO come un utile foro per incoraggiare singoli membri ad aggiornare le loro capacità. Ciò allora conduce a creare delle coalizioni volontarie attraverso accordi bilaterali. Il ruolo della NATO si riduce a stabilire gli standard degli equipaggiamenti e una comune dottrina militare. Le lezioni apprese nella stessa campagna in Iraq rafforzeranno senza dubbio l'importanza delle armi di precisione e di un modo di fare la guerra basato sulla rete. Ma gli investimenti in queste capacità possono anche risultare a detrimento delle truppe che sono così essenziali per conquistare la pace dopo la fine dei combattimenti.

Le future evoluzioni

Quando i toni si saranno raffreddati, i leader politici dovranno lavorare per ricostruire queste fondamentali istituzioni internazionali. Le Nazioni Unite svolgono molti ruoli e sono sopravvissute alle precedenti dispute tra i suoi principali membri. Dovranno pertanto tornare ad occuparsi dell'Iraq. L'Unione Europea deve inoltre trovare coesione ben oltre la politica estera e di sicurezza. Ha molto lavoro da fare riguardo al proprio programma di ampliamento. Non può peraltro rinviare all'infinito la determinazione di un approccio coerente riguardo agli affari internazionali. Solo divenendo un protagonista a livello regionale, può aspettarsi di essere presa in considerazione seriamente dagli Stati Uniti. Ciò che l'Unione Europea deve ancora decidere è se vuole prendere parte agli aspetti più "hard" della manifestazione di forza. Nella riunione dei ministri degli esteri della UE a Rodi (Grecia), il 2 maggio 2003, l'idea che l'Alto Rappresentante Solana cominciasse a sviluppare una dottrina di sicurezza ha ricevuto un vasto sostegno.

Senza un nuovo pensiero strategico, gli sforzi collettivi di difesa della UE rimarranno nel caso migliore concentrati sui cosiddetti compiti di Petersberg, cioè su compiti umanitari, di salvataggio, di mantenimento della pace e di gestione delle crisi. Alcune nazioni continueranno a voler essere in grado di proiettare potenza militare in modo indipendente o partecipando a coalizioni transitorie. La NATO potrà allora avere maggiori difficoltà riguardo al proprio ruolo. Se essa non sarà necessaria per delle operazioni di intervento, come quelle in Afganistan o in Iraq, allora le iniziative per generare delle moderne capacità nel modo di fare la guerra sembreranno meno urgenti. Dopo i successi in Europa sud-orientale, il suo futuro può essere immaginato come piuttosto rivolto alle attività relative alla sicurezza nella fase successiva ad un conflitto, che ai compiti propri di una Forza di risposta della NATO.

Molti temono una divisione dei compiti tra le due sponde dell'Atlantico, in base alla quale l'Europa si troverebbe a fare per lo più le pulizie dopo gli interventi degli Stati Uniti. In assenza di un valido pensiero strategico da parte dell'Unione Europea e della NATO, questo potrebbe essere il risultato. Insieme a pochi alleati, gli Stati Uniti produrrebbero la componente "hard" delle capacità di fare la guerra, se necessario, (preferibilmente, con l'avallo delle Nazioni Unite); la NATO fornirebbe una forza di imposizione della pace per gli immediati problemi successivi al conflitto; e all'Unione Europea verrebbero lasciati i compiti di polizia e quelli per ricostruire le disastrate società. Una più equilibrata divisione delle responsabilità riguardanti la sicurezza globale costituisce la via migliore. Se l'Unione Europea svilupperà il suo nuovo concetto strategico includendovi l'uso della componente "hard", allora potrà lavorare con la NATO per garantire che gli Stati Uniti non vengano lasciati soli a fare il gendarme del mondo.

Sir Timothy Garden è visiting professor presso il Centre for Defence Studies del King's College di Londra.

 Per altre opere di Sir Timothy Garden, vedi Foreign and Security Policy di Tim Garden http://www.tgarden.demon.co.uk


* La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.




Ripensare la NATO

Tom Donnelly valuta l'impatto della campagna in Iraq sulla NATO da un punto di vista americano.

La guerra in Iraq è stata dopotutto cruenta, ma non per le forze della Coalizione e neanche per la popolazione irachena. Ad essere colpite maggiormente sono state piuttosto le istituzioni che hanno contribuito a stabilizzare il mondo durante la Guerra fredda, inclusa l'alleanza più famosa della storia, cioè l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico.

La diplomazia che ha preceduto la guerra e la stessa campagna in Iraq hanno evidenziato delle differenze fondamentali tra i punti di vista politici dei pilastri dell'Alleanza: Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. E sono emerse inoltre profonde differenze tra le potenze europee e tra grandi e piccoli paesi europei. Tali divergenze non scompariranno in fretta.

La guerra in Iraq ha inoltre rivelato la potenza militare senza precedenti di forze multinazionali addestrate secondo gli standard della NATO. Le capacità sul campo di battaglia delle forze della Coalizione nella Operazione Iraqi Freedom sono state quantomeno sbalorditive. Tali forze hanno operato praticamente senza intoppi in combattimento e sono passate senza difficoltà alle operazioni di stabilizzazione successive ai combattimenti. In effetti, entrambe queste diverse operazioni sono state condotte simultaneamente. I contingenti più piccoli della Coalizione, come quelli di Australia e Polonia, sono stati inseriti in importanti ruoli di sostegno evitando le disavventure che storicamente hanno afflitto le operazioni militari multinazionali. Ma senza anni di addestramento nell'ambito della NATO, la Coalizione non sarebbe mai potuta riuscire a sconfiggere l'esercito iracheno e ad eliminare il regime di Saddam Hussein in meno di un mese.

Dopo la guerra in Iraq, Washington comincia a comprendere che anche l'unica superpotenza mondiale ha bisogno di aiuto. L'istituzionalizzazione dell'attuale Pax Americana - o qualunque altra denominazione risulti più adeguata all'attuale ordine internazionale - è inevitabile. Garantire l'ordine globale "unilateralmente" non costituisce un'opzione realistica. La questione, per gli Americani, è dunque, se e come adattare la NATO per renderla idonea alle nuove circostanze strategiche.

La questione che si pone all'Alleanza è se le attuali divergenze geopolitiche distruggeranno le capacità della NATO di fornire la base militare per le future operazioni in coalizione. Vi sono numerose risposte possibili. Le divergenze politiche possono ancora essere risolte, o, al limite, essere gestite meglio. Il valore dell'Alleanza quale "fornitore di forze" può essere così grande da superare i disaccordi politici. Al contrario, il crescente divario di capacità tra gli Stati Uniti e il resto dell'Alleanza può esacerbare le divergenze politiche.

La risposta dipenderà, in larga misura, dalle politiche e dai programmi americani dei prossimi anni. Il cambiamento è in atto, e gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti nell'ambito dell'Alleanza o guideranno le riforme che consentiranno alla NATO di adattarsi al mondo del "dopo Guerra fredda" per diventare un elemento della Pax Americana, oppure l'Alleanza perderà il proprio peso. Se Washington lascerà che la NATO si svuoti di valore, dovrà allora creare qualche altra base istituzionale per sostenere le future "coalizioni volontarie". Nonostante la loro validità, le forze armate americane rimangono una forza numericamente esigua. In effetti, una conseguenza del "divario di capacità" è appunto quella che l'onere di garantire l'attuale ordine liberale internazionale grava più pesantemente sugli Stati Uniti, accrescendo la probabilità di sovraccaricare di compiti le loro forze militari.

Questioni che dividono

Ricucire lo strappo geopolitico tra Stati Uniti ed "Europa" - che vuol dire innanzitutto con Francia, Germania e l'opinione pubblica continentale - richiederà tempo. Due questioni ci dividono: come affrontare i problemi del mondo islamico e in quali circostanze possono essere utilizzate in modo appropriato le forze militari.

Molti Europei, come alcuni Americani, hanno incontrato difficoltà a tenersi al passo con il cambiamento della politica e della strategia americana dopo l'11 settembre 2001. Da allora, il Presidente George W. Bush ha dato un nuovo significato alla missione del paese, che è andato condensandosi gradualmente in una concreta "Dottrina Bush", per lo più ritenuta come una nuova visione della finalità della potenza americana nel mondo. Dopo un decennio di dubbi e di incertezze, la Dottrina Bush rappresenta un fondamentale bivio nella politica americana e non sarà facile per i futuri presidenti fare marcia indietro. Gli Stati Uniti sono ora impegnati in una forma attiva di leadership mondiale e hanno intrapreso un ambizioso progetto per rimodellare l'ordine politico del Medio Oriente, cui non potranno rinunciare senza ammettere la loro sconfitta.

Molti Europei sono ancora ben lungi dal condividere questo emergente sentimento americano della loro missione o dal formulare alcun corollario europeo alla Dottrina Bush. Il ritmo degli avvenimenti - o, forse più precisamente, il ritmo del cambiamento nella politica internazionale - è sembrato alle volte turbare i leader come pure le opinioni pubbliche europee. La risolutezza e la chiarezza della leadership del Presidente Bush, così confortante per gli Americani in tempo di crisi, preoccupa molti Europei.

Inoltre, il verificarsi delle due vittorie militari, in Afganistan - il "cimitero degli imperi" - ed in Iraq, ha costituito una ulteriore prova della potenza delle forze militari americane e, quindi, della relativa debolezza di quelle europee. Dopo l'Afganistan, "l'America - scriveva l'accademico inglese Timothy Garton Ash - detiene troppa potenza per il benessere di chicchessia, incluso il proprio". In Iraq e in Medio Oriente, ha osservato François Heisbourg, forse il migliore esperto francese in materia di sicurezza e di solito comprensivo nei confronti delle preoccupazioni americane, "i Francesi, come la maggior parte degli Europei, non vogliono dare carta bianca agli Americani".

Il nesso stabilito dal Presidente Bush - ed accettato dalla maggior parte degli Americani - tra terrorismo, armi di distruzione di massa e instabilità politica nel mondo islamico è estraneo a molti Europei. Per Francia, Germania e molti altri paesi dell'Europa occidentale, il terrorismo è un crimine più che un atto di guerra, e la stabilità nel mondo islamico va ricercata attraverso una diplomazia prudente e nel sostegno all'attuale gruppo di governi arabi, nonostante la loro natura repressiva. Il regime di Saddam Hussein doveva essere contenuto, non abbattuto.

Molti Europei temono che se essi assumessero un ruolo attivo nell'attuazione dei dettami della Dottrina Bush per favorire la democrazia in Medio Oriente, diverrebbero più frequentemente obiettivo dei terroristi e che le loro relazioni attentamente coltivate con i leader islamici si deteriorerebbero e che i loro interessi e le loro strategie economiche sarebbero messi a repentaglio. Ciò nonostante, gli Europei cominciano a comprendere che le politiche volte a mantenere la stabilità attraverso il sostegno ai leader autoritari di quella regione si sono sempre dimostrate fallimentari. Di sicuro, non hanno evitato di essere inclusi nella "lista dei nemici" di Osama bin Laden.

L'avvenire del legame strategico transatlantico costituisce un problema irrisolto. In termini generali, e anche dopo la guerra in Iraq, molti Europei vivono ancora in un mondo "anteriore all'11 settembre" e "anteriore alla Dottrina Bush". Costoro sono convinti che le istituzioni internazionali o degli accordi legali possano assicurare un mondo pacifico, prospero e liberale - un modo di vedere che fino a poco tempo fa era anche diffuso tra gli Americani. E rimangono riluttanti a ricorrere all'uso della forza militare, in particolare nel caso di fini espansionistici, come quelli che ora vengono perseguiti dagli Stati Uniti in Medio Oriente.

La missione atlantica

Ma è anche vero che, per il Regno Unito ed altri paesi, in particolare quei popoli della "nuova Europa" che fino a poco tempo fa erano oppressi, la nuova missione degli Stati Uniti è una missione atlantica. Questi paesi desiderano che gli Stati Uniti continuino ad essere pienamente impegnati in Europa. Guardano con circospezione ad una Unione Europea dominata da Francia e Germania. E sono sempre più disposti ad impegnarsi in altre parti del mondo al fianco degli Stati Uniti. Ora, apprezzando questo loro primo assaggio dell'ordine internazionale liberale a guida americana, la Pax Americana, non hanno alcun interesse a creare un "contrappeso" europeo.

Da un punto di vista strettamente americano, anche questa frammentata base geopolitica è sufficiente per fare della NATO un utile strumento per la gestione politica e la strategia USA, purché l'Alleanza possa riformare le proprie strutture militari per superare la debolezza militare dell'Europa.

Sebbene la sommatoria delle economie europee competa con quella degli Stati Uniti, la spesa europea in potenza militare è inferiore alla metà di quella degli USA. Inoltre, sebbene questa cifra rappresenti una grande quantità di denaro - circa 140 miliardi di Euro - non costituisce un gran valore per le nuove missioni di proiezione di potenza di così grande interesse per gli Stati Uniti. Né vi è alcuno sforzo concertato per trasformare le forze armate europee in funzione di queste nuove missioni, né per ricercare quelle tecnologie che sono alla base della rivoluzione negli affari militari. "La potente Europa - ha osservato Lord Robertson - sul piano militare resta un pigmeo".

Queste numerose debolezze, relativamente piccole, combinate tra loro, contribuiscono a creare un enorme divario di capacità tra le forze USA e le altre forze della NATO, anche le più moderne. Questo è un problema che ha le sue radici nella stessa struttura dell'Alleanza, nella risposta militare della NATO alla Guerra fredda e nella minaccia di invasione sovietica dell'Europa occidentale. In poche parole, per gli Stati Uniti e, in minor misura, per il Regno Unito la NATO costituiva una missione di proiezione di potenza, mentre per l'Europa continentale, e in special modo per la Germania, si trattava invece di difesa del territorio nazionale. L'obiettivo militare per gli Stati Uniti consisteva nel difendere la Germania occidentale ed il suo confine orientale, a 3.500 miglia da Washington, nel dispiegare "dieci divisioni in dieci giorni" e nel difendere le linee di comunicazione marittime del nord Atlantico -rispondendo peraltro a livello mondiale ad altre minacce sovietiche. L'obiettivo militare per la Germania occidentale consisteva nel difendere la Germania occidentale.

Questo intrinseco problema strutturale si aggravò negli ultimi anni '70 e nei primi anni '80, allorché l'amministrazione Reagan cominciò ad attuare dei piani per una valida difesa convenzionale della NATO e a far minor conto sulla dissuasione nucleare. L'iniziativa reaganiana, che prevedeva non solo di combattere una guerra strettamente difensiva, ma anche di proiettare la potenza navale direttamente contro l'Unione Sovietica e di sviluppare delle forze aeree e terrestri in grado di contrattaccare in profondità sul territorio del Patto di Varsavia, creò non solo un "divario di capacità strategiche" tra gli Stati Uniti e le altre forze della NATO, ma anche un "divario di capacità tattiche e operative". La storia militare dello scorso decennio - dalla prima guerra del Golfo agli interventi nei Balcani e in Afganistan sino all'Operazione Iraqi Freedom - è in parte la storia di quanto si siano aggravati questi divari.

Le divergenze geopolitiche ed il vasto e crescente divario di capacità militari tra le forze della NATO hanno determinato una innegabile frattura nel cuore di ciò che era stato, per cinque decenni di Guerra fredda, un fondamentale pilastro della strategia americana di sicurezza nazionale. Lord Robertson, che ovviamente ammette di essere "ottimista e difensore della NATO", affermava in febbraio che la guerra in Iraq non costituiva "una crisi cruciale" per l'Alleanza, ricordando opportunamente quelli che furono i contrasti su "Suez, il Vietnam, il problema dello spiegamento dei missili INF o i primi tempi della Bosnia". Ma la questione è fondamentalmente differente. Quale possibile ruolo può svolgere la NATO nel fare ciò che il Presidente Bush ha definito come la nuova priorità strategica dell'America: nell'affrontare, cioè, il fondamentalismo islamico?

Prospettive

Di recente, alcuni analisti hanno descritto l'Alleanza in modo denigratorio come un "luogo di vane chiacchiere". Per ironia, in un'era di grande incertezza e disaccordo geopolitico, non vi è mai stato un più grande bisogno di un luogo di discussione tra le due sponde dell'Atlantico. Se Francia e Germania dovessero accettare la visione del mondo della dottrina Bush; se vi dovesse essere un ruolo attivo nelle questioni di sicurezza internazionale per l'Unione Europea; se gli stati dell'Europa centrale e orientale, di recente liberati, dovessero essere integrati in modo permanente nell'Occidente; e se la comunità atlantica dovesse essere percepita come un insieme di principi piuttosto che come una limitata area geografica, allora vi sono delle serie ragioni per continuare a dialogare.

Secondo, la NATO deve continuare a riformare il suo sistema di funzionamento. Le strutture che hanno ben servito l'Alleanza nel passato costituiscono ora degli aspetti negativi da cambiare. Raggiungere il consenso in una coalizione che va espandendosi si sta rivelando in particolare estremamente difficile.

Terzo, il primario obiettivo di tale riforma dovrebbe essere quello di garantire che la NATO conservi il suo ruolo di "fornitore di forze". Dato che le forze armate statunitensi hanno quale loro primaria missione quella di fornire ai comandanti americani delle forze addestrate e pronte, e ora che il Comando congiunto delle forze americane ha il compito di far sì che soldati, marinai, aviatori e marines siano in grado di condurre congiuntamente delle operazioni integrate, la NATO costituirà il principale veicolo attraverso cui gli Americani apprenderanno l'arte mutevole della guerra in coalizione o con formazioni multinazionali e delle operazioni per la stabilità.

Quarto, e strettamente collegato al perdurare della sua importanza quale fornitore di forze, la NATO deve costituire il veicolo per la riforma della difesa in Europa. Il processo di trasformazione delle forze armate fa presagire che il divario di capacità tra le forze americane (e inglesi) da una parte, ed anche le più moderne unità francesi e tedesche, dall'altra, resti del tutto insuperabile. Le nuove tecnologie informatiche, in particolare, stanno dando vita a nuovi concetti di operazioni militari e richiedono delle innovative organizzazioni. Sta di fatto che, come hanno dimostrato l'Operazione Desert Storm, i Balcani e l'Afganistan, per quanto riguarda specificamente la capacità di combattere, gli Stati Uniti, allorché le missioni si rivelano più complesse, trovano più facile agire unilateralmente.

Quinto, la NATO deve riallinearsi orientandosi a sud e a est in una conversione strategica per collegarsi ai problemi di sicurezza del Medio Oriente. Le forze devono essere spostate in nuove ubicazioni. L'addestramento deve essere innovato ed effettuato in nuovi luoghi. Le esercitazioni devono essere effettuate con nuovi partner. E, in modo simbolico ma altrettanto importante, la NATO dovrebbe spostare la propria sede di Bruxelles, possibilmente ampliando il Comando meridionale dell'Alleanza a Napoli (Italia), o riallocandolo interamente, forse, a Istanbul (Turchia).

Queste proposte non intendono essere né esaustive né complete. Sebbene ambiziose, sono alla portata delle possibilità dell'Alleanza. In effetti, gli anni del dopo Guerra fredda hanno già visto una notevole trasformazione. La percezione limitata dell'Alleanza quale coalizione antisovietica è stata confutata ripetutamente. Numerosi analisti mettevano in guardia contro i pericoli di includere una Germania riunificata, e, successivamente, che una NATO in espansione includesse gli ex stati membri del Patto di Varsavia, a causa del possibile impatto sulle relazioni con la Russia. Ora, delle ex repubbliche sovietiche sono state invitate ad aderire all'Alleanza. Il Consiglio NATO-Russia introduce la stessa Mosca nelle stanze più riservate dell'elaborazione della politica di sicurezza dell'Occidente. E, se mai, le relazioni con la Russia si riveleranno una forza supplementare per l'impegno europeo nella stabilizzazione del mondo islamico, verso il quale la Russia ha delle legittime preoccupazioni nel campo della sicurezza.

Alcuni in Europa ritengono che una "piccola" NATO - non nelle dimensioni, ma nelle ambizioni - è tutto ciò che l'Alleanza è capace di fare. Questa è la visione di una organizzazione consacrata interamente a fornire sicurezza all'interno dell'Europa. Ma, esclusi i Balcani e pochi altri modesti scenari, è una ricetta per continuare nel declino militare. Non vi è alcuna ragione perché uno stato membro crei una forza moderna o trasformata per condurre tali missioni.

All'estremo opposto nel campo delle aspirazioni, altri analisti ritengono che l'unico modo per tenere l'Alleanza viva e vitale sia quello di accettare le nuove missioni in Medio Oriente e altrove senza riserve. "La NATO deve occuparsi del fuori-area o non sarà più necessaria", è stato spesso detto, volendo con ciò dire che l'unico modo per confermare la validità dell'Alleanza sta in una totale inclusione "nell'articolo 5" del progetto americano di rimodellare la politica del mondo islamico. Ma date le profonde divisioni geopolitiche tra i principali paesi membri dell'Alleanza, questa è una soluzione che darebbe vita ad uno scontro ancora più grande sul piano politico, riducendo ulteriormente la capacità degli Stati Uniti e dei suoi partner europei volontari ad intervenire nelle crisi.

L'utilità della NATO in quanto alleanza in grado di combattere una guerra diminuirà ulteriormente man mano che si amplierà. Le coalizioni più numerose si rivelano sempre più lente allorché si tratta di prendere delle decisioni in tempo di guerra. Di conseguenza, anche se la NATO si sforza di rimodellare i propri processi decisionali per divenire una coalizione più agile, capace di affrontare le sfide alla sicurezza del nostro tempo, il suo immediato futuro in campo militare sta nel suo ruolo di fornitrice di forze. Questo è un cambiamento fondamentale nel modo in cui gli Stati Uniti e altri stati membri vedono la NATO. La "comunità atlantica" dell'Alleanza non è più ora delimitata da frontiere geografiche, ma dalla propensione a strutturare, addestrare ed equipaggiare forze in grado di interoperare con le forze americane e dalla sua volontà a partecipare ad una istituzionale "coalizione volontaria".

Tom Donnelly è ricercatore nel campo degli studi sulla sicurezza nazionale e la difesa presso l'American Enterprise Institute di Washington.

Questo articolo è un adattamento di un prossimo rapporto per il Project for the New American Century e il German Marshall Fund degli Stati Uniti.

 Per ulteriori informazioni su l'American Enterprise Institute, visitate il sito www.aei.org, Per il Project for the New American Century, visitate il sito www.newamericancentury.org, Per il German Marshall Fund degli Stati Uniti visitate il sito www.gmfus.org





La via per Kabul

Diego A. Ruiz Palmer analizza il significato della importante decisione della NATO di assumere la responsabilità per il mantenimento della pace in Afganistan.

Prima del vertice della NATO a Praga nello scorso novembre, l'ipotesi che l'Alleanza potesse assumersi la responsabilità, a partire da quest'estate, del comando, del coordinamento e della pianificazione della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (ISAF) in Afganistan sarebbe stata respinta come quasi impensabile. Invece è proprio ciò che il Consiglio Nord Atlantico (NAC) ha deciso a metà aprile, lanciando l'Alleanza nella sua prima missione militare al di fuori dell'Europa.

Nonostante il carattere rivoluzionario di tale sviluppo, tuttavia la decisione della NATO di assumere la guida di ISAF era implicita nelle decisioni prese dai leader dell'Alleanza a Praga, che disponevano affinché la NATO fosse pronta a sostenere o a guidare operazioni e a dispiegare forze ovunque l'Alleanza avesse deciso. Inoltre, ciò riflette una nuova volontà dell'Alleanza ad utilizzare la propria esperienza e competenza nella pianificazione per sostenere delle operazioni di coalizione che non sono sotto l'egida della NATO, bensì guidate da singoli alleati, come già avviene nel caso dell'attuale contingente di ISAF III, guidato congiuntamente da Germania e Paesi Bassi.

In effetti, creando un precedente, il sostegno della NATO a ISAF III ha costituito il punto di partenza di due importanti sviluppi nella politica dell'Alleanza, verificatisi dopo Praga. Il primo riguarda la stessa Alleanza, che assume la guida strategica di operazioni multinazionali, iniziate come operazioni al di fuori della NATO, tale sarà appunto il caso di ISAF. Il secondo riguarda il contributo, attribuibile caso per caso, di particolari conoscenze e capacità dell'Alleanza ad operazioni multinazionali che non sono guidate dalla NATO. Sulla base del precedente costituito dal sostegno fornito dalla NATO a ISAF III su richiesta della Germania e dei Paesi Bassi, la Polonia, a sua volta, ha richiesto in maggio l'assistenza della NATO per pianificare la propria partecipazione alla forza internazionale a guida americana che viene costituita per stabilizzare l'Iraq.

Entrambi questi sviluppi indicano un ulteriore consolidamento di un distinto ruolo della NATO, per conto della comunità internazionale, quale architetto della pianificazione, dell'organizzazione, della capacità di creare e sostenere complesse operazioni multinazionali a sostegno della pace, mettendo insieme forze di paesi NATO, partner della NATO e non membri della NATO. Rappresentano inoltre un altro passo verso la realizzazione della visione esposta dal Segretario generale della NATO Lord Robertson in un discorso tenuto a Londra nel gennaio 2002, in cui dichiarava che: "la NATO ha un ruolo fondamentale - a mio avviso, si tratta del suo ruolo fondamentale - nel prevenire le crisi multinazionali e nella gestione delle crisi".

Le origini e il mandato di ISAF

Il concetto di una forza internazionale sotto mandato delle Nazioni Unite per assistere l'Autorità transitoria afgana, da poco creata, per generare un sicuro contesto a Kabul e nelle adiacenze e per fornire sostegno alla ricostruzione dell'Afganistan ha preso forma negli accordi raggiunti nella Conferenza di Bonn del dicembre 2001. Tali accordi hanno aperto la via alla creazione di un partenariato a tre, tra l'Autorità transitoria afgana, la Missione di assistenza dell'ONU in Afganistan e l'ISAF al fine di far uscire l'Afganistan dagli ultimi quattro decenni di sistema autoritario, di occupazione straniera e di guerra civile.

L'ISAF iniziale (ISAF I) fu costituita in base alla Risoluzione 1386 del Consiglio di sicurezza dell'ONU (UNSCR) del 20 dicembre 2001. Il suo mandato consisteva e rimane quello di assistere l'Autorità transitoria afgana nel mantenere la sicurezza a Kabul e nelle sue adiacenze, così da consentire all'Autorità transitoria afgana e al personale dell'ONU di operare in un sicuro contesto. ISAF può inoltre assistere l'Autorità transitoria afgana nello sviluppare e addestrare delle strutture e delle forze di sicurezza afgane e nella ricostruzione civile.

Guidata dal Regno Unito, ISAF I includeva forze e risorse di 18 altri paesi. Di questi, 12 - Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna e Turchia - erano membri della NATO. Altri 5 - Austria, Bulgaria, Finlandia, Romania e Svezia - erano membri del Partenariato per la Pace. La Nuova Zelanda era e rimane l'unico partecipante non europeo. Il predominante contributo dei paesi della NATO ad ISAF ha costituito sin dal suo avvio un elemento caratterizzante di questa operazione e contribuisce a spiegare il crescente ruolo di sostegno che l'Alleanza ha svolto dopo che la Germania e i Paesi Bassi hanno assunto il comando di ISAF III nel febbraio di quest'anno.

ISAF è costituita da tre componenti principali: il quartier generale di ISAF, la Brigata multinazionale di Kabul e la forza di intervento dell'aeroporto internazionale di Kabul. La Brigata multinazionale di Kabul costituisce il quartier generale tattico di ISAF, responsabile della pianificazione e di condurre quotidianamente le operazioni di pattugliamento e di cooperazione civile-militare. Il Regno Unito ha fornito il nucleo centrale delle tre componenti di ISAF finché il comando della Brigata multinazionale di Kabul non è passato alla Germania nel marzo 2002. Queste tre componenti sono sopravvissute alle successive rotazioni di ISAF sino ad oggi.

Dei collegamenti sono stati rapidamente stabiliti con il quartier generale subordinato del Comando centrale USA per l'Operazione Enduring Freedom in Afganistan, che ha sede presso la base aerea di Bagram, a nord di Kabul, e con il Centro di coordinamento regionale per i movimenti aerei del Comando centrale USA in Qatar. In questo modo, ISAF è stata in grado di stabilire una chiara distinzione tra le due missioni e di coordinare i voli logistici verso e dall'aeroporto internazionale di Kabul con altre attività aeree in Afganistan e nelle zone adiacenti. ISAF e l'Operazione Enduring Freedom sono completamente differenti sia nella natura che negli obiettivi.

Dal febbraio 2002, ISAF era praticamente a ranghi completi ed aveva cominciato a pattugliare le vie della capitale afgana. Inoltre, ISAF I aveva avviato il ripristino dell'aeroporto internazionale di Kabul e centinaia di progetti civil-militari di ricostruzione e di aiuti umanitari, che sono stati sviluppati ed ampliati nelle successive rotazioni di ISAF. Per il suo duplice successo - assicurare un senso di sicurezza alla città, che non ne aveva avuto alcuno per decenni, e ripristinare i servizi essenziali - ISAF ha goduto di un crescente sostegno tra la popolazione locale.

La sfida della leadership

Sin dall'inizio, il Regno Unito aveva reso noto di essere disposto a guidare ISAF per non più di sei mesi. Ciò faceva sorgere l'esigenza che, non appena un paese avesse assunto il comando di ISAF, sarebbe dovuta partire la ricerca di un suo successore. In questo caso, la Turchia si offrì volontariamente di assumere la guida di ISAF alla fine di tale periodo e, nel giugno 2002, in base alla UNSCR 1413, assunse il comando della forza. La partecipazione degli altri paesi rimase relativamente stabile. Belgio e Portogallo cessarono la loro partecipazione a causa di contestuali impegni nelle operazioni a guida NATO nei Balcani, ma cinque ulteriori paesi partner aderirono alla forza: Albania, Azerbaigian, Irlanda, Lituania e Repubblica ex jugoslava di Macedonia*.

L'adozione della UNSCR 1444 nel novembre 2002 consentì che Germania e Paesi Bassi assumessero congiuntamente il comando di ISAF III nel febbraio di quest'anno, dopo che la Turchia aveva accettato di prolungare il proprio mandato su ISAF II per ulteriori due mesi. Il numero dei paesi che partecipavano alla forza aumentò ancora, questa volta di sette. Tra i paesi della NATO, il Belgio tornò a partecipare a ISAF mentre Ungheria e Islanda vi facevano il loro primo ingresso. Quattro ulteriori paesi partner si unirono alla forza: Croazia, Estonia, Lettonia e Svizzera.

Venne scelto il quartier generale del 1° Corpo (tedesco-olandese) perché costituisse il nucleo del quartier generale di ISAF III. Tale scelta ha rappresentato una innovazione sotto numerosi aspetti. Dopo il settembre 2002, il quartier generale del 1° Corpo (tedesco-olandese) ha costituito un quartier generale di una forza ad alto livello di prontezza, nell'ambito della nuova struttura delle forze della NATO, posto in tempo di pace sotto il comando operativo del Comandante supremo alleato in Europa (SACEUR). La sua composizione è diventata multinazionale e comprendeva personale di numerosi altri paesi della NATO, oltre alla Germania e ai Paesi Bassi. Inoltre, il quartier generale è divenuto completamente dispiegabile ed equipaggiato con sistemi di comunicazione e informatici tra i più moderni.

Rispetto a Regno Unito e Turchia, che avevano dovuto basarsi su un quartier generale a livello di divisione, con personale nazionale, per costituire il nucleo del quartier generale di ISAF, l'utilizzo del quartier generale del 1° Corpo (tedesco-olandese) determinò diversi vantaggi per Germania e Paesi Bassi. La composizione congiunta del corpo d'armata, il maggior numero del personale di un quartier generale di corpo d'armata e la sua composizione multinazionale hanno consentito alle due nazioni alla guida di ripartirsi l'onere di guidare ISAF, nonché di assumerlo più facilmente, e di destinare il proprio personale al quartier generale di ISAF.

Comunque, non tutti gli oneri e gli intralci sono stati rimossi. La direzione strategica, la pianificazione e la creazione di una forza multinazionale per ISAF, come pure la attribuzione di capacità operative essenziali, come l'intelligence ed il sostegno dei sistemi di comunicazione ed informatici, ricadono ancora sui paesi leader.

Ciò significa, per esempio, che il quartier generale operativo e il centro di coordinamento internazionale di ISAF abbiano dovuto essere spostati ad ogni rotazione - dal quartier generale congiunto permanente britannico di Northwood, presso Londra, allo stato maggiore turco di Ankara, e quindi, di nuovo, al Comando operativo della Bündeswehr a Potsdam, presso Berlino - e che la nazione leader abbia dovuto assumere su di sé l'onere di ospitarli. La responsabilità per programmare ed effettuare delle complesse riunioni per la creazione della forza e la sua ripartizione rappresenta una ulteriore sfida. Da ultimo, lo spiegamento ed il rispiegamento di un quartier generale a Kabul ogni sei mesi costituisce una notevole impresa logistica per i paesi leader, con conseguente impiego di risorse.

Il sostegno della NATO a ISAF III

Di fronte a queste sfide, nell'autunno 2002 Germania e Paesi Bassi si rivolsero alla NATO con una richiesta di sostegno per la pianificazione e l'esecuzione di ISAF III. Specificamente, richiesero assistenza nel campo della creazione della forza, dell'intelligence, della condivisione del coordinamento e delle informazioni, e delle comunicazioni. Il 17 ottobre 2002, il NAC approvò la loro richiesta. Il mese seguente, il Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE) di Mons (Belgio) ospitò una riunione per la creazione della forza per ISAF III. Un punto di collegamento dello SHAPE venne ubicato presso il Comando operativo della Bündeswehr, a Potsdam, per facilitare la condivisione del coordinamento e delle informazioni tra i paesi che partecipavano a ISAF, i quali, ad eccezione della Nuova Zelanda, sono tutti membri o della NATO o del Partenariato per la Pace, con rappresentanze permanenti presso lo SHAPE. Il quartier generale di ISAF III ottenne l'accesso alle reti di intelligence e di comunicazione della NATO. E lo SHAPE per la prima volta stabilì degli stretti rapporti di lavoro con la Cellula europea di coordinamento del trasporto aereo a Eindhoven (Paesi Bassi) per coordinare le esigenze di trasporto aereo di ISAF, compiendo un altro passo avanti nella cooperazione tra la NATO e i quartier generali multinazionali europei.

L'assistenza della NATO consentì ai due paesi leader di far uso del patrimonio di esperienza e di competenza dell'Alleanza nella pianificazione e nel sostegno di operazioni multinazionali e di accedere a capacità altamente specializzate. Ma mentre questo sostegno alleggeriva l'onere che gravava su Germania e Paesi Bassi, non risolveva però il problema a lungo termine del sostegno a ISAF dopo ISAF III. Dal punto di vista dell'efficacia e dell'efficienza operativa, la rotazione di un nuovo quartier generale a Kabul ogni sei mesi non facilitava la continuità della missione. Inoltre, il termine di sei mesi di ciascuna rotazione minava la fiducia dell'Autorità transitoria afgana quanto all'impegno internazionale in Afganistan. Da ultimo, la scelta di vincolare per circa 18 mesi - rispettivamente 6 mesi per la preparazione della missione, la rotazione e la ricostituzione di ISAF - un quartier generale di una forza da combattimento ad alto livello di reazione per compiere un'operazione a sostegno della pace ad intensità relativamente bassa, non rappresentava un saggio impiego delle risorse ad alto valore della NATO. Queste considerazioni erano in favore di una alternativa a più lungo termine del sistema di 6 mesi per sostenere l'impegno di ISAF, seguito dopo ISAF I.

La NATO alla guida di ISAF

Nell'assumere in febbraio il comando di ISAF III, la Germania e i Paesi Bassi, insieme al Canada, che si era offerto volontariamente di sostituire la Germania al comando della Brigata multinazionale di Kabul alla fine della rotazione di ISAF III, avviarono delle consultazioni all'interno del NAC allo scopo di estendere il sostegno della NATO a ISAF. Per effetto di ciò, il NAC decise il 16 aprile di rafforzare il sostegno della NATO a ISAF assumendo il comando, il coordinamento e la pianificazione dell'operazione, senza modificarne nome, bandiera e missione.

Il NAC fornirà la direzione politica dell'operazione, in stretta consultazione con i paesi che forniscono forze e che non sono membri della NATO, seguendo la pratica consolidata derivata dall'esperienza delle operazioni di mantenimento della pace dell'Alleanza nei Balcani. SHAPE assumerà la responsabilità strategica di quartier generale delle operazioni ed ospiterà la cellula internazionale di coordinamento di ISAF, mentre il Quartier generale delle forze alleate del nord Europa (AFNORTH), a Brunssum (Paesi Bassi), fungerà da quartier generale a livello operativo del Comando congiunto della forza, tra lo SHAPE e il quartier generale di ISAF a Kabul.

Per porre fine alla rotazione semestrale del quartier generale di ISAF ed attribuire una maggiore stabilità alla missione, la NATO fornirà un quartier generale composito per costituire il nucleo permanente del quartier generale di ISAF. Tale quartier generale utilizzerà personale ed equipaggiamento fornito dai comandi subordinati di AFNORTH. Il Comando interforze centrale, ubicato ad Heidelberg (Germania), fornirà il prossimo comandante di ISAF ed il nucleo iniziale del quartier generale composito. La creazione di un Centro logistico interforze multinazionale nell'ambito di ISAF rafforzerà ancora e razionalizzerà il sostegno logistico tra i paesi partecipanti.

L'accresciuto sostegno della NATO a ISAF costituirà un ulteriore passo avanti, consentendo al prossimo comandante di ISAF di usufruire del vasto insieme di competenze degli stati maggiori di Heidelberg, Brunssum e Mons. Grazie a questa capacità di "consultazione", il comandante di ISAF potrà contare su risorse specializzate in settori come la pianificazione strategica, senza dover dispiegare tali risorse in Afganistan. Di conseguenza, senza una forza più numerosa sul terreno e con solo una piccola presenza della NATO a Kabul, ISAF avrà una rafforzata capacità per pianificare ed effettuare delle operazioni. Ciò può consentire all'Alleanza, a tempo debito e in consultazione con l'ONU, di prendere in considerazione se ampliare i compiti di ISAF al di là dell'attuale mandato.

L'assunzione da parte della NATO della responsabilità del funzionamento del quartier generale di ISAF renderà inoltre più facile agli alleati, che avrebbero trovato ciò difficile, svolgere il ruolo di nazione leader per fornire un forte contributo a ISAF. Questo, per esempio, sarà il caso del Canada allorché assumerà il comando della Brigata multinazionale di Kabul. Da ultimo, la continuità della missione verrà rafforzata attraverso la rotazione scaglionata del personale del quartier generale in e fuori Kabul, piuttosto che con importanti movimenti ogni sei mesi e rendendo permanente la struttura fondamentale del quartier generale di ISAF.

Prospettive

Nel corso degli ultimi 18 mesi, sotto la successiva guida di Regno Unito, Turchia, Germania e Paesi Bassi, ISAF ha fatto molti progressi nell'adempimento del proprio mandato. Con la sua sola presenza, quale tangibile manifestazione dell'impegno internazionale all'istituzione di un Afganistan autonomo, stabile e prospero, ISAF ha contribuito al rafforzamento dell'Autorità transitoria afgana a Kabul, mentre forniva una garanzia di sicurezza alle agenzie dell'ONU e alle organizzazioni non governative impegnate nell'assistenza umanitaria e nella ricostruzione.

ISAF ha contribuito ugualmente al progressivo consolidarsi delle istituzioni nazionali afgane, in particolare aiutando ad addestrare le prime unità del nuovo esercito nazionale afgano e della polizia nazionale. Ora, ISAF e l'esercito nazionale afgano effettuano quotidianamente pattugliamenti congiunti nelle vie di Kabul, fornendo una immagine positiva di lavoro di squadra e di collaborazione. Inoltre, centinaia di progetti civil-militari hanno continuato a svilupparsi rapidamente nei settori dell'amministrazione locale, della ricostruzione delle infrastrutture, del ripristino di scuole e di strutture sanitarie, della riattivazione della fornitura idrica, della sanità, dell'istruzione e dell'assistenza tecnica in campo agricolo, instillando un nuovo senso di speranza tra la popolazione civile a Kabul e nei suoi dintorni.

Questi risultati sono stati ottenuti nonostante il perdurare di rischi e contrasti. La minaccia terrorista a ISAF rimane un'importante fonte di preoccupazione, rafforzata dall'attacco di giugno in cui perirono 4 soldati tedeschi. Il persistere dell'attività dei Talebani e di al-Qaida nel sud e nel sud-est dell'Afganistan e di sporadici scontri a fuoco tra fazioni nelle provincie settentrionali del paese ostacola la missione di ISAF, creando un clima di incertezza. Il commercio della droga, la criminalità organizzata e le misere condizioni delle infrastrutture locali rimangono delle sfide a lungo termine.

Nel breve termine, l'Autorità transitoria afgana e la Missione di assistenza dell'ONU in Afganistan avranno la responsabilità di gestire due avvenimenti fondamentali che contribuiranno a modellare il futuro dell'Afganistan in modo cruciale: la convocazione in ottobre di una Loya Jirga costituzionale, un grande consiglio tipico dell'Afganistan, e lo svolgimento delle elezioni nazionali nel giugno 2004. Entrambi questi avvenimenti costituiranno una prova della capacità di ISAF di mantenere un contesto sicuro. Comunque, poiché la NATO si prepara ad assumere la guida di ISAF in agosto, l'Alleanza può fiduciosamente pensare di basarsi sulle realizzazioni dei precedenti contingenti per affrontare i compiti che l'attendono.

Diego A. Ruiz Palmer è capo della Sezione pianificazione della nuova Divisione delle operazioni della NATO.

 Per ulteriori informazioni su ISAF, si consulti il sito www.isafkabul.org


*La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.




Manovre psicologiche

Il tenente colonnello Steven Collins valuta le operazioni di gestione delle percezioni prima, durante e dopo l'Operazione Iraqi Freedom e le implicazioni per la NATO in questo campo.

Nei prossimi mesi ed anni senza alcun dubbio gli analisti esamineranno ogni aspetto dei 27 giorni che vanno dal tentativo di decapitare il regime iracheno (20 marzo), alla caduta di Tikrit (15 aprile), per trarne quanti più insegnamenti possibile. Uno dei settori meritevoli di attenzione con evidenti implicazioni per la NATO è il modo in cui la Coalizione ha cercato di influenzare gli atteggiamenti e il modo di pensare delle opinioni pubbliche straniere, specialmente quelli iracheni prima, durante e dopo l'Operazione Iraqi Freedom.

Tanto l'Operazione Iraqi Freedom che l'esperienza della NATO nei Balcani hanno mostrato l'importanza della cosiddetta "gestione delle percezioni". È stata sottolineata la necessità di sviluppare i mezzi atti a sfruttare questo diverso potere, prendendo contestualmente le idonee misure di protezione contro il suo utilizzo da parte del nemico e da altre asimmetriche capacità sia politiche che militari. Dato che la NATO riorganizza la sua struttura militare e si impegna in missioni al di là della sua tradizionale area, tali capacità diventano sempre più importanti per le operazioni dell'Alleanza. La gestione delle percezioni include tutte le azioni utilizzate per influenzare gli atteggiamenti e l'obiettivo ragionamento delle opinioni pubbliche straniere e comprende: la Diplomazia pubblica, le Operazioni psicologiche (PSYOPS), l'Informazione pubblica, le Attività segrete e di manipolazione. Nel caso dell'Operazione Iraqi Freedom, di particolare interesse è stata la diplomazia pubblica, cioè il manifesto tentativo di persuadere le opinioni pubbliche straniere del contenuto e della saggezza delle proprie politiche, intenzioni e azioni; e le PSYOPS, cioè l'uso di attività, principalmente i media, per influenzare e persuadere le opinioni pubbliche straniere.

Dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno cercato di riattivare le proprie capacità di diplomazia pubblica. Queste erano andate riducendosi nel corso degli anni '90, poiché Washington, rispetto a quanto aveva fatto durante la Guerra fredda, non aveva avvertito la stessa esigenza di spiegare le proprie politiche a livello mondiale e creare una propensione favorevole nei propri confronti a livello internazionale. Oggi, l'Ufficio per le comunicazioni mondiali della Casa Bianca assicura la direzione al più alto livello delle attività volte a generare una globale percezione positiva della politica e delle attività di difesa americane. Ed il Gruppo per la politica del Consiglio nazionale per la sicurezza USA coordina le politiche e i messaggi preparati dalla Casa Bianca tra questa, l'Ufficio della diplomazia pubblica del Dipartimento di stato ed il Pentagono. Insieme, questi organi hanno attuato la più coordinata, e la meglio finanziata struttura strategica americana per la gestione delle percezioni dopo gli anni '80. Questa è concentrata sul mondo islamico ed ha un bilancio di oltre 750 milioni di dollari USA per il solo Medio Oriente.

Nonostante questo notevole sforzo, prima dell'Operazione Iraqi Freedom non si è avuto un successo evidente degli sforzi della diplomazia pubblica. Il discorso di 78 minuti del Segretario di stato americano Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza dell'ONU, diffuso in diretta in tutto il mondo il 5 febbraio, non è riuscito a convincere i rappresentanti dei membri più importanti del Consiglio di sicurezza - Francia, Germania e Russia - della necessità di intraprendere immediatamente un'azione militare contro l'Iraq. Invece, il successivo discorso del Ministro degli esteri francese Dominique de Villepin davanti alle Nazioni Unite, mettendo in dubbio ogni aspetto dell'intervento di Colin Powell, è stato accolto con acclamazioni e frenetici applausi. Di conseguenza, il Regno Unito e gli Stati Uniti non hanno fatto grandi progressi nell'ottenere un maggior sostegno dai loro tradizionali alleati, e una seconda risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU, che autorizzasse l'azione militare contro l'Iraq non è mai stata sottoposta al voto, poiché era evidente che non avrebbe raccolto il necessario consenso.

All'interno del mondo islamico, le attività americane di diplomazia pubblica non sono riuscite sino ad oggi a produrre grandi risultati. Può darsi che sia impossibile conseguire immediatamente dei risultati positivi. Una efficace diplomazia pubblica necessita di uno sforzo sostenuto e di una prospettiva a lungo termine. Per il prevedibile futuro, come ha sottolineato Osama Sibliani, l'editore di Arab American News: "gli Stati Uniti potrebbero avere il profeta Maometto a fare le relazioni pubbliche e non servirebbe a niente". Uno strumento promettente per il futuro potrebbe essere Radio Sawa (Radio Insieme), una emittente finanziata dal Congresso degli Stati Uniti che copre il mondo arabo e che diffonde musica pop araba ed occidentale, intercalata da notizie che offrono il punto di vista americano. A pochi mesi dal suo avvio nel 2002, i fautori di Radio Sawa affermavano che era una delle più popolari emittenti radio tra i giovani arabi.

Nel corso della campagna militare in Iraq, la Coalizione ha tentato di modellare in senso favorevole la percezione mondiale di tale conflitto attraverso una serie di misure, tra cui quella di "includere" dei reporter nelle unità militari che dovevano essere impiegate. Sebbene inizialmente controversa, tale decisione si è rivelata, a posteriori, una brillante mossa per numerose ragioni. Innanzitutto, i reporter che desideravano aggregarsi sono stati costretti a sottoporsi ad un mini addestramento, che ha fornito loro numerose impressioni iniziali delle sfide che il soldato medio avrebbe dovuto affrontare. In secondo luogo, il fatto di essere inseriti nelle unità ha creato un inevitabile legame tra i giornalisti e le unità che essi coprivano. In terzo luogo, tale inserimento è stata una scelta saggia perché, mentre assicurava la sicurezza dei reporter, offriva al mondo la prima "cronaca in tempo reale" da un campo di battaglia. A causa della fluidità di Iraqi Freedom, i giornalisti che avrebbero potuto essere uccisi o catturati sono stati probabilmente meno numerosi che se fosse stato consentito loro di muoversi liberamente sul campo di battaglia.

Oggi, la molteplicità delle fonti di notizie costituisce un fattore che annulla gli sforzi per ottenere un effetto sull'opinione mondiale. In particolare, l'aumento del numero di notiziari televisivi via satellite e di collegamenti Internet rende sempre più difficile influenzare le opinioni e gli atteggiamenti a livello mondiale, e anche a livello regionale. Il moltiplicarsi del numero di distributori di notizie consente allo spettatore di leggere o vedere le notizie che rafforzano i suoi pregiudizi e le sue opinioni radicate. Uno spettatore arabo che considera le notizie sulla CNN contrarie alle proprie tendenze può passare su al Jazeera, il canale arabo di informazione via satellite, e vedere una prospettiva del mondo forse più in sintonia con la sua.

Si dice che, durante il conflitto, l'Agenzia di informazione irachena si sia resa conto del potere di al Jazeera e si sia spinta sino ad infiltrare dei propri agenti in quella struttura allo scopo di contribuire a distorcere la copertura degli avvenimenti perché fosse più favorevole all'Iraq. Allo stesso modo, la Coalizione ha tentato di oscurare i notiziari della televisione irachena con bombardamenti e disturbi elettronici, sia per l'impatto che aveva fuori dall'Iraq che per quello ottenuto all'interno del paese, ma soprattutto per il primo.

Le operazioni psicologiche (PSYOPS)

Se la diplomazia pubblica a livello strategico ha prodotto nel migliore dei casi risultati alterni, l'impiego delle PSYOPS in Iraq a livello militare operativo e tattico ha avuto maggior successo. L'impiego dei mezzi di comunicazione di massa come radio, volantini, e messaggi mirati, come quelli elettronici indirizzati ai principali uomini politici, ed anche l'uso di altoparlanti durante le operazioni sul terreno, sembra che abbiano avuto un importante effetto.

Oltre 40 milioni di volantini sono stati lanciati sull'Iraq prima del primo attacco (20 marzo), ed altri 40 milioni lo sono stati durante la campagna. Alcuni volantini minacciavano di distruggere ogni formazione militare che avesse opposto resistenza, mentre altri incoraggiavano la popolazione e le forze armate dell'Iraq ad ignorare le direttive impartite dal vertice del partito Baath. A posteriori, parrebbe che abbiano ottenuto l'effetto sperato. Il problema, come in tutte le azioni PSYOPS, consiste nella difficoltà di determinare il rapporto tra causa ed effetto di un'azione nel corso di un conflitto. Le forze armate irachene si sono dissolte di fronte alle forze della Coalizione soprattutto per effetto delle PSYOPS, o dei bombardamenti effettuati dagli aerei della Coalizione, o a causa di carenze nel sostegno logistico - o, infine, di una combinazione tra tutti e tre questi fattori? Quantificare la parte avuta dalle PSYOPS nell'influenzare l'atteggiamento e il comportamento degli Iracheni in modo favorevole alla Coalizione resta un'importante variabile da stabilire.

Certamente la Coalizione non ha avuto il livello di prigionieri iracheni raggiunto nella guerra del Golfo del 1991, che toccò le 70.000 unità. Sebbene 250 Iracheni si fossero arresi il primo giorno durante la conquista di Umm Qasr, questo rivolo iniziale non si trasformò in un fiume. Nei primi giorni del conflitto, il modo in cui la Coalizione ha affrontato l'intera campagna militare è stato ovviamente psicologico, nella speranza che l'uso di soverchianti forze e delle munizioni di precisione avrebbe "scioccato e terrorizzato" e che il regime iracheno sarebbe crollato come un castello di carte. Il fallimento della tattica "scioccare e terrorizzare" ha costretto le forze militari convenzionali americane a mutare il proprio approccio - e senza alcun dubbio ha costretto anche le forze che si occupavano delle PSYOPS a riesaminare i loro slogan e i loro messaggi - in quello di puntare maggiormente su attività e pressioni costanti, piuttosto che sperare che un singolo colpo ben sferrato potesse ottenere l'effetto voluto.

Oltre alla distribuzione di volantini, la radio ha costituito l'altro mezzo di massa delle PSYOPS utilizzato largamente dalla Coalizione. Lanciando programmi da emittenti fisse come pure da un aereo adattato a stazione radio, l'EC-130E Commando Solo, la Coalizione ha utilizzato una programmazione simile a quella di Radio Sawa con molta musica pop intercalata da notizie e qualche annuncio. Il nome di questa stazione che copriva tutto l'Iraq è stato quello piuttosto banale di Information Radio. Inoltre, fuori dai grandi centri abitati, sono state create delle stazioni radio locali delle PSYOPS - una di queste era la stazione radio PSYOPS inglese Radio Nahrain (Radio Due Fiumi), una stazione radio FM ubicata alla periferia di Bassora. Oltre all'installazione di propri trasmettitori radio, la Coalizione ha tentato di disturbare elettronicamente le stazioni radio irachene, per ottenere il monopolio dell'informazione diretta al popolo iracheno attraverso tale mezzo.

Le tattiche di PSYOPS finora descritte sono tutti esempi di cosiddette "PSYOPS Bianche", che apertamente e con precisione annunciano la paternità del prodotto. Durante il conflitto iracheno, sono state anche utilizzate delle cosiddette "PSYOPS Nere" - delle PSYOPS che si manifestano come prodotte da una fonte, ma in effetti lo sono da un'altra. Si ritiene che la CIA americana abbia creato sin dal febbraio 2003 delle stazioni PSYOPS Nere. Una di tali stazioni, Radio Tikrit, ha cercato di darsi una veste di credibilità affermando di essere gestita da Iracheni fedeli al regime nella zona di Tikrit e tenendo una linea editoriale che in modo servile sosteneva Saddam Hussein. In poche settimane comunque il tono è mutato e la stazione è divenuta sempre più critica nei confronti di Saddam. Le PSYOPS Nere possono aver successo fintanto che gli ascoltatori a cui indirizzano i loro programmi non si accorgono della messinscena e credono che l'informazione provenga dalla fonte falsamente indicata, ma considerata più credibile. Il rischio, ovviamente, è che se l'inganno viene scoperto, ciò danneggi la credibilità dell'intero sforzo delle PSYOPS, sia Bianche che Nere.

Uno dei mezzi più innovativi utilizzato dalle PSYOPS della Coalizione nella preparazione di Iraqi Freedom è stato l'uso di messaggi tramite telefoni cellulari e di corrispondenza elettronica inviata direttamente ai principali esponenti del regime iracheno. Agli inizi del 2003, vi erano in Iraq solo 60 bar muniti di collegamento Internet, e il costo di 25 dollari USA per un collegamento a domicilio era al di là delle possibilità della maggior parte degli Iracheni. Inoltre, il regime iracheno era restio a diffondere l'accesso ad Internet in tutto l'Iraq. Così, mentre la maggior parte degli Iracheni non aveva accesso ad Internet, lo aveva invece gran parte della dirigenza del partito Baath, e la Coalizione usò specificamente questo mezzo per sottolineare a ognuno di loro quanto sarebbe costato all'Iraq collettivamente e ad essi personalmente continuare a sostenere Saddam.

Vi erano inoltre degli elementi tattici delle PSYOPS: delle unità di PSYOPS con un veicolo dotato di altoparlante e di un traduttore inquadrate nei reparti dell'esercito e dei marines. Come nei conflitti del passato, queste unità hanno dimostrato la loro validità contribuendo a persuadere degli Iracheni isolati ad arrendersi, contribuendo a mantenere il controllo dei prigionieri iracheni, e conducendo anche operazioni fuorvianti contro unità militari irachene, producendo cioè gli effetti sonori di carri armati e di elicotteri attraverso altoparlanti.

Stranamente, sembra che i pianificatori militari di Iraqi Freedom abbiano dedicato poche energie per sviluppare in anticipo delle capacità PSYOPS idonee al dopo conflitto. Di conseguenza, degli agenti iraniani, in particolare nell'Iraq meridionale, hanno potuto in qualche caso occupare il vuoto di informazione, e gli Stati Uniti hanno reagito incaricando delle società private di immettere rapidamente qualsiasi cosa nell'etere per colmare questo vuoto. Ciò ha condotto, senza volerlo, ad alcune situazioni curiose, come il fatto che l'attenzione dei media americani venisse distolta dall'Iraq e che le società incaricate trasmettessero come notizie, agli stupiti Iracheni, avvenimenti locali americani.

Conclusioni preliminari

Lo sforzo per conquistare con tutti i mezzi i cuori e le menti continua attualmente in Iraq senza sosta, e continuerà in futuro. In effetti, è in parte il risultato di questo sforzo che infine dirà se valeva la pena di scatenare il conflitto. Alcune conclusioni preliminari possono, ciò nonostante, già trarsi dalle operazioni della Coalizione di gestione delle percezioni nel corso di Iraqi Freedom. La NATO dovrebbe studiare attentamente queste lezioni e stabilire se debbano essere apportati dei cambiamenti su come la NATO pianifica e dota di risorse le proprie attività di gestione delle percezioni. Dal canto loro, vi sono lezioni che gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero apprendere dall'esperienza della NATO nella gestione delle percezioni nella fase successiva al conflitto.

 La diplomazia pubblica è difficile da attuarsi e i suoi effetti possono richiedere anni per concretizzarsi

La diplomazia pubblica non produce risultati dal giorno alla notte. Anche quando vengono utilizzate grandi somme di denaro per tale scopo e reclutato personale qualificato, come negli Stati Uniti negli ultimi due anni, i risultati possono dimostrarsi limitati. Ma ciò non significa che la diplomazia pubblica vada ignorata. Modificare delle attitudini fortemente radicate richiede uno sforzo prolungato per un tempo estremamente lungo.

 Vi è un divario tra PSYOPS e va crescendo

Vi è un crescente divario tra la NATO e i suoi paesi membri riguardo all'attenzione e alle risorse attribuite alle PSYOPS. Gli Stati Uniti spendono una impressionante quantità di denaro per rafforzare la propria capacità nel campo delle PSYOPS. Il Belgio, la Repubblica Ceca, la Germania, la Polonia, la Spagna e il Regno Unito stanno anch'essi rafforzando le loro capacità nel campo delle PSYOPS. Al contempo, mentre alcuni paesi NATO si stanno impegnando in questo settore, il quartier generale e i comandi militari strategici della NATO hanno fatto poco per promuovere le loro capacità relative alle PSYOPS nell'ambito del loro personale. Le PSYOPS sono una attività in cui la NATO potrebbe e dovrebbe migliorare, ma occorre impegnarsi.

 Le PSYOPS possono dimostrarsi utili nella fase successiva ad un conflitto

Le PSYOPS non vanno dimenticate nella fase successiva al conflitto. Dato che vi è spesso un vuoto di informazione da colmare e che la gente ha bisogno di essere rassicurata e confortata psicologicamente, è in questo che le PSYOPS possono costituire una grande risorsa. Si tratta inoltre di un settore in cui il Regno Unito e gli Stati Uniti possono apprendere dalla NATO. L'esperienza fatta dalla NATO in Bosnia Erzegovina e in Kosovo l'ha dotata di una considerevole competenza quanto alle PSYOPS nel periodo successivo al conflitto. Inoltre, i posti che riguardano le PSYOPS nei quartier generali di SFOR e di KFOR sono occupati da personale divenuto esperto in questo campo, che può dimostrarsi assai differente da quello delle PSYOPS effettuate durante il conflitto. Il Regno Unito e gli Stati Uniti dovrebbero dunque analizzare l'esperienza della NATO riguardo alla gestione delle percezioni nei Balcani ed applicarla alle loro attuali attività in Iraq.

 È bene dire "pane al pane"

Si è rivelato sorprendente, anche per chi si occupa di PSYOPS quanto spesso il termine "PSYOPS" venisse utilizzato nelle riunioni militari e dalla stampa durante Iraqi Freedom. Nelle recenti operazioni militari, vi è stata una tendenza a rendere confusi connotazioni e significati utilizzando una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come "operazioni di informazione" (INFO OPS). Se il termine "INFO OPS" potrebbe non presentare, semanticamente, le asprezze del termine PSYOPS, il suo accresciuto utilizzo nel corso degli ultimi 5-6 anni e le imprecise interpretazioni del termine hanno diffuso il seme della confusione tra le fila dei pianificatori militari, sino al punto da far sembrare sinonimi i termini PSYOPS e INFO OPS. Ciò può condurre ad imbarazzanti conseguenze. A causa della loro natura ambigua, le INFO OPS sono divenute una espressione conveniente per indicare compiti militari che fino ad oggi hanno evitato di essere etichettati. Porre le PSYOPS sotto il titolo di INFO OPS spesso conduce a ridurre la loro importanza. Ciò mina l'accesso diretto che gli specialisti di PSYOPS necessitano presso il comandante che essi coadiuvano perché sia efficace in tale ambito.

Ancor più preoccupante è che la stampa e l'opinione pubblica abbiano cominciato a capire questo gioco di parole, esprimendo preoccupazione riguardo al fatto che l'uso del termine INFO OPS sembri essere un tentativo deliberato per consentire che il termine PSYOPS venga utilizzato dai politici per manipolare l'opinione pubblica interna perché questa sostenga politiche poco persuasive e impopolari. Questo è un caso di terminologia militare che può dimostrarsi fin troppo sottile. Per essere precisi, non vi è alcun nesso tra le PSYOPS e le attività di pubblica informazione indirizzate all'opinione pubblica mondiale e a quella nazionale, queste ultime infatti cercano di fornire un'accurata e veritiera cronaca degli avvenimenti. Le recenti attività in Iraq hanno mostrato che l'opinione pubblica accetterà le attività delle PSYOPS che vengano chiamate con il loro nome, fintanto che queste sono dirette, come programmato, al pubblico delle zone di combattimento o di quei paesi interessati da operazioni di gestione delle crisi. Utilizzare una terminologia politicamente corretta, come INFO OPS, può compiacere gli addetti ai lavori, ma l'uso di termini attenuati di tale natura non fa che aggiungere confusione e malintesi.

Dato che l'Alleanza può prevedere di dover operare per periodi prolungati in aree dove i media locali sono sofisticati e faranno concorrenza alla NATO per influenzare le percezioni dei loro ascoltatori locali e internazionali, l'importanza della diplomazia pubblica e delle PSYOPS ne è accresciuta in modo considerevole. Entrambe rappresentano delle capacità relativamente a basso costo, ma possono fornire straordinari risultati. Includere le lezioni tratte da Iraqi Freedom nella ristrutturazione in atto dell'organizzazione militare della NATO offre un'opportunità senza pari nel rafforzare le capacità di gestione delle percezioni ed evitare che questi stessi aspetti vengano utilizzati efficacemente contro l'Alleanza da futuri avversari.

Il tenente colonnello Steven Collins è a capo delle PSYOPS nella Divisione delle operazioni presso il Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa a Mons (Belgio).





Dibattito
Quanto è efficace la prevenzione quale strumento per affrontare la proliferazione delle WMD?
    Max Boot                contro                           Harald Müller


Max Boot è un ricercatore Olin in studi sulla sicurezza nazionale presso il Council on Foreign Relations di New York.

 


Harald Müller è direttore del Peace Research Institute di Francoforte.

 

 

Caro Harald,

È un piacere confrontarmi con te in questo dibattito. La questione se utilizzare la prevenzione per impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa è certamente opportuna, tanto più in quanto il dibattito sull'Iraq è divenuto infuocato. Mentre scrivo, non è stata ancora trovata una prova evidente dei programmi WMD di Saddam Hussein, tranne due rimorchi sospettati di essere dei laboratori di armi biologiche. Ciò, ovviamente, ha indotto molti a ritenere che la guerra in Iraq sia stata inutile e che la dottrina della prevenzione sia stata screditata.

Io non sono d'accordo. A mio avviso, la nostra incapacità a trovare sinora delle WMD discredita non la guerra preventiva, ma la politica delle ispezioni, che, coloro che si oppongono alla prima, hanno proposto come alternativa. Se non troviamo delle WMD nell'Iraq liberato, quali probabilità avrebbero avuto 100 o anche 1.000 ispettori in un paese ancora controllato da un regime totalitario? È ovviamente possibile che non ci sia niente da trovare, che Saddam abbia effettivamente distrutto tutti i suoi depositi di WMD - o, cosa ben più allarmante, che li abbia trasferiti al di fuori del paese. Ma, a mio avviso, l'entità dei suoi attuali depositi è meno importante della sua capacità di produrli e della sua volontà di utilizzare ciò che ha creato. In entrambi questi settori, Saddam è stato un personaggio terribile. Sappiamo che ha usato dei gas tossici contro gli Iraniani e contro i Curdi. Sappiamo che conservava delle WMD quando si riteneva che le avesse dismesse in seguito alle risoluzioni dell'ONU. Non vi è alcun dubbio che, anche se si è sbarazzato dei suoi depositi all'ultimo momento, abbia conservato una notevole infrastruttura in grado di produrre virus e gas in caso di necessità. E sappiamo che era sul punto di acquisire delle armi nucleari, sebbene non sia ancora chiaro quanto vi sia andato vicino.

Per tutte queste ragioni, penso che l'averlo deposto sia stata la cosa giusta, non solo da un punto di vista morale, ma anche strategico. Ci siamo liberati di qualcuno con una lunga lista di crimini, che, se fosse rimasto al potere senza dubbio ne avrebbe commessi di più orribili in futuro, non solo contro il suo popolo, ma anche nei confronti dei propri vicini. Abbiamo tentato con altre soluzioni di isolare Saddam, dal cooperare con lui (prima degli anni '90) alle ispezioni degli armamenti (1992-1998, 2003) alla dissuasione/al "containment" (1991-2003). Si può anche credere che le ultime ispezioni imposte, sostenute dalla minaccia del ricorso alla forza, abbiano temporaneamente bloccato Saddam, e che ciò potesse essere giusto, ma era poco probabile che Regno Unito e Stati Uniti avrebbero potuto mantenere indefinitamente centinaia di migliaia di uomini lungo i confini dell'Iraq. La pressione non avrebbe potuto essere esercitata in maniera permanente e Saddam avrebbe potuto restare ai margini della comunità internazionale, come aveva fatto in passato. Questa ipotesi è stata ormai superata da una decisiva azione militare, e penso che il mondo sia più felice ora che è stato detronizzato. Non lo sei anche tu?

La questione ora è come affrontare gli altri regimi tirannici che producono armi di distruzione di massa, come Iran e Corea del Nord. Ancora una volta siamo di fronte alle note opzioni: negoziare o intervenire preventivamente. Sarei favorevole all'intervento preventivo, ma ove tale intervento venisse considerato in senso ampio, cioè includesse non solo le opzioni strettamente militari ma ogni tipo di pressione - diplomatica, economica e morale - per modificare la natura di questi regimi. Penso che il problema di fondo in tutti questi casi risieda nel tipo di regime e non nel possesso delle WMD in quanto tale. Le WMD possedute da governi liberal-democratici, come Francia e Israele, non costituiscono una grande preoccupazione. Il problema si pone quando dei tiranni che non tengono conto del loro popolo mettono le mani su delle armi così potenti.

Non credo molto che dei regimi che abusano del proprio popolo faranno diversamente col mondo esterno. Ovviamente, sono ben lieti di sottoscrivere degli accordi, ma poi li violano. La Corea del Nord costituisce un chiaro esempio. Pyong Yang ha firmato un accordo quadro nel 1993, per poi lanciarsi comunque a testa bassa nello sviluppo degli armamenti nucleari. Non penso vi sia nulla che possiamo offrire a Kim Jong II che gli faccia interrompere tale programma.

Nel passato, quasi la maggior parte dei successi riportati nel campo della non proliferazione ha avuto luogo grazie a dei cambiamenti di regime. Quando i governi in carica, come in Brasile, Argentina e Sudafrica, sono divenuti più liberali, non hanno più sentito la necessità di avere dei programmi di armamenti nucleari. Tu puoi anche ritenere che la loro volontà di rinunciare alle armi nucleari sia dovuta al Trattato di non proliferazione nucleare, ma io penso che ciò abbia avuto un'importanza secondaria; ciò che ha contato è stata la natura del regime.

Pertanto ritengo che noi dovremmo far di tutto per aiutare il popolo della Corea del Nord, dell'Iran e di altri regimi canaglia ad abbattere i loro tiranni e ad instaurare dei regimi più affidabili. La sicurezza per l'Occidente consiste nella diffusione della liberal-democrazia, non nella firma di altri trattati, come il TNP, che non vengono rispettati.

Immagino che tu abbia delle opinioni differenti. Attendo con piacere di continuare il nostro scambio di punti di vista.

Tuo,
Max


Caro Max,

Grazie per la tua interessante lettera. Sembra che un neoconservatore americano e uno studioso tedesco che compie ricerche sulla pace possano essere d'accordo su qualcosa di veramente fondamentale e cioè sull'uso della forza quale estrema sanzione contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Io l'ho ripetuto almeno una dozzina di volte e il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha espresso lo stesso principio nella propria dichiarazione del 31 gennaio 1992, che la sola formula che può far scattare delle sanzioni, inclusa un'azione militare, in base allo Statuto delle Nazioni Unite, sia quella di definire la diffusione delle WMD come "una minaccia per la pace e la sicurezza".

Ma, a questo punto, mi discosto dalla tua posizione. Il ricorso alla forza deve basarsi sul diritto. Per quanto riguarda le WMD, il diritto internazionale è già vasto. Include la Convenzione sulle armi chimiche e la Convenzione sulle armi biologiche, come pure il Trattato di non proliferazione. Contrariamente a ciò che tu sembri ritenere, il TNP non è solo vuote parole. Dei 36 stati che hanno seriamente previsto o approvato dei programmi di armamento nucleare, la grande maggioranza lo ha fatto prima che il TNP venisse negoziato, e dei 25 stati che hanno annullato tali attività, la grande maggioranza (21) lo ha fatto dopo che il TNP è stato aperto alla firma. La maggioranza di coloro che li hanno annullati erano delle democrazie o dei paesi in transizione, ma vi erano anche dei paesi con governi autoritari, come l'Egitto, l'Indonesia e la Jugoslavia, che hanno posto fine alla ricerca nucleare per scopi militari allorché è stata stabilita la norma internazionale. Il TNP ha costituito quindi un considerevole successo nel persuadere dei paesi a rinunciare all'opzione militare, ed è un'esagerazione affermare che "ogni successo nel campo della non proliferazione è stato ottenuto grazie a dei cambiamenti di regime".

Le norme giuridiche e l'imposizione militare non dovrebbero essere considerate come soluzioni concorrenti, ma come politiche complementari. L'imposizione deve servire ad imporre le norme convenute, ma sulla base di una procedura prestabilita. L'intervento preventivo al di fuori di ogni contesto legale riconosciuto suscita timore, risentimento e resistenza, e da ultimo alimenta proprio l'anarchia che ha cercato di combattere.

La procedura prestabilita richiede un'adeguata esibizione delle prove disponibili, un adeguato dibattito in merito ed una scrupolosa decisione collettiva sulla più adeguata strategia per affrontare la minaccia. Nel caso dell'Iraq, tali requisiti non sono stati richiesti. Il processo di raccolta e di valutazione delle prove da parte di UNMOVIC è stato interrotto. La presentazione delle prove da parte del Segretario di stato Colin Powell alle Nazioni Unite il 5 febbraio è stata vaga, basata su fonti dubbie e non adeguatamente valutate o analizzate. Inoltre, sembra sempre più chiaro che UNSCOM ha fatto un buon lavoro, dato il comportamento degli Iracheni durante la guerra, il non uso di armi chimiche o biologiche, e l'impossibilità sino ad oggi di trovare tracce di WMD, per non parlare di programmi di WMD su larga scala. In effetti, sembra che nonostante un'assenza di quattro anni l'Iraq non sia stato in grado di riavviare i suoi programmi. Il "containment" e la dissuasione hanno avuto successo e avrebbero probabilmente continuato a farlo per qualche tempo in futuro.

La procedura prestabilita richiede un'adeguata esibizione delle prove disponibili, un adeguato dibattito in merito ed una scrupolosa decisione collettiva sulla più adeguata strategia per affrontare la minaccia. Nel caso dell'Iraq, tali requisiti non sono stati richiesti. Il processo di raccolta e di valutazione delle prove da parte di UNMOVIC è stato interrotto. La presentazione delle prove da parte del Segretario di stato Colin Powell alle Nazioni Unite il 5 febbraio è stata vaga, basata su fonti dubbie e non adeguatamente valutate o analizzate. Inoltre, sembra sempre più chiaro che UNSCOM ha fatto un buon lavoro, dato il comportamento degli Iracheni durante la guerra, il non uso di armi chimiche o biologiche, e l'impossibilità sino ad oggi di trovare tracce di WMD, per non parlare di programmi di WMD su larga scala. In effetti, sembra che nonostante un'assenza di quattro anni l'Iraq non sia stato in grado di riavviare i suoi programmi. Il "containment" e la dissuasione hanno avuto successo e avrebbero probabilmente continuato a farlo per qualche tempo in futuro.

La decisione di ricorrere alla guerra non dovrebbe mai essere presa alla leggera, dato che vi saranno sempre delle vittime innocenti, come è avvenuto nella campagna in Iraq. Una simile decisione dovrebbe dunque scaturire unicamente dalla necessità, quale estrema risorsa quando ogni altro approccio sia risultato vano. Nel caso dell'Iraq, non si era arrivati a questo punto. E non si dovrebbe consentire al governo di un solo paese, qualunque esso sia, di prendere una tale decisione.

Il mondo è una mescolanza di culture e di sistemi di governo tra i quali quello democratico è chiaramente preferibile. Provenendo da un paese che ha sperimentato due dittature nell'ultimo secolo, mi considero fortunato a non essere stato inquadrato né nella gioventù hitleriana, né nei "giovani pionieri", il suo equivalente comunista. Comunque, ritengo che l'intervento preventivo, al semplice scopo di cambiare un regime, stabilisce delle erronee priorità. I dittatori sono molto sensibili alla dissuasione. In effetti, il più grande trionfo democratico della storia, la fine della Guerra fredda, è stato conseguito attraverso la pazienza, la perseveranza ed una prudente combinazione di "containment", dissuasione e distensione.

L'uso della forza deve essere riservato all'autodifesa, alla prevenzione di un genocidio e a prevenire una minaccia mortale palese ed imminente che non può essere evitata altrimenti. La politica dell'Occidente dovrebbe dunque essere quella di modellare ed estendere pazientemente il diritto internazionale e di utilizzare con gradualità la forza per imporlo ove necessario. Lo stato di diritto costituisce una delle grandi risorse della democrazia e fornisce il miglior contesto internazionale per favorire la sua diffusione.

Un'ultima annotazione. Sono felice che Saddam Hussein non sia più al potere. Sono anche felice che l'impero sovietico si sia disintegrato e avrei preferito che scomparisse prima. Sono altrettanto felice che il governo americano abbia scelto di non seguire il suggerimento del generale Curtis LeMay, responsabile del comando aereo strategico negli anni '50, che proponeva di lanciare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica prima che questa sviluppasse la propria capacità di distruggere gli Stati Uniti con armi nucleari. Se questo suggerimento fosse stato seguito, avrei potuto essere una delle vittime innocenti della guerra che ne sarebbe seguita.

Tuo,
Harald


Caro Harald,

Sono contento di constatare che noi concordiamo in sostanza sull'importanza di ricorrere alla forza per imporre il diritto internazionale. Convengo con la tua affermazione che "le norme giuridiche e l'imposizione militare non dovrebbero essere considerate come soluzioni concorrenti, ma come politiche complementari". La mia preoccupazione è che tu - come anche altri Europei - non troverai mai un caso pratico in cui ammettere che tutte le soluzioni diplomatiche sono state tentate.

" Nel caso dell'Iraq - tu scrivi - tali requisiti non sono stati richiesti". Davvero??? E allora il fatto che Saddam Hussein abbia violato 17 risoluzioni dell'ONU? E allora il fatto che Hans Blix e gli ispettori dell'ONU abbiano riferito più volte di non aver ricevuto la totale cooperazione richiesta dalla Risoluzione 1441? Saddam Hussein è stato uno dei più brutali dittatori che il mondo abbia conosciuto con all'attivo un lungo elenco di misfatti, dal genocidio all'invasione del territorio dei propri vicini e alla violazione delle norme internazionali. Se questo non era un caso tale da giustificare un'azione militare, diventa difficile immaginare quale potrebbe esserlo.

Il mancato ritrovamento di WMD, sino ad oggi, rafforza ancor più il mio punto di vista. Ciò significa che gli ispettori sugli armamenti non avrebbero mai potuto trovare i depositi di WMD di Saddam (la cui esistenza era stata accertata da tutti i servizi di intelligence occidentali, incluso quello tedesco). Allora avrebbero dovuto dargli un assegno in bianco, consentendogli di produrre più WMD in futuro e probabilmente di giungere a possedere armamenti nucleari. (E non dimentichiamolo, ciò gli avrebbe consentito anche libertà d'azione per violentare, brutalizzare e assassinare migliaia di propri cittadini!). Fortunatamente, quel pericolo è stato ormai eliminato dall'azione militare anglo-americana.

Ti sono grato per aver richiamato l'esempio del tuo paese che è stato devastato dalla duplice dittatura nazista e comunista. Ciò, ai miei occhi, costituisce il più valido argomento al mondo contro la dissuasione e a favore del cambiamento di regime. L'Occidente cercò di dissuadere Hitler negli anni '30, e fallì. La conseguenza: 6 milioni di ebrei uccisi e la più terribile guerra della storia. L'Occidente cercò di dissuadere l'Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale ed ebbe successo. Ma ad un prezzo considerevole. Senza considerare i milioni di morti nelle guerre di aggressione del comunismo (Corea, Vietnam, Afganistan, ecc.), vi è da considerare il fatto che i popoli della Germania dell'est e dell'Europa orientale hanno subito l'oppressione totalitaria per oltre 40 anni. È veramente questa la tua soluzione ottimale?

Detto ciò, non credo che noi avessimo alcuna possibilità nel caso dell'Unione Sovietica. La sua potenza era tale che l'intervento preventivo non costituiva un'opzione, salvo in termini non militari, utilizzando cioè tutto ciò che potevamo per minare l'impero sovietico dall'interno (sostenendo movimenti come Solidarnosc e dissidenti come Andrei Sakharov). Attaccare l'Unione Sovietica, come proponeva il generale LeMay, sarebbe stata follia. Ma non è affatto follia attaccare un regime malefico - e assai più debole - come quello di Saddam Hussein in Iraq. In tal caso, abbiamo portato la libertà ad oltre 20 milioni di persone, con un costo relativamente basso di vite umane da entrambe le parti.

La guerra non è sempre la peggiore opzione: convivere con delle dittature totalitarie aggressive è spesso assai peggio. Ritengo che la Francia e il Regno Unito avrebbero fatto meglio negli anni '30 a scatenare una guerra preventiva contro la Germania di Hitler, invece di attendere di essere attaccate. E tu?

Tuo,
Max


Caro Max,

Cosicché gli Europei non scenderanno mai in guerra per imporre il rispetto del diritto internazionale? È strano ciò, avevo l'impressione che le forze speciali tedesche fossero dispiegate in Afganistan a fianco di quelle americane e inglesi e che la Francia fosse il maggior contributore alla campagna aerea in Afganistan dopo gli Stati Uniti.

In ogni modo, non trovo convincente la tua affermazione che l'assenza delle WMD in Iraq abbia dimostrato la futilità del processo delle ispezioni. Sino ad oggi, Washington ha fornito tre spiegazioni per la mancata scoperta delle WMD. Queste sono: a) che l'Iraq abbia distrutto tali armi subito prima della guerra; b) che l'Iraq abbia trasferito tali armi all'estero; e c) che le WMD siano state rubate. Nessuna di queste è convincente e l'ultima rappresenta un'ammissione di fallimento, se l'obiettivo era quello di impedire che le WMD irachene cadessero nelle mani dei terroristi. Inoltre, le molteplici spiegazioni non aumenteranno la credibilità americana la prossima volta che Washington cercherà di creare un'occasione di intervento preventivo.

Vi è anche un'altra possibilità, e cioè che l'Iraq non possedesse per niente delle WMD, né, in quantità rilevanti, i mezzi per produrle. La maggior parte delle informazioni riguardanti il programma di armi biologiche dell'Iraq, di cui si è ampiamente parlato, ha come fonte il disertore iracheno Kemal Hussein che si rifugiò in Giordania nel 1995. Ma un'altra delle dichiarazioni di Hussein, della quale non si è parlato molto, è stata che l'Iraq aveva interrotto la produzione di tali armi nel 1991 e che le aveva distrutte prima che UNSCOM cominciasse il proprio lavoro. Non abbiamo mai accertato ciò, ma può ben essere vero.

Cosa avrebbero potuto concludere delle ispezioni ampliate e rafforzate? Gli ispettori hanno trovato qualche proiettile scarico di mortaio predisposto per agenti chimici ed hanno sovrinteso alla distruzione dei missili Al Samoud. Erano insoddisfatti per il livello di cooperazione, ma constatarono che questa andava migliorando man mano che le ispezioni procedevano. Con più interrogatori, con rapide e puntuali ispezioni e grazie alla migliore intelligence occidentale, gli ispettori, prima o poi avrebbero dovuto trovare più tracce residue dei vecchi programmi e, assai probabilmente, quelle dei principali sforzi per riattivarli - se mai ve ne furono. Inoltre, a UNMOVIC avrebbe potuto far seguito un regime a lungo termine di supervisione permanente, accompagnato da sanzioni intelligenti. Tali strumenti, affiancati dalla minaccia di un'azione militare in caso di non osservanza, avrebbero probabilmente determinato il "containment" dell'Iraq per il prevedibile futuro.

Ciò che mi preoccupa in merito alle tue argomentazioni è ciò che io considero un atteggiamento poco realistico verso la guerra. La guerra fa delle vittime innocenti. Questa è la sua natura, qualunque siano gli sforzi per ridurre le perdite civili. La decisione di scendere in guerra non dovrebbe essere presa semplicemente sulla base di una vittoria sicura. Piuttosto, dovrebbe basarsi solo sulla chiara evidenza della sua inevitabilità, sulla consolidata convinzione che il numero delle vittime sarà inferiore a quello che vi sarebbe stato se non vi fosse stata guerra, e nella ragionevole previsione che la situazione successiva alla guerra non sarà peggiore di quella anteriore (quanto si verificò appunto nel 1938!). Rimango convinto che nel caso dell'Iraq si poteva evitare la guerra. Nel frattempo, il giudizio rimane ancora aperto sugli altri due criteri, sebbene di tutto cuore mi auguro che, con un po' d'aiuto, il popolo iracheno possa ricostruire il proprio paese. Ciò detto, non è facile imporre la democrazia dal di fuori. Le condizioni variano da paese a paese e le esperienze tedesca e giapponese dopo la Seconda guerra mondiale non sono necessariamente modelli da applicare altrove. Solo il tempo lo dirà.

Un ultimo punto. Qui non stiamo parlando di pre-emption (agire per anticipare un imminente attacco). Stiamo parlando di prevention, cioè di eliminare un rischio prima che si trasformi in una minaccia che potrebbe manifestarsi in un attacco. Quanto alla prevenzione, fino a tempi assai recenti, i giuristi internazionali erano d'accordo che fosse manifestamente illegale.

Tuo,
Harald


Caro Harald,

Penso che per ciò che concerne le WMD irachene, dovremo comporre le nostre divergenze. Tra l'altro, noto semplicemente che il governo americano non era il solo ad essere convinto che Saddam possedesse le WMD: vi erano anche altri governi, tra cui dei governi europei, che avevano delle attività di intelligence in Iraq. Per questa ragione, vi erano degli ispettori dell'ONU.

Dissento inoltre dalla tua affermazione che un regime di ispezioni "a lungo termine" avrebbe funzionato. Trovo difficile altrimenti immaginare perché Saddam non avrebbe smesso di cooperare con gli ispettori, come fece nel 1998. La Francia e la Germania avrebbero volontariamente attaccato l'Iraq se lo avesse fatto? Nel 1998 non lo fecero.

Ciò che realmente mi turba, comunque, è il tuo atteggiamento poco realista nei confronti dei regimi totalitari. Tu scrivi: "la guerra fa delle vittime innocenti". Altrettanto fanno i regimi malvagi. Di fatto, nel corso del XX secolo i regimi totalitari procurarono probabilmente più vittime che non le guerre. Da aggiungersi alle morti provocate da Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot e, perché no, da Saddam Hussein. Ciò fa oltre 100 milioni di morti. Il contributo dato da Saddam è stato relativamente modesto: poche centinaia di migliaia di vittime. Ma la guerra che lo ha detronizzato non ha causato che poche migliaia di perdite civili. È altrettanto sicuro che la guerra ha salvato le vite di molti Iracheni.

Il giudizio se l'Iraq stia meglio senza Saddam non è stato ancora dato. Anche se l'Iraq non diviene una democrazia perfetta, ha già cessato di essere un paese dove le donne vengono violentate ed i ragazzi torturati a fini politici. In base ad ogni ragionevole valutazione morale, la guerra in Iraq è stata ampiamente giustificata.

Per quanto riguarda la tua ultima affermazione, non ripongo molta fiducia nei giuristi internazionali e in quanto affermano. Se lo facessi, starei ancora attendendo che il Patto Kellogg-Briand del 1928 (che escludeva la guerra quale strumento di politica nazionale) venga applicato. Pongo la mia fiducia nella potenza americana che ha liberato l'Europa e l'Asia dal grande male del XX secolo e che ora sta facendo lo stesso in Medio Oriente. Non è stato il "diritto internazionale" a vincere la Seconda guerra mondiale o la Guerra fredda, bensì l'America e i suoi alleati.

Tuo,
Max


Caro Max,

Possono verificarsi delle situazioni in cui dobbiamo prendere le armi per difenderci contro le minacce WMD - se, per esempio, il Consiglio di sicurezza dell'ONU avesse riscontrato che Saddam aveva palesemente violato la Risoluzione 1441 - o per prevenire un genocidio da parte di dittatori senza pietà. Nessun atteggiamento poco realistico su questa questione da parte mia. Ma i paesi che detengono la potenza non possono detenere il monopolio di decisioni di tale portata. Delle valide procedure legali sono a disposizione della comunità internazionale per fare ciò. In effetti, utilizzandole, le Nazioni Unite hanno sviluppato nuovi principi di intervento umanitario negli anni '90 e, nel 1998, hanno stabilito che i governi che offrono copertura sono responsabili sul proprio territorio del terrorismo transnazionale. In questo modo il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha attribuito nel 2001 il diritto di autodifesa a degli stati attaccati dai terroristi nei confronti di quegli stati che davano loro protezione. In seguito, nella Risoluzione 1441, il Consiglio di sicurezza ha avviato un promettente approccio per affrontare le minacce delle WMD, che non ha avuto ancora il tempo di svilupparsi.

Tu poni la tua fiducia nella potenza americana, perché credi - come fa il tuo governo - che l'America sia (sempre?) nel giusto. Al di fuori degli Stati Uniti, comunque, vi è una crescente impressione che Washington abbia sviluppato una convinzione di infallibilità e che non senta il bisogno di tener conto del punto di vista degli altri - a meno che costoro non riecheggino la politica americana. Inoltre, non tutti credono che Washington sia la fonte di ogni saggezza. Il modo americano di costruire la pace in Iraq, per esempio, denota una considerevole abilità ad accumulare errori. Per tale ragione, mi dispiace, il giudizio resta ancora sospeso.

Il mondo diviene sempre più piccolo. Quindi, le conseguenze delle decisioni prese a Washington riguardano tutti noi ed è estremamente frustrante quando lo sono al di fuori delle procedure legali internazionali. Le decisioni che riguardano il popolo, ma a cui questo non partecipa, creano risentimento, resistenza e, da ultimo, violenza.

Nel XVIII secolo Re Giorgio III d'Inghilterra decise di dover tassare i suoi sudditi che vivevano in un altro continente. Pensava di avere delle buone ragioni per tale politica, dato che stava sostenendo dei costi per proteggere questi stessi popoli dai "selvaggi". Questi popoli, si ribellarono, dato che non erano mai stati consultati su tale decisione ma ne subivano gli effetti. Gli Americani conoscono meglio di chiunque altro le conseguenze che la loro collera generò.

Tuo,
Harald

 Per ulteriori informazioni sul Council on Foreign Relations, visita il sito www.cfr.org, per il Peace Research Institute di Francoforte, visita il sito www.hsfk.de





Recensioni
Opere "rivoluzionarie"
 

James Appathurai recensisce due opere che esaminano la rivoluzione negli affari militari e il suo effetto sul futuro della guerra.

I primi sintomi di panico cominciarono a mostrarsi dieci giorni dopo l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti. La resistenza irachena non sembrava prossima al collasso come avevano promesso i fautori della campagna. Le linee di approvvigionamento apparivano sotto pressione e vulnerabili, senza truppe sufficienti per sorvegliarle mentre le forze combattenti proseguivano nella loro avanzata. E la battaglia per Baghdad - dove i vantaggi tecnologici americani si sarebbero drammaticamente ridotti - incombeva.

Gli analisti da tavolino si affrettarono ad avanzare le loro critiche. Le forze guidate dagli USA erano troppo leggere, sia nel numero che per quanto riguardava l'armamento, per garantire una vittoria. La rapidità dell'avanzata americana era pericolosa. Cosa ancor più grave, i critici ritenevano che il Segretario americano alla difesa, Donald Rumsfeld, e il Comandante militare, generale Tommy Franks, stessero giocando con le vite dei loro soldati, e con il successo militare, in una spericolata sperimentazione di rivoluzionarie teorie belliche. In effetti, dalla terza settimana del conflitto si mormorava che il futuro di Rumsfeld e con lui la sua visione del conflitto camminassero sul ghiaccio sottile nel deserto iracheno.

A pochi giorni di distanza, comunque, tale pronostico si dimostrò manifestamente erroneo. Le forze armate irachene o si ritiravano o, dove resistevano, venivano rapidamente sbaragliate. Baghdad cadde in soli pochi giorni, e il regime baathista fu annientato. La vittoria militare era stata rapida e totale, con un numero particolarmente limitato di perdite da entrambe le parti.

A degli osservatori superficiali, tale successo poté apparire in gran parte come il risultato della debolezza delle forze armate irachene e dell'assenza di sostegno tra gli Iracheni per il regime di Saddam. La stessa campagna militare, comunque, non sembrava alcunché di veramente nuovo - sorprendendo forse solo per la rapidità della principale forza di invasione, e per essere questa un po' più leggera di quanto ci si aspettava, per il resto, niente di particolarmente rilevante.

In questo caso, comunque, gli osservatori superficiali si sono sbagliati pesantemente. La campagna in Iraq non è stata una campagna ordinaria. È stata, al contrario, il primo importante conflitto che illustra le implicazioni di ciò che è stato definito come la "rivoluzione negli affari militari", o RMA.

Propugnata dal Segretario Rumsfeld, la RMA costituisce il nucleo della trasformazione delle forze americane. Se verrà adottata, trasformerà totalmente il modo in cui le forze americane sono strutturate, equipaggiate, addestrate e impiegate. Avrà un effetto diretto sulla capacità degli alleati dell'America nell'operare con le forze americane. Ed influenzerà le relazioni politiche dell'America con i paesi di tutto il mondo. Per tutte queste ragioni, coloro che si interessano al futuro delle operazioni militari devono affrontare la RMA.

L'opera di Elinor Sloan, The Revolution in Military Affairs (McGill - Queen's University Press, 2002), è un testo eccellente. La Sloan ha trascorso molti anni come apprezzato analista della difesa presso il Dipartimento della difesa nazionale canadese. Di recente è divenuta assistente presso la facoltà di scienze politiche della Carleton University di Ottawa. Quanto al suo libro, i suoi studenti stanno sicuramente beneficiando del suo notevole talento pedagogico.

Per quanti sono alle prime armi e desiderano comprendere la RMA, tale opera ha una struttura ideale. Comincia con una semplice questione: che cos'è la RMA? La sua risposta è altrettanto chiara. Il fondamento di una RMA consiste nel fatto che i progressi tecnologici debbano condurre a significativi cambiamenti nel come le forze militari sono organizzate, addestrate ed equipaggiate per la guerra, modificando pertanto il modo in cui le guerre vengono combattute.

La Sloan esamina numerose tecnologie del settore che vengono comunemente considerate come il motore di una moderna RMA: una forza di precisione e le munizioni a guida di precisione; la proiezione delle forze; la capacità stealth; la conoscenza e il controllo del campo di battaglia. L'Autrice chiarisce inoltre come queste tecnologie incidano sulla dottrina aerea, terrestre, navale e interforze degli Stati Uniti, il paese più manifestamente favorevole alla RMA.

L'opera amplia, a questo punto, il proprio orizzonte per esaminare cosa (e come) i principali alleati dell'America stanno facendo per tenersi al passo con i cambiamenti negli Stati Uniti determinati dalla RMA, concentrandosi sui principali partner degli USA e sulla NATO in particolare. Il capitolo sulla NATO è accurato e completo, ma anche, inevitabilmente, superato. Nel suo vertice di Praga del novembre 2002, l'Alleanza ha adottato delle importanti iniziative per aggiornare le capacità militari della NATO, tra queste, l'Impegno sulle capacità di Praga e la Forza di risposta della NATO. Il libro della Sloan è stato pubblicato così a ridosso del vertice da non averne potuto includere i cambiamenti in esso previsti per le forze e le capacità dell'Alleanza.

Si passa quindi ad esaminare le implicazioni della RMA per le operazioni a sostegno della pace e per contrastare le minacce asimmetriche quali il terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa. In questi capitoli ci si allontana dall'argomento principale.

L'opera della Sloan non è discriminatoria né provocatoria. Il suo approccio è estremamente ampio: non tralascia alcuna importante questione, che viene trattata in modo chiaro ed esaustivo. Vi viene sintetizzato tutto ciò che è già ben noto a coloro che si occupano di questi argomenti, e tali sintesi risultano digeribili anche a coloro che non se ne occupano. Ma, non tenta di approfondire l'analisi, spingendosi oltre la descrizione dei fatti. Non valuta, per esempio i vari progressi tecnologici o i cambiamenti dottrinali in funzione del loro valore relativo alle esigenze moderne. Espone, invece, semplicemente ed efficacemente un completo menù di ciò che potrebbe essere immediatamente disponibile.

Nel testo non si fa peraltro sufficientemente distinzione tra capacità moderne e capacità rivoluzionarie. Il trasporto strategico, se è importante per la proiezione di potenza, ha costituito un'esigenza standard per le forze armate sin dall'epoca di Annibale (che preferì la variante larga e corpulenta). Gli sforzi per acquisire una maggiore capacità in questo campo possono essere sempre più importanti, ed avranno implicazioni per le soluzioni ipotizzabili di basi al di fuori del territorio nazionale, ma il legame con la RMA non è chiaro - o quanto meno non è stato reso chiaro a sufficienza. Allo stesso modo, a delle importanti esigenze moderne, quali la Difesa del territorio nazionale negli Stati Uniti, viene data ampia copertura, ma sembrano avere solo un collegamento superficiale con la RMA.

L'opera della Sloan è anche un buon esempio di perché sia sbagliato giudicare un libro dalla sua copertina. La sinistra maschera antigas color rosso sangue fa prevedere un dramma e un obiettivo che il libro né ricerca, né trasmette. Si tratta di uno sguardo introduttivo altamente utile alla RMA. Una copertina più appropriata avrebbe potuto essere il familiare giallo e nero con un titolo del tipo "RMA for Dummies".

L'opera del maggior generale Robert Scales Jr., Yellow Smoke (Rowman & Littlefield, 2003), è di tutt'altro calibro ed ha un obiettivo differente. Si tratta di un'analisi del futuro della guerra terrestre, redatto non da un analista esperto in questioni militari, ma da un soldato di professione abile nelle analisi. E la differenza si vede.

Il generale Scales ha trascorso trent'anni nell'esercito americano, terminando la propria carriera come Comandante dell'US Army War College. Dal 1995 al 1997, ha avuto un fondamentale ruolo nel progetto Army After Next, un'esercitazione per disegnare un futuro immaginario per l'esercito americano che, poiché l'integrazione diviene sempre più importante, ha avuto delle implicazioni per tutte le forze armate degli USA.

L'opera di Scales si basa sulla convinzione dell'Autore che gli Stati Uniti stiano sviluppando uno stile di guerra specificamente americano. Il nuovo stile americano accentuerà il rapido intervento nelle crisi, con forze più leggere ma non meno letali, allo scopo di conquistare la vittoria nelle prime fasi del conflitto; e cioè, accrescere l'enorme potenza di fuoco delle forze americane per ottenere un vantaggio nelle manovre sul terreno; stabilire un decisivo e rapido vantaggio sul nemico sul teatro, in particolare utilizzando degli elicotteri tattici, e quindi penetrare nel ciclo decisionale del nemico, non dandogli tempo per reagire efficacemente; acquisire una capacità dominante nel controllare i movimenti delle forze nemiche, allo scopo di compensare la superiorità numerica del nemico; e porre l'enfasi sull'atteggiamento difensivo per il combattimento ravvicinato, lasciando al fuoco di copertura il compito di fare vittime.

In una pagina particolarmente succinta, Scales traccia la propria visione di come si svolgeranno le future battaglie terrestri degli Americani. Utilizzando una completa conoscenza del campo di battaglia, le forze americane sapranno esattamente dove le forze nemiche sono dislocate. Utilizzando la propria mobilità tattica, le forze americane andranno dove il nemico non è. L'utilizzo di un Internet tattico ovvierà all'esigenza delle forze americane di restare "a vista" l'una dell'altra nelle formazioni di massa; al contrario, potranno muoversi, in piccole unità, per tutto il campo di battaglia, e quindi utilizzare la loro conoscenza dominante del campo di battaglia ed i loro modernissimi sistemi di comando e controllo per dirigere il fuoco con precisione ovunque ciò si rendesse necessario da differenti ubicazioni e da molteplici teatri (aria, terra, mare, spazio e cyberspazio). Agendo in questo modo, e ad un ritmo enormemente superiore a quello del nemico, avranno rapidamente il sopravvento sulle forze e sulla capacità di controllo di quest'ultimo.

Questo scenario dà un'idea del recente conflitto in Iraq. Questo è stato un conflitto fondamentalmente terrestre, a differenza della precedente campagna in Kosovo. Questo ha messo in risalto la rapidità, la conoscenza del campo di battaglia e gli attacchi di precisione a livelli che non trovano precedenti e in forme nuove. È penetrato nel ciclo decisionale del comando iracheno, rendendo impossibile una efficace opposizione. È stata, nel vero senso del termine, una battaglia "Yellow Smoke". È stata inoltre una conferma per coloro che hanno promosso la trasformazione all'interno delle forze armate americane, incluso il Segretario Rumsfeld. Ed ha costituito una minaccia diretta alle future operazioni in coalizione, perché saranno sempre meno numerosi gli alleati degli USA che avranno la tecnologia, la dottrina o gli uomini per attuarle.

Yellow Smoke ha le proprie debolezze. Avrebbe dovuto beneficiare di una più rigorosa rilettura, troppe volte si ripete che i soldati di fanteria costituiscono il grosso delle perdite in combattimento. È inoltre fin troppo tecnico per i profani, la maggior parte dei quali non conosce il significato di termini come "zone di controllo" o "sistemi di manovra aerea".

Ciò detto, questo libro costituisce una lettura soddisfacente e sostanziale. Consente al lettore di penetrare effettivamente nella trasformazione delle forze armate attualmente in corso, e spiega come questa diviene realtà sul campo di battaglia. Si concentra, senza reticenze, sul vero compito degli eserciti: la vittoria sul campo di battaglia. Come disse il generale George S. Patton: "Nessun povero bastardo ha mai vinto una guerra morendo per il proprio paese. L'ha vinta, facendo sì che altri bastardi morissero per il loro paese". Yellow Smoke fornisce una sostanziosa visione di come ciò avverrà.

Sorprendentemente, vi sono poche opere valide disponibili sulla RMA, anche se Internet è invaso da articoli su tale argomento. The Revolution in Military Affairs di Sloan e Yellow Smoke di Scales sono due dei migliori esempi. In una fase in cui la RMA passa dalla teoria ai campi di battaglia, entrambe queste opere costituiscono delle letture consigliate, l'uno maggiormente indicato per il profano, l'altro per l'addetto ai lavori.

James Appathurai è un alto funzionario incaricato della pianificazione nella Sezione pianificazione politica e preparazione dei discorsi della Divisione affari politici e politica di sicurezza della NATO.




Intervista
Ammiraglio Ian Forbes: l'ultimo SACLANT
 


L'ammiraglio Ian Forbes ha ricoperto l'incarico di Comandante supremo alleato dell'Atlantico (SACLANT) facente funzione tra l'ottobre 2002 e il giugno di quest'anno ed è stato il vice di SACLANT nei precedenti dieci mesi. Quale SACLANT facente funzione ha sovrinteso alla trasformazione del Comando alleato dell'Atlantico, l'unico comando della NATO ubicato nell'America settentrionale, in Comando alleato per la trasformazione (ACT). In trentotto anni di brillante carriera nella Royal Navy, l'ammiraglio Forbes ha partecipato ad operazioni al largo dell'Islanda, delle Falklands, nel Golfo ed in Adriatico, incluse entrambe le campagne aeree della NATO in Bosnia Erzegovina nel 1995 ed in Kosovo nel 1999. E' stato inoltre Capo di stato maggiore di Carl Bildt nell'ufficio dell'Alto Rappresentante a Sarajevo nel 1996 e 1997.

Uno dei più grandi mutamenti della struttura di comando della NATO è stata la creazione del Comando strategico per la trasformazione al posto del Comando supremo alleato dell'Atlantico (SACLANT). Cosa significa questo cambiamento e come sarà strutturato il nuovo comando?

Un processo di trasformazione simile a quello che ha avuto luogo negli Stati Uniti è essenziale per modernizzare le capacità dell'Alleanza e per far sì che queste rimangano coerenti con il pensiero e gli sviluppi in campo militare degli Stati Uniti. Tale processo dovrebbe condurre a una struttura di comando più snella e più efficace, consentendoci di fornire delle soluzioni più creative e futuristiche alle nuove sfide alla sicurezza che abbiamo davanti e, in particolare, a quelle provenienti da fuori della nostra tradizionale area di operazioni. Alla base di tale processo vi è la creazione della Forza di risposta della NATO (NRF). Questa costituisce la piattaforma per fornire le necessarie capacità militari. Il Comando alleato per la trasformazione (ACT), come sarà chiamato SACLANT, fornirà sostegno alla NRF, mettendo a disposizione del Comandante supremo alleato in Europa (SACEUR), generale James Jones, le future capacità che costui richiederà per far sì che il proprio comando possa operare in maniera totalmente interforze, integrata e coordinata, sia in modo indipendente che nel contesto di una coalizione volontaria. L'ACT diverrà un quartier generale rivolto al costante studio del futuro e del cambiamento, il che, dato il ritmo del progresso tecnologico, è fondamentale per combattere una guerra. Analoghe strutture già esistono negli Stati Uniti e noi ci auguriamo di averne la stessa mentalità riguardo alla trasformazione e di divenire un catalizzatore del cambiamento in tutte le forze armate alleate.

Alcuni Europei si sono preoccupati quando hanno appreso dell'imminente scomparsa di SACLANT, dato che questo è stato tradizionalmente considerato come un aspetto tangibile del legame transatlantico. Sono giustificati tali timori?

"Preoccupati" è un termine eccessivo. La scomparsa dell'unico quartier generale della NATO sul suolo americano, che costituisce una sentita manifestazione del legame transatlantico, può certamente costituire motivo di preoccupazione. Comunque, un esame del contributo di SACLANT all'Alleanza nel nuovo contesto di sicurezza avrebbe sollevato dei dubbi sulla sua utilità, a meno che non potesse essere utilizzato per aiutare l'Alleanza ad andare al di là della sua tradizionale area di operazioni. La trasformazione è una motivazione logica assai potente per un quartier generale strategico e costituisce un processo essenziale per l'Alleanza. A mio avviso, l'ACT sarà in futuro un organo estremamente valido per il rafforzamento del legame transatlantico, che è a sua volta fondamentale per la sicurezza transatlantica. Gli Europei non hanno alcun motivo per allarmarsi. La creazione di ACT per operare più strettamente con il concetto americano di trasformazione, costituisce una reale opportunità. In effetti, l'ACT dovrebbe divenire un comando più influente di quanto non lo fosse SACLANT nello scorso decennio per quanto riguarda la struttura che stiamo creando.

La trasformazione militare costituisce un concetto complesso. Che cosa intende con ciò?

Ciascuno intende la trasformazione in modo diverso. Da parte mia penso che consista, soprattutto, in una effettiva comunione sulla linea di fronte, dove capacità terrestri, navali ed aeree vengono totalmente integrate al fine di consentire delle operazioni che comprendono delle attività simultanee piuttosto che in sequenza allo scopo di generare una rapida conclusione vittoriosa della guerra. In Iraq, ne abbiamo avuta una evidente prova reale e con essa un'idea di come il pensiero militare americano si sia evoluto negli ultimi anni in termini di visione, di precisione e di effetti letali, il tutto dispiegato in maniera completamente collegata in rete. Ciò spiega la notevole rapidità della campagna che abbiamo visto in Iraq, e ciò modifica il modo in cui le operazioni verranno condotte in futuro. La trasformazione è inoltre qualsiasi cosa che sta alla base di operazioni congiunte e integrate, inclusi i programmi di formazione, di addestramento e di acquisizione. Essa plasma il futuro in un modo congiunto e combinato che tocca ogni aspetto: intellettuale, culturale e pratico. È un processo in atto, concepito per consentirci di operare più celermente, più rapidamente e più efficacemente sul campo di battaglia. Molto di ciò si è visto in Iraq. E molto di ciò sarà compito della NRF attuarlo.

Come interagiranno nella pratica i Comandi per la trasformazione e per le operazioni della NATO?

Il motivo logico che ha presieduto alla creazione dell'ACT sta nel fatto che questo è un comando di sostegno per SACEUR e per SHAPE, che costituisce il comando operativo. Insieme al SACEUR, saremo responsabili di assicurare che la NATO abbia un insieme di forze del tipo della NRF, che siano rapidamente dispiegabili e sostenibili ed in grado di attuare delle missioni al di fuori della tradizionale area di operazioni della NATO, per affrontare le minacce ovunque queste si manifestino. Abbiamo già lavorato su ciò negli ultimi 10-12 mesi e il nostro interagire con SHAPE ha costituito una esperienza assai positiva che ci ha consentito di stabilire chi debba fare cosa e come. Saremo in grado di fornire a SHAPE nuove idee e nuove tecnologie, come pure l'addestramento degli elementi di comando, aspetti che diventano essenziali per la NRF perché questa funzioni efficacemente e con acume.

Date le differenze esistenti nella spesa militare tra Stati Uniti e i suoi alleati della NATO è possibile colmare il divario di capacità? E se così fosse, come cercherà di fare ciò il nuovo Comando alleato per la trasformazione?

Questa è la domanda da 64.000 dollari! La maggior parte considera il divario di capacità esclusivamente in termini di equipaggiamenti. Se, come è vero, questi costituiscono gran parte del divario, nelle capacità da colmare vanno compresi altri settori, quali la formazione, la dottrina, l'addestramento e un modo di pensare innovativo e pieno di immaginazione. Per esempio, nel Centro di comando in Qatar per la guerra in Iraq, nessuna delle tecnologie aveva più di sei mesi, il che spiega l'entità del cambiamento richiesto per tali operazioni nel mondo odierno. Ciò che è fondamentale a questo punto è un processo mentale comune. Dobbiamo poter pensare allo stesso modo per poter essere formati insieme, addestrati insieme e, da ultimo, poter combattere insieme. In effetti, ciò sta diventando una priorità immediata per l'ACT. Da giugno a dicembre introdurremo una nuova fase dottrinale che determini uno stesso modo di pensare, che, a sua volta, sarà facilitato attraverso la formazione e le simulazioni di guerra. Per quanto riguarda le acquisizioni, stiamo valutando dei pacchetti di capacità rapidamente conseguibili secondo l'Impegno sulle capacità di Praga per mettere subito in cantiere idee e tecnologie emergenti che diventano fondamentali per la NRF.

Tradizionalmente, il Comandante supremo alleato in Atlantico della NATO e il Comandante in capo del Comando congiunto delle forze americane sono stati la stessa persona. Come interagirà il futuro Comando alleato per la trasformazione con il Comando congiunto delle forze americane?

Un elemento essenziale dell'ACT sarà il suo rapporto con il Comando congiunto delle forze americane, che costituisce peraltro il suo equivalente americano quanto al cambiamento nel settore della trasformazione. Abbiamo un rapporto di vecchia data, stretto e profondo con il Comando congiunto delle forze americane e in occasione del cambiamento di comando in giugno, il legame personale con il Comandante del Comando congiunto delle forze americane sarà ristabilito. Questo legame sarà fondamentale per garantire che entrambi i comandi producano nuove idee e identifichino nuovi metodi operativi per sostenere l'interoperabilità, dato che la NRF progredisce su entrambe le sponde dell'Atlantico.

La recente guerra in Iraq è stata una delle più spettacolari campagne militari che si siano mai combattute. Quali sono le immediate implicazioni militari di questa campagna per la NATO e per il Comando alleato per la trasformazione?

Tanto gli Stati Uniti che il Regno Unito stanno al momento analizzando la campagna per trarne tutti gli insegnamenti possibili. Sebbene sia troppo presto per pervenire a delle conclusioni definitive, i primi dati sembrerebbero confermare l'Impegno sulle capacità di Praga della NATO, cioè l'importanza di investire in settori quali i trasporti strategici, i trasporti cisterna di supporto, le munizioni di precisione, la sorveglianza del territorio e la difesa chimica e biologica. I settori di particolare interesse, individuati nel vertice di Praga, si sono rivelati assolutamente esatti. L'altra conclusione preliminare riguarda le differenze intellettuali che vanno superate. L'Iraq ha richiesto dei nuovi e innovativi approcci in tutti i settori, una maggiore rapidità d'azione, una individuazione degli obiettivi estremamente rapida in uno spazio di battaglia integrato come pure enormi trasporti e spostamenti strategici per via aerea. Tutti questi elementi diverranno in futuro fondamentali per la NRF. Lo stretto collegamento tra l'ACT e il Comando congiunto delle forze americane, che costituisce per lo più il principale comando degli Stati Uniti per le lezioni apprese, diverrà notevolmente importante per l'Alleanza. Avremo una capacità iniziale in giugno ed attueremo delle immediate misure per garantire che attraverso simulazioni e seminari le lezioni apprese in Iraq vengano rapidamente recepite dai futuri comandanti della NRF presso le loro sedi.

Sette paesi dell'Europa centrale e orientale sono stati invitati a Praga ad avviare le trattative di adesione alla NATO. Come contribuirà il Comando alleato per la trasformazione alle riforme delle forze armate che questi paesi dovranno attuare?

Riguardo a ciò, SHAPE e SACEUR saranno ovviamente in primo piano. Ma noi svolgeremo una funzione di sostegno per garantire che i concetti della trasformazione siano integrati da subito nel processo di riforma. Ciò include settori quali il comando, il controllo, le comunicazioni e l'informatica, e l'intelligence, la sorveglianza e la ricognizione (C4 ISR), come pure un maggiore approccio alla capacità di proiezione delle forze e miglioramenti all'integrazione di queste. Noi li aiuteremo efficacemente ad entrare da subito in un processo di trasformazione, che è fondamentale per l'interoperabilità.

Come può la NATO contribuire nel modo migliore alla guerra al terrorismo?

Negli ultimi 12 mesi, l'Alleanza ha lavorato collettivamente su questo argomento sebbene ciò ovviamente vada al di là dell'ACT. L'accordo per operare fuori area ed il fatto che la NATO stia ora assumendo un ruolo fondamentale in Afganistan costituiscono un significativo segno dell'impegno dell'Alleanza a combattere al di fuori della sua area tradizionale il terrorismo. Noi ci stiamo occupando anche di altri aspetti, come migliorare lo scambio di informazioni e il rafforzamento delle capacità per contribuire alla gestione degli effetti. Tutti questi aspetti sono stati collegati in un nuovo concetto di controterrorismo che l'Alleanza ha adottato, in cui dissuasione, annichilimento, difesa e protezione sono i principi essenziali. Ciò ha preso il via nel vertice di Praga e da allora l'attività ha proseguito. La NRF ne costituirà la manifestazione fondamentale, così pure come e dove la dispiegheremo.

L'anno in cui lei ha svolto le funzioni di SACLANT è stato tra i più densi di eventi sconvolgenti nella storia dell'Alleanza. Che cosa ha appreso da questa esperienza e che significato ha per il futuro della NATO?

Il contesto strategico attuale è assai diverso da come era prima dell'11 settembre. Questa affermazione è ovvia, ma è utile ripeterla. Negli Stati Uniti, il cambiamento lo si può constatare in tutti i settori della politica, e specialmente nelle questioni militari e relative alla difesa del territorio nazionale. Un processo di trasformazione dinamico è in corso per adattarsi ad affrontare le nuove minacce alla sicurezza e gli Stati Uniti sono in modo evidente ben avanti su questo tema, particolarmente nel campo delle capacità militari. L'Iraq ce lo ha dimostrato. Ma i leader della NATO, a Praga, hanno riconosciuto collettivamente l'esigenza di un analogo cambiamento e che tanto la decisione di andare al di là dell'area tradizionale della NATO che quella relativa alla modernizzazione delle capacità sono fondamentali per il futuro dell'Alleanza. Praga ha avviato le nuove capacità: l'Impegno sulle capacità di Praga; la NRF; e la riforma della struttura di comando. L'ACT costituisce un elemento fondamentale della nuova struttura di comando e in giugno avrà una iniziale capacità operativa. Conseguire ciò ha richiesto praticamente un intrinseco processo di trasformazione, ma noi siamo pronti ed io sono assolutamente fiducioso che possiamo svolgere un notevole ruolo nell'introdurre una mentalità di trasformazione nell'Alleanza. A sua volta, ciò sosterrà la capacità e la credibilità della NRF, dandoci un'Alleanza ancor più in grado di affrontare le minacce e le sfide del XXI secolo.

 L'ammiraglio Forbes è stato intervistato da Christopher Bennett, redattore della NATO Review, quando era ancora SACLANT facente funzione.





Speciale

Alla ricerca di un Big MAC balcanico

Nano Ruzin analizza come la Macedonia* abbia beneficiato negli ultimi due anni del suo rapporto con la NATO e con altre organizzazioni internazionali.

La Macedonia ha percorso molta strada dal 2001, quando il paese sembrava sull'orlo della guerra civile. In effetti, sebbene la Macedonia sia stata delusa dal mancato invito ad aderire alla NATO nel vertice di Praga dello scorso anno, l'esperienza di cooperazione con l'Alleanza e con altre organizzazioni internazionali per attenuare le tensioni nel paese e ripristinare la stabilità, è stata estremamente positiva. Di conseguenza, la Macedonia, insieme con Albania e Croazia, aspira ad aderire all'Alleanza nel prossimo vertice, che dopo il "Big Bang" di Praga potrebbe rivelarsi un "Big MAC" balcanico.

Il fatto che la Macedonia abbia rasentato da vicino il disastro, ha costituito un'esperienza su cui riflettere e che ha scosso l'indifferente ottimismo che aveva precedentemente caratterizzato l'atteggiamento macedone verso la sicurezza, la stabilità e le prospettive economiche del loro paese. In effetti, nel corso del primo decennio di indipendenza del loro paese, i Macedoni di tutte le etnie si erano mostrati probabilmente poco attenti riguardo ai pericoli che si nascondevano sotto la superficie. Le eccessive lodi degli stranieri, i quali a vario titolo descrivevano la Macedonia come "un'oasi di pace", come un "miracolo multietnico" e come "l'unica repubblica ex jugoslava la cui sovranità non porta le ferite di un conflitto armato", avevano in parte contribuito a questo falso senso di sicurezza. La crisi del 2001 ha ricondotto improvvisamente i Macedoni e i loro leader alla realtà.

Le ragioni che stanno dietro la rivolta albanese e che hanno condotto la Macedonia sull'orlo di una guerra civile sono numerose e complesse. Includono fattori sociali, come un alto tasso di disoccupazione tra gli Albanesi, debole partecipazione alle istituzioni dello stato ed una previdenza sociale irrisoria; fattori demografici, quale un tasso di natalità estremamente alto nella componente albanese ed una crescente immigrazione dai paesi vicini; fattori sociologici, quali la struttura della tradizionale famiglia albanese, la reciproca diffidenza e la mancanza di contatti tra le comunità per effetto delle differenze culturali e linguistiche; fattori istituzionali ed educativi, quali contrasti costituzionali e più alte aspirazioni educative rimaste insoddisfatte; e fattori politici e culturali, in particolare la questione dell'identità albanese, che è divenuta rilevante in seguito all'intervento della NATO in Kosovo ed al ritiro delle forze serbe da quella regione. Considerati tutti insieme questi fattori, diviene facile comprendere perché all'inizio del 2001 le relazioni inter etniche si siano deteriorate.

Dal maggio 2001, è divenuto sempre più evidente che il conflitto stava crescendo ben oltre il controllo delle forze di sicurezza del paese. La portata e l'intensità degli scontri facevano prevedere che il paese avrebbe potuto facilmente piombare in una guerra civile, con conseguenze tali da destabilizzare non solo la Macedonia ma l'intera regione. Le opzioni possibili erano evidenti: un conflitto armato, la guerra civile e l'autodistruzione, da una parte, o la pace attraverso il compromesso, dall'altra.

Skopje ha scelto la via del compromesso ed ha sollecitato l'assistenza internazionale per facilitare un processo di stabilizzazione. In tal modo, il governo macedone ha collaborato strettamente con i rappresentanti dell'Unione Europea, della NATO e della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) per creare le condizioni necessarie per un ritorno alla pace. Ciò detto, il coinvolgimento internazionale in Macedonia è stato assai diverso sia da quello in Bosnia Erzegovina che da quello in Kosovo, poiché era innanzitutto politico. La Macedonia era sia un partner della NATO, che aspirava a divenire membro dell'Alleanza, che uno stato sovrano. Per questa ragione, ogni attività dell'Alleanza e degli altri organismi internazionali ha richiesto il sostegno sia del presidente che del governo del paese, che in risposta alla crisi era stato allargato per includervi dei rappresentanti dell'opposizione.

L'assistenza della NATO

Il 14 giugno 2001 il Presidente macedone Boris Trajkovski richiese l'assistenza della NATO per sovrintendere al disarmo degli estremisti. Parallelamente, l'Unione Europea e gli Stati Uniti mandarono degli inviati - rispettivamente François Léotard e James Pardew - in Macedonia, per contribuire a facilitare il dialogo tra i partiti politici del paese. Nel frattempo, la gestione della crisi sul campo veniva affidata a Pieter Feith, un pragmatico e flessibile diplomatico della NATO, la cui diplomazia navetta ha consentito di intavolare una linea di dialogo con i ribelli (vedi l'articolo di Mihai Carp Scampato pericolo nel numero dell'inverno 2002 della Rivista della NATO).

Contro tutte le previsioni, venne negoziato un cessate il fuoco ed i belligeranti si impegnarono a rispettare un processo politico. Ciò ha costituito un considerevole successo, ma i media di tutte le parti coinvolte erano scettici circa la validità dei negoziati ed ostili al coinvolgimento internazionale. Inoltre, la NATO, in particolare, soffriva di un'immagine particolarmente negativa agli occhi di molti Macedoni. Per questa ragione, alla richiesta del Presidente Trajkovski, il Segretario generale della NATO Lord Robertson incaricò il suo consigliere speciale Mark Laity perché collaborasse con il gabinetto del Presidente per porre in atto congiuntamente un'efficace campagna di informazione pubblica (vedi l'articolo di Mark Laity Il duro lavoro con i media nel numero dell'inverno 2002 della Rivista della NATO).

Gli esperti militari macedoni stabilirono che la missione della NATO in Macedonia dovesse essere limitata quanto all'ampiezza, agli obiettivi e alla durata. A livello politico, la NATO doveva convincere gli estremisti albanesi a rispettare il cessate il fuoco e a consegnare le armi. Nel frattempo, il governo di coalizione macedone, formato da estremisti e moderati, si impegnava a controllare ed impedire l'utilizzo di armi pesanti da parte delle forze di sicurezza dello stato. Parallelamente a questi sforzi, i partiti politici nazionali presenti in parlamento dovevano impegnarsi a prendere quattro misure: adottare l'accordo politico generale, creare un adeguato contesto legale per la presenza delle forze della NATO che guidavano il processo per ristabilire la pace; presentare un piano che contenesse i termini e i dettagli per la consegna delle armi, perché venisse adottato dal governo macedone e dalla NATO; e, infine, garantire un sostenibile cessate il fuoco.

Dopo numerose settimane di intense trattative e una volta che tutte le condizioni erano state rispettate, un accordo quadro per la pace venne firmato a Ohrid il 13 luglio 2001. Questo consentì lo spiegamento dal 27 agosto 2001 delle truppe della NATO per l'Operazione Essential Harvest, il cui scopo era quello di raccogliere e distruggere le armi consegnate. L'operazione richiese 4.800 soldati di 13 paesi organizzati in una brigata multinazionale posta sotto il comando del Regno Unito, che contribuì con più di 1.700 uomini. Nel periodo di trenta giorni, che terminò il 26 settembre 2001, la missione raccolse e distrusse circa 3.875 armi. Nell'ottobre dello stesso anno, l'esercito ribelle venne sciolto, subito dopo vennero adottate delle modifiche alla costituzione macedone ed un'amnistia venne accordata ai ribelli albanesi così che l'Accordo di Ohrid poté cominciare ad essere attuato.

Allorché l'Operazione Essential Harvest si approssimava al termine, il Presidente Trajkovski richiese un prolungamento della presenza internazionale per garantire quanto era già stato ottenuto. Una nuova missione della NATO guidata dalla Germania, l'Operazione Amber Fox, composta da circa 700 uomini, ne prese il posto per garantire la sicurezza dei 280 osservatori civili della UE e dell'OSCE fino al 15 dicembre 2001. A questa missione seguì l'Operazione Allied Harmony, che terminò nell'aprile 2003, allorché la NATO trasferì la responsabilità dell'operazione all'Unione Europea, consentendole così di avviare la sua prima missione, l'Operazione Concordia.

La modesta cerimonia che si svolse alla periferia di Skopje per effettuare il cambio di comando in Macedonia e l'istituzione ufficiale della prima missione dell'Unione Europea non costituirono solo la celebrazione dell'inizio di una nuova tappa nella sicurezza europea; confermarono altresì i durevoli legami tra i partner transatlantici. Infatti, è in parte effetto della positiva evoluzione della Macedonia dopo la crisi del 2001 se ciò è stato possibile, nonostante notevoli ostacoli: far sì che la NATO e l'Unione Europea addivenissero a e stabilissero dei formali rapporti di lavoro.

Le lezioni condivise

Tanto la comunità internazionale - cioè l'Unione Europea, la NATO e l'OSCE - che la Macedonia hanno tratto delle importanti lezioni dall'esperienza degli ultimi due anni, tra queste:

 Se diverse organizzazioni internazionali e la NATO in particolare ebbero un importante ruolo nella soluzione della crisi, è la Macedonia, e il suo popolo ed i suoi leader che meritano il maggior riconoscimento. Il governo ha dovuto imporsi agli estremisti che, ostili alla comunità internazionale, respingevano i compromessi e preferivano una soluzione militare alla crisi. Inoltre, anche se il numero di perdite umane è rimasto relativamente basso, i Macedoni e gli Albanesi hanno dovuto superare profondi pregiudizi per cominciare ad avviare delle nuove relazioni.

 Il fatto che la Macedonia sia un partner della NATO dal 1995, che praticamente da altrettanto tempo aspiri a divenire membro dell'Alleanza e che a tale scopo abbia partecipato dal 1999 al Piano d'azione per l'adesione (MAP), ha facilitato le buone relazioni tra Skopje e i vari protagonisti internazionali, ed ha contribuito a dare una soluzione incruenta alla crisi.

 La presenza delle forze della NATO nella regione, tra cui la base logistica di KFOR a Skopje, e la precedente esperienza della NATO nella gestione delle crisi in altre regioni della ex Jugoslavia, hanno contribuito enormemente al successo delle operazioni della NATO. Le missioni dell'Alleanza sono state estremamente efficaci e la quantità di armi raccolte ha superato le aspettative. Inoltre, la NATO ha operato in modo particolarmente flessibile nell'ambito di un mandato limitato, esercitando pressioni politiche alternate all'uso della forza. Per armonizzare la propria strategia, la NATO si è tenuta in costante contatto sia con il governo macedone a Skopje che con i ribelli.

 La comunità internazionale ha reagito tempestivamente e ha collaborato strettamente con le autorità macedoni, che avevano compreso di non poter consentire che scoppiasse nel loro paese una guerra civile su vasta scala con notevoli distruzioni, perdite di vite umane, criminalità, profughi e la destabilizzazione dell'intera regione. Nonostante alcune riserve, le autorità macedoni decisero di cooperare pienamente con la comunità internazionale. Di conseguenza, Skopje assunse una serie di misure impopolari che andavano contro i sentimenti prevalenti dell'opinione pubblica.

 All'inizio, l'Alleanza aveva sottovalutato il livello di ostilità tra i media locali che avrebbe dovuto affrontare. Per porvi rimedio, migliorare la propria immagine e contrastare le voci di cospirazione che andavano guadagnando terreno, inviò in Macedonia una squadra di esperti in campo mediatico perché collaborassero con le autorità locali e spiegassero quale fosse la natura dell'attività della NATO.

 La collaborazione e la cooperazione internazionale riguardo alla gestione della crisi in Macedonia sono state esemplari. Ciascuna organizzazione internazionale ha contribuito per quanto di sua competenza al rafforzamento delle missioni di pace. L'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno facilitato gli accordi, mentre le frequenti visite del Segretario generale della NATO Lord Robertson - che effettuò 19 visite in Macedonia in 19 mesi - dell'Alto Rappresentante della UE Javier Solana e del Presidente in carica dell'OSCE Mircea Geoana conferirono rilievo politico alla soluzione della crisi.

 Il controllo della situazione attuato nel periodo successivo al conflitto si è rivelato un mezzo altamente efficace per stabilizzare il paese. La firma dell'Accordo di Ohrid ha costituito di fatto solo una tappa nel processo di pace. Le successive fasi hanno incluso il ritorno delle forze di sicurezza nelle zone di crisi, un'adeguata applicazione della legge di amnistia, le elezioni parlamentari, legali e libere, nel settembre 2002, l'organizzazione di un censimento e la promulgazione di una serie di altre leggi.

 Oltre a cercare di promuovere in Macedonia le relazioni tra le comunità, Skopje deve impegnarsi nei prossimi anni a creare delle migliori relazioni con l'Albania e con il vertice politico del Kosovo. Solo lavorando in stretta collaborazione con i propri vicini sarà possibile creare una sicurezza a lungo termine.

 Gestire e rendere sicure le frontiere nella lotta contro la criminalità organizzata ed una più stretta cooperazione con i propri vicini sono fondamentali per la stabilità della regione. Per tale motivo, è nell'interesse di entrambi, della comunità internazionale e della regione, che vengano attuate le conclusioni adottate nella Conferenza di Ohrid sulla sicurezza e la gestione dei confini del maggio 2003.

 La crisi del 2001 ha dimostrato chiaramente le carenze delle forze armate macedoni di fronte a delle minacce asimmetriche. La Macedonia sta attuando al momento un riesame approfondito della difesa allo scopo di razionalizzare tanto le forze armate che le modalità di acquisizione. L'esperienza di due anni fa deve ora servire da stimolo per delle più ambiziose riforme militari, per consentire al paese di affrontare nemici asimmetrici, gruppi di criminali e terroristi.

 Ristabilire la fiducia costituisce un processo a lungo termine che richiede competenza, saggezza, pazienza, tolleranza ed energia. I protagonisti della crisi come anche la comunità internazionale lo hanno compreso.

Due anni dopo la crisi e le elezioni parlamentari che seguirono, gli antichi avversari siedono ora fianco a fianco e collaborano nel parlamento di Skopje e nella coalizione che governa il paese. Ciò costituisce la migliore garanzia per preservare la pace e rendere stabile il paese. In effetti, oggi la Macedonia non rappresenta più un fattore destabilizzante nella regione. È piuttosto un potenziale modello per gli altri paesi. Inoltre, la Macedonia continua a proporsi quale futuro membro della NATO e a svolgere il proprio ruolo nella guerra al terrorismo.

Se la crisi del 2001 ha indebolito le possibilità della Macedonia di diventare un membro a pieno titolo della NATO nel vertice di Praga, questo rimane un obiettivo fondamentale della nostra politica estera. Il paese è impegnato a continuare il processo del MAP ed ha avviato la cooperazione trilaterale con l'Albania e la Croazia seguendo il tracciato già percorso con successo dalle repubbliche baltiche. Una Carta dell'Adriatico è stata firmata in maggio da tutti e tre i paesi alla presenza del Segretario di stato americano Colin Powell ed il messaggio dei tre paesi è chiaro: le differenze nello stato di preparazione tra gli invitati a Praga e gli altri candidati non sono maggiori di due o forse tre cicli del MAP. Chi oserebbe dire che un "Big MAC" balcanico non debba essere incluso il prossimo anno nell'agenda di Istanbul?

Nano Ruzin è l'ambasciatore di Macedonia presso la NATO.


* I membri della NATO ad eccezione della Turchia riconoscono la Repubblica di Macedonia come la Repubblica ex jugoslava di Macedonia. La Turchia riconosce la Repubblica di Macedonia con il suo nome costituzionale.




Analisi
Grandi aspettative

Ronald D. Asmus passa in rassegna le sfide che i paesi dell'Europa centrale e orientale hanno davanti entrando a far parte dell'Unione Europea e della NATO.

Lo scorso decennio è stato per lo più positivo per l'Europa centrale e orientale. Il comunismo è caduto, la Guerra fredda è terminata e l'Unione Sovietica si è dissolta. I paesi dal Baltico al Mar Nero hanno riconquistato la loro indipendenza e hanno istituito con successo nuovi sistemi politici ed economici, democratici e basati sul libero mercato. Ad eccezione della ex Jugoslavia, la regione ha in gran parte evitato il ritorno del nazionalismo autoritario, che molti commentatori temevano di veder risorgere in seguito alla scomparsa del comunismo.

Anche per quanto riguarda la politica estera, questi paesi hanno avuto successo. Gli antichi dissidenti, diventati diplomatici e uomini di stato, hanno negoziato soluzioni morbide riguardo al ritiro delle truppe sovietiche e allo smantellamento pacifico del Patto di Varsavia. Si sono poi concentrati su un obiettivo che a quel tempo sembrava utopistico, assai desiderabile ma praticamente irraggiungibile: ricongiungersi all'Occidente, dal quale erano stati artificialmente separati per quasi mezzo secolo, aderendo all'Unione Europea e alla NATO. Volevano garantire la loro indipendenza da poco conquistata attraverso queste istituzioni e acquisire quel grado di sicurezza che molti, nella metà occidentale del continente, davano per scontata.

Questi obiettivi sono stati ora conseguiti. Con gli storici allargamenti della UE e della NATO avviati nei vertici di Copenaghen e di Praga, l'Europa centrale e orientale viene ad essere saldamente ancorata all'Occidente. Lo storico dilemma di essere dei paesi deboli, compressi tra Germania e Russia, è stato risolto. Questi paesi saranno ora parte di quelle strutture occidentali nelle quali la stessa Germania è saldamente inserita. E tali strutture consentiranno ora a questi paesi di avere relazioni con il loro vicino orientale in uno spirito di partenariato, ma da una posizione di forza. Alla base di tutto ciò sta una garanzia di sicurezza data dal più potente paese del mondo, gli Stati Uniti.

Alle volte, sembra quasi una favola simile ad Alice nel paese delle meraviglie. In una regione dove la storia si è mostrata spesso crudele e i buoni hanno troppo spesso perduto tutto, costoro per una volta hanno trionfato. Nei primi anni '90, un quotidiano americano pubblicava una vignetta la cui didascalia diceva: "Europa orientale: non è lì che cominciano le guerre?". Oggi non vi sono guerre prevedibili e la regione è palesemente più democratica e meno minacciata di quanto non lo sia stata in alcun momento della storia recente. Il centro di gravità dell'Occidente si è spostato di diverse centinaia di chilometri ad est, un fatto che si riflette nel linguaggio che ora utilizziamo per descrivere la regione. Non più di una decina di anni fa, utilizzavamo ancora l'espressione "Europa orientale", ora facciamo riferimento a quei paesi indicandoli come Europa centrale e orientale ed utilizziamo piuttosto l'espressione Europa orientale per riferirci all'Ucraina.

In tale contesto, difficilmente si può rimproverare ai popoli dell'Europa centrale e orientale di volersi risollevare e di voler godere di questi successi, forse fumando un sigaro e assaporando un bicchiere di vino prodotto in una delle aziende sviluppatesi e ammodernate della regione. Ma allorché la regione sembrava pronta a realizzare questo storico trionfo, delle nuove ed oscure nubi sono apparse all'orizzonte. Il paradosso sta nel fatto che allorquando i popoli dell'Europa centrale e orientale giungono alla loro destinazione in Occidente, l'Alleanza occidentale, per congiungersi alla quale tanto hanno fatto, sembra sempre più nel caos. In seguito allo scontro transatlantico per i differenti atteggiamenti riguardo alla minaccia costituita dall'Iraq, sono apparse delle crepe nelle fondamenta di quelle fondamentali istituzioni che i popoli dell'Europa centrale e orientale ritenevano in grado di modellare e garantire il loro futuro: l'Unione Europea e la NATO. Le istituzioni cardine, che molti consideravano essere gli elementi più o meno permanenti di un nuovo ordine nel campo della sicurezza dopo la Guerra fredda, appaiono improvvisamente a rischio di disfacimento.

Se queste possono essere o saranno riparate una volta normalizzata la situazione in Iraq, o se le crepe costituiscono appena l'inizio di una più fondamentale ristrutturazione transatlantica ed europea, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che l'Occidente è entrato in acque più incerte e turbolente. Le nuove minacce del XXI secolo sono passate dall'astrazione teorica alla realtà. E fino ad oggi l'Occidente non è riuscito a dare una risposta comune per affrontarle. Per una volta, l'Europa centrale e orientale non costituisce l'epicentro di questa nuova turbolenza geopolitica. Ma il suo effetto sulla regione e sulle istituzioni, nelle quali ha riposto la propria prosperità e la propria sicurezza future, è probabile che sia profondo. Guardando avanti, tre rilevanti sfide possono essere individuate nel prossimo decennio. La prima attraversa l'Atlantico; la seconda è interna all'Europa; e la terza è insita in ciascuno di questi paesi.

La sfida atlantica

La prima sfida con cui dovrà confrontarsi l'Europa centrale e orientale sarà quella atlantica. Avendo vissuto nel XX secolo in condizioni geopolitiche di difficile vicinato, i popoli dell'Europa centrale e orientale avevano ben presenti le motivazioni che spingevano ad aderire alla NATO. L'adesione alla NATO avrebbe fornito la difesa contro la residua minaccia russa, come pure l'ombrello di sicurezza sotto il quale questi paesi avrebbero potuto integrarsi e riprendersi da quarant'anni di comunismo. Ciò implicava una garanzia di sicurezza da parte degli Stati Uniti, un paese nel quale si può riporre fiducia perché non ha mai nutrito propositi alternativi sulla regione. L'impegno della NATO nella regione è stato considerato da molti come una precondizione alla soluzione di una vasta serie di problemi, che vanno dalle relazioni bilaterali con la Germania, alle rivalità regionali, e, forse più importante, a facilitare la normalizzazione delle relazioni con la Russia.

L'inchiostro non si è ancora del tutto asciugato sui protocolli di adesione della seconda tornata di allargamento della NATO, quando l'Alleanza si è trovata essa stessa in una crisi fondamentale provocata dal disaccordo sull'Iraq. Sicuramente, questa non è stata la prima crisi transatlantica ed era ovviamente evitabile, in quanto effetto degli errori commessi da quasi tutti i principali protagonisti. Il fatto che il tentativo dell'Occidente di affrontare un dittatore totalitario sia terminato in una grave incrinatura della NATO, dell'Unione Europea come pure delle Nazioni Unite, difficilmente può testimoniare in favore dell'acume diplomatico di chicchessia.

Ma oltre agli aspetti specifici dell'Iraq, gli ultimi mesi hanno rivelato differenze più profonde al suo interno e attraverso l'Atlantico che è probabile abbiano delle conseguenze per qualche tempo. E il dibattito sulle cause di questo scontro è foriero di conseguenze politiche.

Ad una estremità vi è ciò che potrebbe definirsi una scuola "strutturalista" di analisti i quali ritengono che la crescente asimmetria di potenza stia rimodellando in modo fondamentale il modo americano ed europeo di vedere il mondo. Molti appartenenti a questa scuola sostengono che una frattura sia sempre più probabile, se non inevitabile. Agli antipodi vi è chi ritiene che questo conflitto non sia inevitabile e che sia ampiamente imputabile al differente effetto che l'11 settembre ha avuto sul modo di pensare americano ed europeo, aggravato dagli errori dei leader di entrambe le sponde dell'Atlantico. In altre parole, il problema reale consiste nell'assenza di una condivisa finalità strategica.

Delle analisi così differenti conducono a differenti ricette politiche per il futuro. Se il problema si radica in una profonda, crescente e immutabile asimmetria di potenza e di prospettiva, allora vi sono poche probabilità di risolverlo nel breve periodo, se mai. Le implicazioni di questa linea di pensiero per le relazioni transatlantiche sono chiare e sfavorevoli. L'Europa ha cessato di essere il grande problema strategico che era nel XX secolo e non sarà in futuro un importante partner strategico degli Stati Uniti. E la NATO non sarà un'istituzione fondamentale allorché Washington si confronterà con le sfide del futuro, perché è improbabile che diventino superabili le differenze sulla visione del mondo, le priorità e l'uso della forza.

Una seconda scuola è meno radicale. Questa vuole preservare la NATO, ma vuole evitare il tipo di dibattiti dirompenti che hanno praticamente spaccato l'Alleanza negli ultimi mesi. Il suo motto è: "limitare i danni". I suoi sostenitori ritengono che la NATO debba essere mantenuta per salvaguardare un legame transatlantico e per sostenere un insieme di forze militari che può essere riunito su una specifica base, se e quando necessario, per dar vita a delle coalizioni volontarie. Allo stesso tempo, tali sostenitori evitano con cura di spingere apertamente l'Alleanza ad assumere delle nuove missioni impegnative al di fuori dell'Europa, perché troppo grande è il pericolo di profonde divergenze che paralizzerebbero l'Alleanza. Piuttosto che contare sull'Europa nel suo insieme, che agisca attraverso la NATO, gli Stati Uniti dovrebbero accettare il fatto di poter prendere in considerazione solo un più piccolo gruppo di alleati. Di fronte ad un'Europa più vasta e più indecisa, Washington dovrebbe concentrarsi meno sulle istituzioni e più sulla ricostituzione di legami bilaterali con quei paesi che condividono i suoi punti di vista e le sue priorità.

Una terza scuola di pensiero perviene ad un'altra conclusione ancora, cioè che l'Alleanza può solo salvarsi attraverso una radicale riforma che renda nuovamente armoniose le prospettive strategiche su entrambe le sponde dell'Atlantico. Una volta che la situazione si sarà normalizzata in Iraq, questa proporrebbe una strategia "che metta insieme i cocci", focalizzata sull'affrontare queste nuove minacce, per far sì che il rapporto transatlantico venga di nuovo ricomposto. Questa scuola ritiene che il miglior modo per rimarginare le ferite causate dalla crisi irachena sia quello di avviare dei nuovi progetti che dimostreranno la capacità della NATO di voltare pagina e di compattarsi sulla necessità di gestire le nuove sfide. Si invocherebbe il retaggio e lo spirito dei padri fondatori dell'Alleanza per promuovere la rinascita della cooperazione transatlantica.

Per i paesi dell'Europa centrale e orientale è chiaro che l'Alleanza, alla quale si apprestano ad aderire, non è il meccanismo ben oleato che essi pensavano fosse. Al contrario, entrano in un'Alleanza nel bel mezzo di un suo dibattito interno sempre più dirompente riguardante la sua finalità e il suo orientamento strategico futuro: un dibattito cui dovranno partecipare da subito.

Al centro del dibattito vi è la questione della finalità della NATO in un mondo postcomunista in cui la pace in Europa è sempre più garantita, ma in cui stanno sorgendo nuove minacce esterne all'Europa. E la questione centrale che tutti gli alleati, vecchi e nuovi, devono affrontare è se vogliono combattere le nuove minacce del XXI secolo su una base transatlantica e se l'Alleanza può e deve essere trasformata in un contesto per organizzare tali azioni.

Queste non sono questioni facili per i paesi dell'Europa centrale e orientale. In un mondo ideale, molti in questa regione sarebbero stati probabilmente contenti che la NATO rimanesse più o meno ciò che era allorché avanzarono la loro richiesta di divenirne membri. In merito all'entità dell'impegno che essi vorrebbero che la NATO assumesse riguardo alle nuove missioni, la vorrebbero vedere concentrata sui "territori immediatamente adiacenti ai loro" e focalizzata sul completamento del lavoro nei Balcani, sulla stabilizzazione dell'Ucraina, sulla democratizzazione della Bielorussia, estendendosi forse fino all'Asia centrale e al Caucaso e cercando di contribuire all'enorme progetto di cercare di trasformare la Russia in un paese europeo normale e democratico.

Ma sanno che tali priorità non sono necessariamente condivise, non certo dagli Stati Uniti. Da un punto di vista americano, il problema della guerra e della pace sul continente è stato ampiamente risolto e le più pressanti sfide strategiche provengono ora da fuori dell'Europa. Se la NATO vuole rimanere fondamentale per la politica estera americana, deve affrontare quelle sfide che sono fondamentali per la sicurezza americana e per quella di un Occidente più vasto. Per i paesi dell'Europa centrale e orientale ciò significa che se vogliono che gli Stati Uniti rimangano pienamente impegnati in Europa, devono allora unirsi a Washington nel propugnare questa più vasta trasformazione dell'Alleanza, anche se ciò significa che l'Alleanza andrà in una direzione che alcuni paesi dell'Europa centrale e orientale possono trovare difficile sia politicamente che militarmente. In qualche modo, molti leader dell'Europa centrale e orientale, forse perché non coinvolti nel dibattito interno dell'Alleanza ai tempi della Guerra fredda, hanno avuto meno perplessità e sono stati più reattivi a sostenere l'azione "fuori area" della NATO. La prima tornata di nuovi membri ha dovuto affrontare la prova della guerra in Kosovo; la seconda tornata ha affrontato lo stesso problema nel sostenere Washington riguardo all'Iraq. In entrambi i casi, i leader della regione hanno guardato alla loro storia per assumere una posizione risoluta sulla necessità per l'Occidente di utilizzare la propria potenza per allontanare i dittatori.

Durante la crisi irachena, gli Americani si sono compiaciuti nel vedere i leader dell'Europa centrale e orientale sostenerli e rievocare la loro esperienza storica di regimi totalitari. Ciò conferma l'antica speranza americana che questi paesi avrebbero apportato nuove energie, vigore ed entusiasmo nell'Alleanza.

Ma il sostegno dell'Europa centrale e orientale ha anche i suoi limiti. Le capacità di questi nuovi alleati sono ancora modeste, specialmente nella prospettiva di future spedizioni militari. Mentre le élite rimangono fortemente filoatlantiche, l'intensità di un tale sentimento nelle società della regione può essere differente. Nella regione, il sostegno per la NATO si è ridotto in maniera significativa in seguito alla campagna in Kosovo e l'opposizione popolare alla guerra nel più vasto pubblico è stata almeno così forte come in alcuni paesi dell'Europa occidentale. Può darsi che le recenti esperienze di dittatura abbiano reso queste società più desiderose di resistere e di difendere la libertà che non alcuni paesi dell'Europa occidentale. Ma lo Slovacco o il Rumeno medio comprendono realmente le problematiche dell'Afganistan, dell'Iraq o del Medio Oriente meglio del loro equivalente francese o tedesco? Politicamente, saranno questi paesi in grado di mantenere il sostegno per Washington di fronte all'opposizione delle principali potenze europee?

Molti Americani sperano in modo palese che tutti i paesi dell'Europa centrale e orientale si trasformino in altrettanti solidi alleati come la Polonia odierna, fortemente filoatlantici, desiderosi di ottemperare ai loro impegni NATO e più capaci di far ciò man mano che le loro economie si svilupperanno maggiormente. Molti Europei occidentali, d'altro canto, sembrano considerare la propensione per l'atlantismo di questi paesi come un fenomeno temporaneo e passeggero. Quale via l'Europa centrale e orientale imboccherà nel corso del tempo è una questione fondamentale alla quale i leader di questa regione dovranno rispondere da sé.

La sfida europea

La seconda sfida che l'Europa centrale e orientale ha davanti a sé, è la stessa Europa. Ed è incentrata sulla futura Unione Europea e, più generalmente, sull'integrazione europea. Il loro futuro può in qualche modo essere tanto incerto quanto quello del rapporto transatlantico. Poiché, se è stata la frattura che attraversa l'Atlantico a causa dell'Iraq a ricevere la maggiore attenzione negli ultimi mesi, un'altra serie di crepe si è evidenziata per tutto il continente tra i membri della UE, sia attuali che futuri. In una certa misura, queste crepe sono attribuibili alle stesse divergenze sull'Iraq che hanno diviso la NATO, ma, come nella NATO, mascherano anche una profonda divergenza sulla finalità dell'Unione Europea, su chi debba parlare per l'Europa e sul modo in cui modellare i rapporti con gli Stati Uniti.

Dato che sono un Americano che ritiene che una forte Europa sia nell'interesse dell'America e che desidera vedere l'Unione Europea diventare un protagonista più coerente e unificato, non posso fare a meno di chiedermi se anch'essa non si stia spingendo in acque sempre più pericolose. Vi è, ovviamente, la ben nota lista di problemi e di questioni irrisolte nell'agenda dell'Unione Europea: crescita economica stagnante, riforme strutturali, problemi di bilancio e una riforma costituzionale. E, in seguito alla crisi irachena, possiamo aggiungere alla lista una crescente divisione tra le principali potenze dell'Unione Europea su chi può rappresentare l'Europa e sul modo in cui modellare i rapporti con gli Stati Uniti. Dato che la Francia e la Germania hanno agito contro Washington riguardo all'Iraq e nel farlo hanno usato la bandiera europea, hanno provocato delle reazioni senza precedenti alla loro pretesa di parlare in nome dei governi europei.

La cosiddetta "Lettera degli otto" ha reso ciò manifesto più di ogni altra cosa. Pubblicata in risposta alla dichiarazione franco-tedesca sull'Iraq in occasione dell'anniversario del Trattato dell'Eliseo, era concepita innanzitutto e soprattutto per contrastare ciò che i paesi estensori consideravano come una deriva verso l'antiamericanismo. Ma era inoltre intesa come un colpo d'avvertimento indiretto a Parigi e a Berlino per far loro intendere che non erano più accettabili le vecchie regole del gioco, in base alle quali era sufficiente che Francia e Germania si riunissero ed emettessero una dichiarazione in nome dell'Europa. Se si guardano da vicino i motivi di paesi come Italia e Spagna ed anche Polonia, si constata che questi paesi stavano lanciando un avvertimento: di non essere più disposti a vedere i loro punti di vista ed interessi ignorati da Parigi e da Berlino, e sicuramente non una questione così importante come il futuro delle relazioni transatlantiche.

Certo, molti commentatori francesi e tedeschi minimizzano l'importanza della "Lettera degli otto", come pure quella della successiva "Lettera dei dieci di Vilnius", considerandole aberrazioni con quanto mai minime conseguenze a lungo termine. In privato, costoro lasciano intendere che il Primo Ministro inglese Tony Blair sta per perdere la sua partita sull'Iraq, che il Primo Ministro spagnolo José-Maria Aznar lascerà presto il proprio incarico, che il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi non è importante e che i paesi dell'Europa centrale e orientale diventeranno più docili allorché realizzeranno il prezzo che pagheranno per il loro comportamento. A Londra e a Madrid, si assiste all'opposto scenario. Lì non ci si attende che i fatti diano ragione a Blair, quanto alla guerra in Iraq, ma che costui sia pronto a continuare il duello e l'ulteriore sfida al duopolio franco-tedesco avanzando una forte richiesta di leadership inglese in Europa. In privato, alcuni funzionari inglesi lasciano intendere che è tempo che il ruolo e la statura di paesi come Italia e Spagna come pure dei nuovi membri della UE dell'Europa centrale e orientale vengano rivalutati per fornire al mondo un aspetto più rappresentativo dell'Europa. Questo problema non dovrebbe scomparire presto, al di là di quelli che saranno i risultati della crisi irachena. I fautori dell'integrazione europea rimangono fiduciosi: l'Unione Europea ha già conosciuto precedentemente delle crisi simili e ne è sempre uscita più forte. Costoro ritengono che si tratti di semplici incidenti di percorso sul grande cammino della storia e che in una visione più ampia l'integrazione europea sia del tutto inarrestabile.

Per i popoli dell'Europa centrale e orientale, abituati ad ascoltare le solite nenie ufficiali riguardo a successi spacciati per garantiti, tali argomenti non necessariamente hanno un suono rassicurante. Ma lasciando da parte ciò, se vi è una lezione che dovrebbe essere divenuta chiara negli ultimi mesi, è che la salute e la vitalità future dell'Unione Europea e della NATO sono intrinsecamente ed inevitabilmente interconnesse. È facile presumere che se la NATO fallirà, l'Unione Europea entrerà in stallo oppure assumerà su di sé la missione della sicurezza e della difesa. Se mai, gli ultimi mesi hanno mostrato che quando la NATO è nei guai l'Unione Europea di solito la segue - e viceversa.

Per questa ragione, si rivela potenzialmente pericoloso ogni tentativo di suscitare le tendenze unilateraliste di Washington per rimodellare l'Unione Europea quale contrappeso agli Stati Uniti. Mentre una diabolica alleanza tra gli Americani unilateralisti e gli Europei antiamericani può produrre ulteriori danni all'Alleanza Atlantica, è poco probabile che la conseguenza sia un'Europa più forte, ma piuttosto un'Europa più frammentata e più debole.

Per tutti gli anni '90 il "ritorno all'Europa" ha costituito uno dei motivi dominanti dell'Europa centrale e orientale, una forza che ha condotto i paesi della regione ad impegnarsi duramente per cercare di raggiungere l'Europa occidentale. Peraltro, ancora una volta si rendono conto che, mentre sono vicini al conseguimento del loro sogno di aderire ad una fondamentale istituzione occidentale che ritenevano avrebbe garantito il loro futuro, la scoprono solo divisa, malfunzionante in alcuni settori e in potenziale crisi. Prenderanno il loro posto al tavolo della UE e ci si attenderà che partecipino a queste discussioni polemiche sin dal primo giorno.

Su questioni che vanno dal come l'Europa dovrebbe essere organizzata alle relazioni transatlantiche, la tendenza naturale di molti di questi paesi sarà quella di essere dalla parte del Regno Unito. L'Europa centrale e orientale considera la potenza e l'influenza americana come una opportunità di cui avvalersi, non come un problema con cui confrontarsi. In quanto piccoli e medi paesi, le loro tendenze su come l'Europa dovrebbe essere strutturata e governata si indirizzeranno non verso una forma federalista, bensì verso soluzioni intergovernative. Avendo aderito da poco all'Unione Europea, saranno riluttanti ad intraprendere progetti di vasta portata e riguardanti l'integrazione, che li forzerebbero a delegare parte della loro sovranità a Bruxelles. Soprattutto vorranno mantenere una presenza ed un'influenza americana nelle questioni europee. Molti di essi vogliono ancora che in Europa vi sia più America e non il contrario.

Peraltro, questi paesi eviteranno anche di contrariare le due principali potenze continentali, Francia e Germania, del cui peso politico ed economico sono ben consci. Una cosa è confrontarsi con Parigi e Berlino in una specifica occasione e su un determinato argomento. Ben altro è perseguire una linea politica che li conduca a confrontarsi con questi due paesi su tutta una serie di questioni - specialmente se la loro opinione pubblica è tiepida, come lo è stata nel caso dell'Iraq. Di sicuro, il punto di partenza iniziale per i popoli dell'Europa centrale e orientale sarà di evitare di scegliere. Come in una famiglia in crisi, vorranno semplicemente che madre e padre si riconcilino, mettano da parte le loro divergenze e tornino di nuovo insieme. Ma la vita non è sempre così semplice. In realtà dovranno imparare in fretta a difendersi nelle difficoltà delle politiche dell'Unione Europea.

La sfida interna

La terza sfida che l'Europa centrale e orientale deve affrontare è interna agli stessi stati. Consiste nella capacità di questi paesi a proseguire il processo avviato nel 1989 di riforma politica ed economica e nel ricostruire le loro società. Di sicuro, una straordinaria parte di tale processo è stata compiuta. In effetti, una delle chiavi del successo dell'Europa centrale e orientale negli anni '90 è stata la capacità di attuare le riforme più rapidamente e in maniera più sostenuta di quanto molti in Occidente ritenessero possibile. Ciò detto, oggi si ha anche una più seria valutazione di quanto danno quattro decadi di comunismo abbiano arrecato a tali paesi e di quanto in ritardo siano rispetto all'Occidente e di quanto sia probabile che vi restino per molto tempo ancora.

Inoltre, sono ovunque evidenti i segni di un faticoso rinnovamento in società che nel passato decennio sono state sollecitate senza mezzi termini a cambiare. I risultati delle riforme non sono sempre buoni e i frutti del progresso non sono sempre ugualmente distribuiti. Le generazioni più giovani nei paesi dell'Europa centrale e orientale hanno prospettive di lavoro e di carriera che i loro genitori non avrebbero mai potuto immaginare. Pur tuttavia, altri sono rimasti indietro o hanno trovato difficile adattarsi alle esigenze di un nuovo sistema politico ed economico. La diffusione della corruzione compromette l'attrazione del capitalismo e i benefici non equamente distribuiti dell'economia di mercato continuano ad alimentare la nostalgia per la sicurezza offerta dal socialismo di stato, se non altro in alcuni ambienti.

Un'ondata iniziale di leader riformisti favorevoli all'Occidente va gradualmente ritirandosi, molti esausti per le battaglie dello scorso decennio. I loro successori comprendono una generazione più giovane di riformisti altrettanto impegnati, come pure di populisti che cercano di sfruttare il risentimento esistente all'interno di queste società. Per la maggior parte dello scorso decennio la pressione per conseguire i requisiti richiesti dall'Unione Europea ha imposto una straordinaria disciplina ai governi perché facessero le cose giuste, anche contro l'opposizione popolare. Ed una volta che questi paesi avranno aderito all'Unione Europea, saranno inseriti in una serie di regole ed esigenze che contribuiranno a tenerli in equilibrio.

Allo stesso tempo, non si possono non constatare certi segni premonitori di frammentazione politica, di un rallentamento economico e, in alcuni casi, delle tentazioni nazionaliste e/o populiste. Molti, se non tutti, questi paesi hanno assistito ad un rapido alternarsi di governi, alla scomparsa di vecchi partiti politici e alla creazione di nuovi. Resta da vedere se questo è un semplice riflesso dell'inevitabile riassestamento e dell'eventuale stabilizzazione dell'intero quadro politico, come qualcuno suggerisce, o piuttosto un segno di turbolenza e di instabilità politica a più lungo termine. Da un punto di vista economico, ci si chiede se le spinte per sostenere le riforme economiche potrebbero ridursi dopo che questi paesi saranno riusciti ad entrare nell'Unione Europea.

La capacità dei governi di questi paesi a gestire tale sfida è, ovviamente, collegata con le altre due sfide già analizzate. Più forti saranno questi paesi politicamente ed economicamente sul piano interno, maggiormente dotati saranno per svolgere un ruolo costruttivo nell'affrontare le sfide di politica estera in Europa e attraverso l'Atlantico. Allo stesso modo, un solido e dinamico contesto europeo e transatlantico contribuisce a rafforzare e a consolidare ulteriormente i progressi sul piano interno. Gli anni '90 abbondano di buoni esempi del fatto che i progressi ottenuti in un settore da questi paesi hanno rafforzato e alimentato il progresso negli altri.

Ma è anche vero il contrario. Il pericolo oggi è che il contrario comincia a verificarsi, cioè che un indebolimento dei risultati interni si combina con una crescente crisi delle strutture europee e transatlantiche, creando così esattamente la dinamica sbagliata nel momento sbagliato. Negli ultimi mesi entrambe le sponde dell'Atlantico hanno agito in modo da inviare alla regione dei segnali del tutto sbagliati. Il sorgere dell'eurofobia a Washington e dell'antiamericanismo nell'Europa occidentale possono inavvertitamente convalidare e legittimare anche in questi paesi delle forze antioccidentali e antiriformiste. Se tali forze sono sulla difensiva, non sono ancora del tutto annientate.

I paesi dell'Europa centrale e orientale avranno un ben difficile compito negli anni a venire. Sotto molti aspetti, comunque, le sfide che li attendono sembrano scoraggianti, ma non lo sono più di quanto non lo fossero quelle che hanno con successo affrontato negli anni '90. E questa volta i paesi dell'Europa centrale e orientale sono per molte ragioni in una posizione più forte per fronteggiarle.

In primo luogo, l'Europa centrale e orientale non costituisce più l'epicentro della nuova instabilità e dei rischi emergenti che l'Occidente sta cercando di combattere. Se si valutano le nuove minacce alla sicurezza europea o transatlantica nel corso del prossimo decennio non si può non concludere che città come Bruxelles, Londra e Washington siano più a rischio di Praga, Sofia, Varsavia o Vilnius. Piuttosto che domandarsi se gli Americani, gli Inglesi o i Francesi siano disposti a morire per Danzica la questione può essere se i paesi dell'Europa centrale e orientale siano disposti a condividere i rischi della guerra al terrorismo, all'Islam fondamentalista e alle armi di distruzione di massa nel Medio Oriente più vasto e altrove.

In secondo luogo, i paesi dell'Europa centrale e orientale siederanno intorno ai tavoli che contano, dove si prenderanno le decisioni che riguardano il futuro della sicurezza occidentale, inclusa la loro. Non saranno più prese delle decisioni che li riguardano senza di loro. La questione fondamentale è come questi paesi utilizzeranno tale opportunità e se saranno all'altezza della sfida di conferire nuovo slancio all'integrazione europea e alla cooperazione transatlantica.

Per un piccolo paese dell'Europa centrale e orientale prendere parte a questi più ampi dibattiti sul futuro dell'Unione Europea e della NATO sarà senza dubbio difficile. Peraltro, se vi è una lezione dello scorso decennio che può risultare utile come punto di riferimento per il futuro, è che i paesi dell'Europa centrale e orientale trarranno maggiori benefici se si assumeranno la responsabilità del loro futuro in modo propositivo, se collaboreranno come regione e se daranno prova di essere audaci. Sebbene la storia non si ripeta mai, si può solo sperare che nel corso del prossimo decennio avranno una leadership altrettanto valida e coraggiosa di quella che hanno costantemente prodotto dopo il 1989. Noi tutti ne trarremo maggiori benefici se lo faranno.

Ronald D. Asmus è un senior fellow presso il German Marshall Fund degli Stati Uniti a Washington ed autore di "Opening NATO's Door: How the Alliance Remade Itself for a New Era" (Columbia University Press, 2002).

Una versione più completa di questo articolo è apparsa in Slovak Foreign Policy Affairs, primavera 2003, vol. IV, n. 1.

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