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 Dialogo costruttivo: il Presidente russo Vladimir Putin ha imparato dagli errori dei suoi predecessori. ( © Reuters ) |
Dmitri Trenin analizza le ragioni dell'assenza di una forte opposizione russa dinanzi alla prospettiva di una nuova fase di ampliamento della NATO.
Che differenza, a cinque anni di distanza! Quando, negli anni '90, la NATO discuteva di ampliamento, la cosa risultò innovatrice e controversa. Da una parte, l'Alleanza cercava di estendere la zona di sicurezza e di prosperità in Europa ampliandola sino ai paesi dell'ex Patto di Varsavia. Dall'altra, la NATO rischiava di irritare Mosca e di generare timori e sospetti sul proprio futuro ruolo e sulle proprie ambizioni, accogliendo paesi che erano stati alleati dell'Unione Sovietica durante la Guerra fredda e che confinavano con la Russia. La decisione di invitare la Repubblica Ceca, l'Ungheria e la Polonia ad aderire all'Alleanza, decisione presa nel 1997, al vertice NATO di Madrid, fu salutata come un passo verso il consolidamento della sicurezza sul continente e al contempo criticata come un tentativo di tracciare nuovamente delle "linee divisorie" in Europa.
Al confronto, il prossimo vertice di Praga appare estremamente tranquillo. L'ammissione di nuovi membri in una Alleanza di già ampliata sembra quasi un'attività di ordinaria amministrazione. Nessun dubbio che ci saranno dei nuovi inviti, i possibili nuovi membri sono già stati più o meno individuati ed è improbabile che i parlamenti nazionali creino ostacoli prima di ratificare i trattati di adesione. Più inconsueto è, invece, il silenzio di Mosca. Alcuni commentatori lo attribuiscono senza dubbio alla nuova qualità delle relazioni tra la Russia e l'Occidente dopo l'attacco terroristico del settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Comunque, un'attenta analisi delle dichiarazioni e delle azioni del Presidente Vladimir Putin mostra che l'attuale leader russo, facendo tesoro degli errori del suo predecessore, Boris Eltsin, già nel 2000 aveva preso consapevolmente la decisione di seguire una politica assai diversa.
Le lezioni apprese potrebbero sintetizzarsi nel modo seguente. Primo, la Russia non ha né il potere né l'influenza per impedire l'adesione alla NATO di altri stati europei. Inoltre, ove cercasse di farlo, quasi certamente fallirebbe. E probabilmente, ove reiterasse i suoi tentativi, ancor più controproducente risulterebbe tale politica. Secondo, l'ampliamento della NATO, come l'esempio della Polonia ha dimostrato, in effetti non pregiudica la sicurezza militare della Russia. Terzo, l'Alleanza può tener conto delle legittime preoccupazioni di Mosca riguardo alla sicurezza nel contesto del processo di ampliamento. Quarto, dopo aver aderito alla NATO, gli ex stati membri del Patto di Varsavia si sono sentiti sufficientemente sicuri da tendere una mano e stabilire migliori relazioni con Mosca, il che, a sua volta, ha aumentato la stabilità e la sicurezza in quella parte d'Europa. Infine, limitarsi a contenere i danni non è sufficiente. Per evitare ulteriori crisi, la Russia deve tendere ad un più organico rapporto con la NATO.
Ciò non significa, ovviamente, che la classe dirigente politica russa consideri positivo, o nei propri interessi, l'ampliamento della NATO. In Occidente, non si dovrebbe interpretare erroneamente il "silenzio dell'orso" tra speranze di un "nuovo inizio". La maggior parte della classe dirigente politica russa, in particolare gli ambienti della politica estera, della difesa e della sicurezza, prova ancora irritazione per ciò che qualcuno definisce la "marcia verso est" della NATO, in quanto ciò tocca il loro amor proprio e la tradizionale immagine di grande potenza della Russia.
La passionalità russa
L'aspetto dell'ampliamento della NATO che produce maggiori reazioni emotive nei circoli politici russi è l'eventualità che degli inviti ad aderire vengano indirizzati a Estonia, Lettonia e Lituania. Per come stanno le cose, la maggior parte degli analisti ritiene che la NATO inviterà almeno uno, forse tutti e tre gli stati baltici ad aderire all'Alleanza. Ciò costituisce un problema perché, per la prima volta, l'Alleanza metterebbe piede sul territorio della ex Unione Sovietica, che, dal punto di vista russo, è la sola cosa che conta. Sebbene negli ultimi anni l'élite russa abbia finito per accettare nell'intimo l'idea di esercitare una assai ridotta influenza in Europa centrale e nei Balcani, la perdita dello status di superpotenza ha costituito un doloroso processo e l'ammissione dei tre stati baltici nella NATO rappresenterebbe il superamento di un altro importante limite, sebbene largamente simbolico.
Il probabile allargamento della NATO agli stati baltici giunge subito dopo che Mosca ha dovuto ingoiare un altro amaro boccone, e cioè la realtà di dispiegamenti permanenti di forze militari europee ed americane - a volte, erroneamente, considerati dispiegamenti della NATO - nell'Asia centrale ex sovietica. Una importante conseguenza del sostegno di Mosca alla "guerra al terrorismo" guidata dagli USA è stato l'abbandono di un fondamentale cardine della strategia russa nel campo della sicurezza, e cioè quello di impedire che potenze straniere occupino basi militari sul territorio della ex Unione Sovietica. L'adesione permanente di numerose repubbliche ex sovietiche alla NATO costituirebbe l'ultimo chiodo sulla bara e potrebbe provocare delle ripercussioni interne per il Presidente Putin. Di fatto, comunque, questi dovrebbe essere in grado di superare l'ondata di critiche che sicuramente accompagnerà l'adesione dei paesi baltici alla NATO e potrebbe anche essere in grado di utilizzare l'evento per incoraggiare una nuova visione strategica in Russia.
La decisione del Presidente Putin di non sfidare l'Occidente sulle tradizionali questioni geopolitiche si basa su calcoli altamente pragmatici, determinati dalle esigenze economiche della Russia e dalla considerazione che difendere l'indifendibile è una causa persa. Comunque, la maggior parte dei responsabili della politica estera e della difesa, e dell'opinione pubblica in generale, è più realista. Ai loro occhi l'Occidente rimane ambiguo e la loro leadership è irrimediabilmente ingenua a non opporsi al nuovo ampliamento dell'Alleanza, con l'effetto che la Russia viene gradualmente circondata dalla NATO. Costoro devono essere convinti che gli interessi di sicurezza del paese sono ancora salvaguardati.
Una Russia che vive in armonia con i vicini paesi europei costituirà il massimo risultato di politiche illuminate |
La sfida immediata per il Cremlino
consiste nel gestire l'adesione degli stati baltici
all'Alleanza, se ciò divenisse effettivamente una realtà.
Per essere in grado di farlo, il Presidente Putin si
aspetterebbe subito in cambio almeno un pacchetto di
misure, tra cui impegni simili a quelli assunti dalla
NATO nella prima fase di ampliamento, che gli consenta
di minimizzare l'impressione di scarsa importanza che
darebbe la Russia. Ciò significherebbe, per esempio,
nessuno spiegamento di armamenti nucleari e nessuno
stazionamento permanente di forze straniere sul territorio
dei nuovi paesi membri in tempo di pace. Probabilmente,
si richiederebbe pure che i paesi baltici aderiscano
al Trattato sulle Forze convenzionali in Europa (CFE)
del 1990, dato che questo renderebbe più trasparenti
le attività militari e lo stazionamento delle forze
straniere nelle repubbliche baltiche. Paradossalmente,
l'adesione alla NATO potrebbe in realtà migliorare le
relazioni tra le repubbliche baltiche e la Russia, allo
stesso modo in cui di fatto ha contribuito al miglioramento
delle relazioni tra Polonia e Russia negli ultimi anni.
Il fattore essenziale per Estonia e Lettonia sarà il
ritmo con cui questi paesi integreranno le loro minoranze
russe. Una volta effettuati gli inviti ad aderire, è
probabile che divenga una importante questione per l'Alleanza
nel suo insieme pervenire a raggiungere un buon grado
di coesione inter-etnica nei due paesi.
L'enclave russa di Kaliningrad, con una popolazione
di circa 900.000 abitanti e ubicata sul Mar Baltico
tra Lituania e Polonia, pone un problema particolare.
Il governo russo si è chiaramente pronunciato contro
il proseguimento della cosiddetta opzione "fortezza
Kaliningrad" e la quantità di truppe che stazionano
nell'area va costantemente diminuendo. Comunque, anche
se Mosca può ridurre gradualmente la propria presenza
militare, questo processo si annuncia lento e tirato
per le lunghe e comunque non porterà alla smilitarizzazione
di Kaliningrad, perché Mosca ritiene di dovervi mantenere
una presenza militare per dissuadere ogni tentativo
di secessione. Ciò fa sorgere la questione del transito
verso l'enclave, attraverso o al di sopra del territorio
della NATO. Ma una soluzione dovrebbe essere relativamente
facile e potrebbe basarsi sull'accordo esistente tra
Lituania e Russia, che funziona efficacemente dai primi
anni '90.
Un approccio più complesso per Kaliningrad dovrebbe
includere una intensificazione dei legami tra settori
militari nella regione, tra cui una significativa partecipazione
russa alle attività del Partenariato per la Pace e al
controllo congiunto del traffico aereo. Un'altra idea
brillante, avanzata da un accademico di Mosca, è quella
di integrare formalmente una unità russa nel corpo multinazionale
danese-tedesco-polacco con sede a Stettino, Polonia.
L'aspetto militare del problema di Kaliningrad, comunque,
è eclissato dalle questioni economiche e socio-politiche.
Mosca può aver abbandonato l'opzione "fortezza Kaliningrad",
ma non ha ancora concepito una strategia realistica
per trasformare questa isolata oblast russa
in un banco di prova per creare più profondi legami
con l'Unione Europea.
Seppellire l'ascia di guerra
Il maggior problema di Mosca di fronte all'ampliamento
della NATO sta nella sua incapacità ad integrarsi adeguatamente
nel contesto di sicurezza euro-atlantico. Molti di coloro
che in Russia favoriscono tale integrazione ritengono
che la NATO sia aperta ad ogni paese europeo, tranne
la Russia, e temono che il meglio che il loro paese
possa augurarsi sia di starsene pazientemente e quietamente
in fondo ad una lunga fila, senza alcuna garanzia di
una possibile ammissione. Ciò giustifica gli occasionali
tentativi russi di "non rispettare la fila" e le pressioni
esercitate per ottenere un rapporto esclusivo, o anche
una rapida adesione, con l'Alleanza. Che lo manifesti
in termini di ricerca di un migliorato status o come
desiderio di partecipare al processo decisionale della
NATO, la Russia ha comunque un naturale interesse nazionale
a seppellire l'ascia di guerra.
Gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato quanto
sia difficile sviluppare un nuovo dispositivo tra NATO
e Russia e sottolineato quanto ciò sia importante per
entrambi. Per quanto concerne i governi dell'Alleanza,
l'ampliamento e le relazioni con la Russia sono legate
alla più vasta questione del futuro della NATO. Le discussioni
sul futuro dell'Alleanza tendono a concentrarsi sull'importanza
del legame transatlantico e sulla necessità di migliorare
le capacità militari, come pure su quella di ripartire
gli oneri tra gli Alleati. Minore attenzione è attribuita
al fatto che uno dei massimi capisaldi della NATO -
e, dopo la fine della Guerra fredda, probabilmente il
più grande - risiede nel suo aspetto politico.
Integrando prima l'Italia e poi la Repubblica federale
di Germania, l'Alleanza ha contribuito alla stabilità
e alla pace in Europa occidentale nel periodo successivo
alla seconda guerra mondiale. Se l'integrazione economica
europea era essenziale per cementare questa pace, ciò
presupponeva che l'alleanza militare venisse prima,
fornendo la stabilità e la fiducia richieste
per la ripresa economica. Inoltre, l'Alleanza ha anche
svolto un ruolo di ancora strategica per le grandi potenze
europee tradizionali, Francia e Regno Unito, una volta
perduti i loro possedimenti oltremare. Di fatto, anche
quando i membri dell'Unione Europea si sforzano di creare
una politica europea di sicurezza e di difesa, la NATO
rimane la principale istituzione alla base della loro
sicurezza.
L'ingresso di paesi dell'Europa centrale nella NATO
ha già contribuito a consolidare in questi paesi la
democrazia e lo stato di diritto, in particolare attraverso
la riforma dei rapporti tra settori civili e militari.
Inoltre, la stessa aspirazione di far parte dell'Alleanza
ha contribuito a creare stabilità nell'Europa sud-orientale
e nei paesi baltici, dato che l'Alleanza pretende che
i paesi candidati risolvano le questioni insolute riguardanti
confini e minoranze prima di aderire. Indirettamente,
ma in modo altrettanto importante, l'allargamento della
NATO fornisce una forma di assicurazione politica per
l'investimento di capitali esteri nei nuovi paesi membri,
favorendo lo sviluppo economico. Mentre il processo
di allargamento della NATO sarà un processo evolutivo
e per nulla automatico, più a lungo durerà, più sarà
percepito come "tecnico".
La NATO continuerà anche a svolgere un ruolo nella gestione e prevenzione delle crisi nei Balcani e nel favorire sicure condizioni per una durevole pace in quella regione. Fortunatamente, comunque, dai primi anni '90 è diminuito in Europa il numero di situazioni politicamente esplosive e probabilmente vi saranno pochi nuovi casi del tipo "Bosnia" e "Kosovo". Riguardo al fianco sud della NATO, il Dialogo Mediterraneo dell'Alleanza fa fronte ad una gamma di questioni delicate ma, nella sostanza, sono i servizi diplomatici europei e americano che cercano di sviluppare una formula per una durevole pace in Medio Oriente.
La formula dell'integrazione della Russia nella
NATO potrebbe essere il prossimo progetto a lungo termine
dell'Alleanza. A parere di tutti, è un obiettivo ambizioso,
ma che diviene gradualmente raggiungibile. Ciò richiederà
importanti e sostenuti sforzi, ma il premio finale,
e cioè un'Europa unita e libera, è uno di quelli per
cui vale la pena di lottare. In tale contesto, il dibattito
su una possibile adesione della Russia all'Alleanza
è fuorviante. Tra qualche anno ancora la formula giusta
per il nuovo rapporto potrebbe essere quella di un'alleanza
con la NATO. Una Russia che vive in armonia con i vicini
paesi europei costituirà il massimo risultato delle
illuminate politiche dell'Europa occidentale. Per ora,
il primo obiettivo dovrebbe essere quello di ricorrere
alla cooperazione NATO-Russia per fronteggiare le nuove
minacce alla sicurezza, quali il terrorismo internazionale
e la proliferazione delle armi di distruzione di massa,
onde contribuire a smantellare l'ancora temibile infrastruttura
sopravvissuta alla Guerra fredda.
Soprattutto, il nuovo rapporto di cooperazione dovrebbe
essere aperto e non limitato e dovrebbe fornire alla
leadership politica russa sufficiente credibilità per
iniziare un riesame fondamentale della pianificazione
della difesa e della dottrina militare del paese. Il
Presidente Putin dovrebbe essere formalmente invitato
a Praga - e dovrebbe andarci. Ma prima che abbia occasione
di avallare con la propria presenza la nuova fase di
ampliamento, dovrebbe poter dimostrare al suo popolo
che la NATO è un amico che cresce e non un avversario
che si espande.
Dmitri Trenin è vice direttore del Carnegie Moscow Center.
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